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GLI
EBREI: IL VINO KOSHER NELLA TRADIZIONE EBRAICA
Il
vino presso gli ebrei era invece diverso dagli altri. Coltivato e prodotto
seguendo specifiche regole di Kasherut (il corpus di norme che tuttora regolano
l’alimentazione ebraica), non poteva essere mischiato con quello degli altri
popoli, destinato alle divinità pagane.
Questa
esigenza portò allo sviluppo di peculiari tecniche, volte a produrre una
viticoltura esclusiva. Così concepito, il vino ebraico entrò a far parte, come
elemento importante, della liturgia religiosa, che ne fa tuttora uso nelle
festività più sacre e nei momenti più gioiosi.
La
vite, ritenuta sacra nell'antica Cananea, fu dagli Ebrei considerata albero
messianico. E' stato anche ipotizzato che l'albero del Paradiso fosse la vite.
Nell’antico Testamento Israele è la vigna del "Signore delle
schiere", che sarà abbandonata "allo squallore, non sarà più né
potata, né sarchiata", perché, mentre Dio aspettava che "facesse
uve, fece invece lambrusche" (Isaia, 5).
Centinaia
sono le citazioni della vite e del vino nell’antico e nel nuovo Testamento. La
parola "yayin", con la quale viene indicato il succo di uva fermentato,
compare oltre 140 volte nell’antico Testamento. Il vino è stato, inoltre,
protagonista di celebri avvenimenti biblici: da Noè (Gn 9, 20-25), che piantò
la vite con la conseguenza della più famosa ubriacatura della storia, a Lot
che, ubriacato dalle figlie, venne indotto all'unione incestuosa da cui nacquero
Noab e Ben-Ammi, capostipiti delle tribù dei Noabiti e degli Ammoniti (Gn 19,
1-11); dal grappolo d’uva di enormi dimensioni, simbolo della fertilità della
terra della Valle di Escol (Nm 13, 23), a Cristo, che paragona se stesso alla
vite e gli uomini ai tralci (Gv 15, 5) e che nel miracolo delle nozze di Cana
trasforma l’acqua in vino (Gv 2, 1-12). Nell’ultima cena, infine, Gesù
affidò al pane e al vino, attraverso il mistero della transustanziazione, il
ritorno agli uomini del suo corpo e del suo sangue.
Nella
religione ebraica, le libagioni erano fatte con vino di pura uva, versando il
vino alla base dell'altare e con offerta dell'agnello (che doveva essere di un
anno ed esente da imperfezioni fisiche) oppure con fior di farina intrisa di
olio vergine.
Ancora oggi,
l’inizio e la conclusione dello Shabbat (giorno sacro agli ebrei, che inizia
al tramonto del venerdì e si conclude con quello del sabato) è segnato, ad
esempio, dalla benedizione del pane e di una coppa di vino, sulla quale si
recita la "berachà" (“benedizione” in ebraico): “Benedetto sei Tu,
Signore Dio nostro, re dell’universo che hai creato il frutto della vite”.
Nel rito del matrimonio, durante le grandi feste e soprattutto durante la
Pasqua, il vino si rende presente quale elemento santificatore e portatore di
letizia. Il cristianesimo eredita dalla tradizione ebraica questa cultura, pur
attribuendole un significato completamente nuovo, indissolubilmente legato al
sangue di Cristo versato sulla croce, e segno tangibile della Sua presenza nella
Chiesa, mediante l’Eucaristia.
La
regole ebraiche per fare il vino Kosher sono tuttora molto rigorose:
non deve contenere ingredienti
proibiti, come
grassi, vitamine, conservanti ricavati da animali proibiti (al massimo è
ammessa la chiarificazione con l'albume dell'uovo sbattuto),
bisogna evitare qualunque
elemento di lievitazione, e
deve essere lavorato
esclusivamente da ebrei.
Il
vino proibito dalla Toràh, detto "yayin nèsekh" (vino
di libagione) è il vino consacrato a divinità straniere. Infatti non si può
godere in alcuna forma di ciò che è usato per atti di culto estranei o in
contrasto con la Toràh, ovvero la Legge ebraica.
La
tradizione rabbinica proibisce il consumo e il commercio di qualsiasi altro
vino, detto "stam yenàm" *, anche se non consacrato a culti estranei
all’ebraismo, che sia stato toccato da non ebrei o, secondo l’opinione più
rigorosa, da ebrei non osservanti del Sabato. Tutto questo per prevenire la
perdita di controllo morale e sociale conseguente allo stato di ebbrezza.
Può
sembrare strano che nell’ebraismo a un alimento così potenzialmente dannoso,
sia stato dato un ruolo sacro. Per questo l’atteggiamento tradizionale ebraico
è stato quello di una scelta tra i due estremi: proibizionismo assoluto e
totale permissivismo. Da una parte uso sacrale moderato e dall’altra
limitazione al consumo.
Se
un vino prodotto sotto il controllo rabbinico rimane sempre sotto controllo,
è sottoposto a cottura (a temperature di 75,5° C secondo le opinioni più moderate)
o ad aggiunta di sostanze che ne modificano il sapore (miele, spezie), rimane
Kosher e può essere trasportato o versato da chiunque.
(* Sono considerati "stam
yenàm" tutti i vini, l’alcool, l’aceto, le bevande alcoliche derivate dal
vino come vermut, grappa, brandy e anche il succo d’uva, se non ancora
fermentato, che non sono contrassegnati e sigillati dal marchio Kosher. Ciò
risale alle origini del divieto: un vino che, attraverso la cottura, modifica il
suo sapore non è più adatto alle libagioni.)
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