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IL MEDIOEVO - PARTE I: UN PO' DI STORIA...

L'immenso Impero Romano viene diviso nel 395 d.C. quando l'imperatore Teodosio trasferisce la capitale da Roma a Costantinopoli, dando
così l'avvio all'Impero Romano d'Oriente, detto anche Impero Bizantino (che
durerà fino al 1453, quando la città verrà definitivamente conquistata dai
Turchi). Pochi anni dopo, l'Impero Romano d'Occidente comincia a sgretolarsi
sotto i colpi delle prime invasioni barbariche: nel 451 Attila "Flagellum Dei",
re degli Unni, attacca i Germani ai confini dell'Impero, invade l'Italia,
espugna la città di Aquileia e distrugge il Veneto (452). Gli Hsiung Nu - la
popolazione allora conosciuta dai Romani con il nome di Unni - arrivavano dalle
lontane steppe della Mongolia situate nel nord della Cina, ed erano pastori
nomadi estremamente feroci. Abituati alle difficili condizioni climatiche delle
loro terre di origine, avevano affinato tecniche di combattimento velocissime e
spietate. Oltre all'abilità a cavallo, erano agilissimi nell'uso
dell'arco: magnifici tiratori, essi ricorrevano a tecniche di guerriglia
assai efficaci, con attacchi improvvisi, repentine ritirate strategiche e
improvvisi nuovi attacchi a distanza.
Ma essi furono solo i primi...
Nel 455, col primo sacco di Roma ad opera di
Gianserico, re dei Vandali, la già traballante struttura politica romana - ormai
minata da eccessi e corruzione morale - riceve il colpo mortale. Sarà Odoacre,
re dei Rutuli, a deporre l'ultimo imperatore romano, Romolo Augustolo, e a
decretare così la fine dell'Impero Romano d'Occidente.
DAL "PRIVILEGIO" DELLA FAME AL "LUSSO"
DELLA SETE
Il paese inizia un buio periodo di carestie
ed epidemie, causate dalla distruzione delle coltivazioni e dai sacheggi di
città e villaggi. Durante questi primi anni del Medioevo, il rapporto con i cibo
diventa instabile e, in qualche modo, "morboso". Secondo lo studioso francese
Leo Moulin, questo è un momento storico caratterizzato da "l'ossessione del
cibo, l'importanza del mangiare e, come contropartita, la sofferenza (e i
meriti) rappresentati dalle mortificazioni alimentari". E' così che non solo il
cibo, ma anche la fame diventa "oggetto di privilegio" (Massimo Montanari).
A causa del generale sconquasso politico e
sociale, nei territori precedentemente occupati dai Romani la produzione di vino
diminuisce. Per questo, soprattutto nel primo Medioevo, lo sviluppo della viticoltura si deve
in gran parte ai conventi, diventati in seguito veri e propri centri vitivinicoli,
ad opera di monaci che sin dall'inizio si dedicarono alla nobile arte del vino in quanto elemento
indispensabile durante la messa come simbolo liturgico del sangue di Cristo. Questo contribuì
notevolmente all'espansione della viticoltura anche in quelle zone dove essa non era
propriamente parte delle tradizioni locali. I centri monastici costituirono dei
nuclei importantissimi per il mantenimento delle attività, sia culturali che economiche, dei villaggi vicini: la coltivazione della vite è solo uno dei
tanti aspetti e dei tanti lavori portati avanti nei monasteri. Interessantissime
documentazioni in proposito arrivano dal monastero di Vallombrosa, in Toscana,
dove anche grazie alla posizione isolata e protetta si svilupparono e
migliorarono le tecniche di coltivazione dei vitigni.
Il vino medievale era suddiviso in tre
qualità. La prima - il "vino" vero e proprio - era ottenuta con una blanda
spremitura e produceva un succo naturale e corposo; era il prodotto migliore e
solo i ricchi potevano permetterselo. La seconda spremitura, più vigorosa,
offriva un succo di qualità inferiore, il "vinello" probabilmente bevuto dal
clero. Infine la terza, che generava un quasi vino chiamato "acquerello",
consumato dai poveri e ricavato aggiungendo acqua alla poltiglia delle vinacce.
Per rinforzare gli aromi, il vino medievale era "condito" ripetutamente
- così
come in passato - con erbe, spezie, miele e assenzio, mentre per essere
conservato fino a tre o quattro anni veniva bollito, pena la perdita dei tre
quarti della sua qualità.

Dopo l'anno Mille, l'iniziale severo regime
alimentare che regola i pasti all'interno dei conventi, subisce un radicale
cambiamento: si moltiplicano le occupazioni da svolgere, crescono i patrimoni da
gestire soprattutto a seguito di imponenti lasciti testamentari, le proprietà si
espandono e tutto ciò allontana i monaci dalla dimensione di una vita semplice e
frugale. Il vino, ma soprattutto il "buon" vino, è ancor più sinonimo di
ricchezza e prestigio, e l'eccellere nella produzione di qualità diventa per
alcuni ordini ecclesiastici quasi una ragione di vita. I Benedettini,
diffusi in tutta Europa, erano famosi per il loro vino e per il consumo - non
proprio moderato - che ne facevano.
Il potere clericale della "vermiglia
bevanda", diventa ben presto bersaglio satirico del popolo costretto alla sua astinenza.
Con il consueto lazzo di spirito popolare, ecco una versione "alcolica" del
Pater Noster, tradotta dal latino:
"Padre Bacco che sei nei boccali,
sian santificate le tue vendemmie,
venga il tuo tempo di fermentazione,
facci ben bere del buon vino quotidiano,
offri a noi grandi bevute come noi le
rioffriremo ad altri,
inducici con le tue tentazioni aromatiche,
e liberaci dall'acqua."
Sempre dopo il Mille, accanto alla
viticoltura ecclesiastica e signorile, si affianca quella della nascente
borghesia mercantile che intravedeva nella produzione e nel commercio dei vini
nuove strade per profitti sicuri e redditizi. Da genere destinato
all'alimentazione e agli usi liturgici, il vino diviene un bene ricercato,
moneta di scambio e fonte di ricchezza per produttori e commercianti.
(Continua...)
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