Nel
XVI secolo (periodo che
si è
meritato l’appellativo di “età delle grandi bevute”)
Lancerio,
storico e geografo ma soprattutto “bottigliere del papa”, era un attento
conoscitore ed esperto di vini, e ha condensato le sue conoscenze in una
lettera, scritta molto probabilmente nel 1559 e indirizzata al cardinale Guido
Ascanio Sforza, nipote del papa, e in
due
relazioni sui viaggi e i giudizi enologici di Paolo III, documenti
considerati il primo vero e proprio trattato enologico italiano. Il manoscritto
inedito
Della qualità dei vini
venne poi dimenticato e fu quindi ritrovato e prodotto a stampa da Giuseppe
Ferraro nel 1876.
La lunga
esperienza pratica venne così tradotta in un memoriale di impressioni gustative
controllate sulla base di prove alterne, ora dello stesso papa ora del
bottigliere. Nella sua opera
Lancerio analizza, con intuito deciso, gusto e retrogusto, aspetto e profumo,
con tale competenza da risultare un‘autentica autorità nell’uso e nella
conoscenza del vino.
Nella terminologia utilizzata,
ricca e precisa, riconosciamo molti termini del gergo dei sommelier e degli
enologi contemporanei: per definire il gusto egli impiega parole come “tondo”,
“grasso”, “asciutto”, “fumoso”, “possente”, “forte”, “maturo”; per il colore
utilizza “incerato”, “carico”, “verdeggiante”, “dorato” e così via.
E’ sempre Lancerio a testimoniare che già
nel Rinascimento si cominciò a manifestare, seppur sommariamente, la ricerca dei
possibili abbinamenti tra vino e cibo. Nei menù dell’epoca si delinea infatti
una progressione che va dai vini bianchi leggeri per l’inizio del pasto, ai vini
forti o inebrianti per i dessert, passando attraverso i rossi degli arrosti.
Come nel Medioevo chiudeva il pranzo l’Ippocrasso,
vino aromatizzato alle spezie, considerato anche un ricostituente per malati e
puerpere.
La corte papale nel periodo Rinascimentale non era nuova alla ricerca di
raffinatezze, e
Paolo III Farnese
(pontefice dal 1534 al 1549) era un attento degustatore, anche se è ricordato
più per i suoi atti politici, come la scomunica di Enrico VIII, l’inaugurazione
del Concilio di Trento e l’approvazione dell’ordine dei Gesuiti.
Un documento unico
Bisogna ricordare che all’epoca di Lancerio il vino era anche una componente
fondamentale del banchetto, parte essenziale del nutrimento inteso come ricerca
di perfezione e di equilibrio, piacere da non perdere e da coltivare con arte e
moderazione.
Lancerio seguiva il
papa nei suoi viaggi e, così come quando era in sede, procurava di allestire una
tavola perfettamente imbandita, servendosi di maestri della cucina quali
Giovanni de Rosselli e Bartolomeo Scappi.
Era
soprattutto attento alla scelta dei vini, affinché durante gli spostamenti del
papa questi non “avessero a soffrire” durante il trasporto. La sua opera, unica
nel suo genere tra quelle in materia enogastronomica, è anche uno spaccato di
storia della vita rinascimentale: oltre il racconto sui viaggi del papa, il
trattato analizza circa 50 qualità di vino che sono da degustare a seconda dello
stato d’animo, delle circostanze contingenti, del periodo dell’anno e persino
dell’ora del giorno.
A ognuno il suo vino
I
vini che impreziosivano le tavole, nel segreto degli appartamenti privati erano
invece utilizzati, come nell’antichità, per uso medico, a scopo preventivo come
in gargarismi e spugnature, e come lenitivo per irritazioni e pruriti. Il papa
non era da meno a questo uso terapeutico.
Lancerio stabilisce anche una classifica dei vini italiani più appropriati ad
ogni categoria sociale:
il moscatello ideale per osti e
“imbriaconi”; il Greco della Torre, che diventa subito scuro, buono per la
servitù, ma non per gli alti prelati; il rosso di Terracina ottimo per notai e
copisti; il Mangiaguerra di Napoli pericoloso per il clero, ma ideale per
“incitare la lussuria delle cortigiane”.
Analisi dei vini
italiani ed esteri
Lancerio loda i vini italiani e dà un giudizio su quelli stranieri, per esempio
sul vino spagnolo per il quale non ha opinione molto favorevole, ritenendolo
troppo forte. I vini francesi, naturalmente, sono ritenuti ottimi, anche se egli
nota che risentano troppo del terreno di provenienza, in particolare il vino di
Provenza. I vini italiani sono naturalmente in testa alla classifica: Malvasia,
Greco d’Ischia,
Nobile di
Montepulciano
e Vernaccia di San Geminiano. Un giudizio molto brillante quello di Lancerio su
questo vino toscano, che richiese nel 1541 al Comune nella misura di ottanta
fiaschi, rammaricandosi che nella zona si desse grande importanza all'arte e
alla scienza, ma non abbastanza alla superba qualità del vino, una
considerazione fra le tante che si può trovare nella sua opera.
(Le immagini: in alto, ritratto di Sante Lancerio; in basso, piatto con lo
stemma dei Farnese, famiglia di papa Paolo III)