LE CANTINE PONTIFICIE

 

 

Nei tre secoli che vanno dal 1500 al 1800, si avrà un periodo storico durante il quale la maggior parte delle norme che disciplinano la produzione e la vendita del vino saranno emanate principalmente dallo Stato Pontificio. Ecco che gli editti e i bandi fissano i prezzi di vendita al barile o al minuto, regolamentano le professioni e dispongono restrizioni al consumo.

Il vino era già stato protagonista nella storia del Cattolicesimo, ma possiamo sicuramente affermare che spesso esso acquisiva anche un ruolo materiale. Infatti la "famiglia pontificia" pagava le prestazioni dei suoi dipendenti anche in natura, corrispondendo loro parti di vino. Le cantine dei palazzi pontifici dovevano pertanto essere sempre ben fornite e ben tenute, per cui si affidavano compiti ben precisi a cantinieri e bottiglieri che ad esse lavoravano.

Le cantine si distinguevano in "comuni" e "segrete". In queste ultime erano conservati i vini di maggiore pregio, come quello di Scalea in Calabria o il Chiarello di Cirella.

Sia dalle cantine comuni che da quelle segrete proveniva il vino da distribuire ai componenti della Famiglia Pontificia, ossia all'insieme di ecclesiastici e laici che, nominati "familiares et continui commensales Romani Pontificis", rivestivano le diverse cariche nell’ambito dell'amministrazione.

Il vino era, insieme ad altri alimenti, assegnato quale complemento degli emolumenti in denaro. Sia le parti di pane che quelle di vino erano distribuite agli "officiali" di Palazzo, secondo precise disposizioni della Camera Apostolica.

Il Maggiordomo, o il Maestro di Casa, avevano il compito di emanare di continuo editti per evitare frodi nella distribuzione e norme ben precise riguardo l'approvvigionamento del vino dei Castelli Romani, in modo da impedire a mercanti, osti, cardinali e nobili di recarsi nei luoghi di produzione prima che la cantina del Palazzo Apostolico fosse ben provvista per la "distribuzione delle parti".

Il vino destinato al Palazzo era inoltre esente dal pagamento di dazi doganali, così come i Cardinali, gli Uditori del Tribunale della Sacra Romana Rota, i membri di alcuni ordini religiosi e cavallereschi, o di collegi ecclesiastici.

Oltre alla distribuzione, il vino del Palazzo era chiaramente destinato alla mensa papale; venivano inoltre donate bottiglie pregiate ad ambasciatori o a personaggi di alto rango in visita al pontefice.

Relativamente all'ubicazione delle cantine del Palazzo Vaticano, ci è pervenuta una descrizione di Giovanni Pietro Chattard che, nel tomo secondo della "Nuova descrizione del Vaticano", cita: "...Quarantotto spaziose cantine, oltre grotte, stalle e rimesse...". Le maggiori in cui veniva conservato il vino ad uso del Palazzo erano situate nel Cortile del Belvedere "... nei sui portici [...] la porticella, che di sopra si disse esistere nell'angolo sinistro con lunga feritoia [...] introduce alla gran cantina di Palazzo con altre quattro minori ed una grotta quali tutte dietro la medesima cantina risiedono. Entrati adunque in un corridore, e saliti quattro gradini si perviene ad un cantinone a due navate con volta a crociera lunettata, suoi peducci, con due pilastroni nel mezzo, che reggono la medesima. Illuminato esso viene su la sinistra da due finestre a lume con ferrate corrispondenti nel piano del cortile del Pappagallo. A capo del detto cantinone esiste porta tonda, per cui ascesi tre gradini si passa alla seconda cantina, con volta un poco cantinata [...]. A capo di questa cantina esiste una porta a diritto dell'altra, la quale mette in una scala, per cui scesi otto gradini con suo parapetto per la diritta si entra in una grotta per mantenere il vino più fresco con volta a crociera e rosone nel mezzo, con finestrino su la dritta da ferrata munito corrispondente nel cortile di Belvedere. Per una porta grande con sesto tondo si passa alla terza cantina con volta a due crociere lunettata e suoi peducci con finestra a lume bislunga da ferrata munita di corrispondente nel cortiletto dietro il teatro del Belvedere, in cui esistono sette cordoni a padiglione, i quali fanno invito ad una scala a cordonata di due branchi, che conduce al di sopra alle stanze del Cantiniere, ed alla porta, che nel cortile di S. Damaso riferisce. Su la diritta di questa terza cantina risiede un arcone, che mette nella quarta cantina più grande con volta simile, e finestra su la manca a lume con ferrata corrispondente nel sopraddetto cortiletto; E su la dritta accanto l'angolo in testata saliti due gradini vi è porta che introduce alla quinta cantina dell'altre più piccola, ed oscura" Sempre sul Cortile del Belvedere si apre la porta che dà accesso "in due stanze ad uso di cantina per servizio della Famiglia di Sua Santità tutte a volta, con finestre esistenti l'una sopra la predetta porta, e l'altra poco distanti, ambedue con sua ferrata. Passata la suddetta porta, e finestra vedesi altra porta con finestra sopra e ferrata simile, la quale introduce in altra cantina [...] per servizio di Palazzo; e la medesima prende lume da una finestra grande con ferrata situata nella facciata dell'ingresso".

 

La Chiesa cattolica ha sempre considerato con attenzione la viticoltura. Nel 1562 l'Arcivescovo di Parigi scomunicò i "diablotinos", insetti che danneggiavano le viti, e fino al XVIII secolo il Municipio di Torino comprava a Roma una "maledittione" che l'Arcivescovo, in una cerimonia pubblica, scagliava contro i parassiti delle vigne.

Nel 1987 è stato fondato in Italia un Gruppo di Studio Internazionale, denominato "Il vino sull’altare", che svolge studi sulla storia, la liturgia e la scienza del "Vino da Messa" e sul ruolo delle religioni nella diffusione della vite. Il Gruppo organizza seminari di studio e promuove ricerche per la produzione di un "Vino da Messa ideale". Recentemente è stato ottenuto, con la Malvasia di Schierano, un vino denominato "Malvaxia Sincerum". E’ anche allo studio un altro vino da Messa di Moscato d’Asti, che sarà chiamato "Alleluja".

                       

                                            14.        16.

 

                     

 

 

 

 

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