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GLI
ETRUSCHI - PARTE II: I VITIGNI, IL COMMERCIO E I CELTI

Per
quanto riguarda le zone e i vitigni coltivati dagli Etruschi, alcuni scritti di
Plinio testimoniano in modo abbastanza preciso la produzione vitivinicola
in Etruria.
A Populonia, Gravisca (antico porto di Tarquinia) e nell'antica Statonia (nel
territorio di Vulci) già nel 540-530 a.C. i vigneti erano in grado di fornire
una produzione sufficiente ad alimentare un rilevante commercio esterno.
Plinio,
nell'inventario dei vitigni italiani, parla anche di quelli coltivati nell'area
etrusca, dove troviamo la Sopina, vitigno dai tralci rovesciati; l'Etesiaca,
vite precoce e ingannatrice poiché più produce tanto migliore è il vino; la
Talpona, varietà nera che dà un mosto bianco; le Alpiane, che danno un vino
molto dolce, inebriante, adatto alla produzione del passum (passito)
"lasciando dorare a lungo al sole sulla pianta i grappoli o immergendoli in
olio bollente"; e infine la Conseminia, varietà a bacca nera e a
maturazione tardiva che probabilmente era una associazione di piante diverse, il
suo vino si conservava pochissimo, l'uva molto di più, era infatti anche molto
usata come uva da tavola. Comunque
i
vigneti allora coltivati sono difficilmente identificabili con quelli attuali,
poiché nel tempo si sono avute sicuramente delle evoluzioni per incroci tra
varietà o per modificazioni genetiche.
Il
primo mosto ottenuto dalla vendemmia veniva in genere consumato subito, mentre
il restante veniva versato in contenitori di terracotta con le pareti interne
coperte di pece o di resina. Il liquido veniva lasciato riposare, schiumato per
circa sei mesi e a primavera, infine, poteva essere filtrato e versato nelle
anfore da trasporto. Il liquido così ottenuto veniva quindi
mescolato, all'interno di crateri, con acqua e miele, e travasato nelle coppe
dei commensali.
Il vino bevuto dagli Etruschi era
ovviamente molto
diverso da quello di oggi: denso, fortemente aromatico, a elevata
gradazione alcolica. Sembra
che essi amassero un vino particolarmente dolce, del tutto simile al moscato,
ottenuto con l'apporto di miele. Con l'aggiunta della pece, invece, si otteneva
il "vinum picatum", mentre in occasione di alcuni banchetti particolari al vino
venivano mischiate delle droghe, ottenendo così dei potenti afrodisiaci.
La
produzione enologica etrusca fu molto importante per i commerci che essi
effettuarono tra il 625 e il 475 a.C. al di là delle Alpi, tanto che il vino
era la moneta di scambio necessaria per ottenere materie prime (metalli, sale,
corallo) e schiavi.
I commerci avvenivano in gran parte via mare e l'anfora costituiva il migliore
recipiente per il trasporto marittimo attraverso il Mediterraneo. Infatti,
tra
la fine del VII e la fine del VI sec. a.C. nel territorio di Vulci nacque una
fiorente industria di anfore, costruite proprio per tale scopo. Le grandi
produzioni di vino, destinate all’esportazione, erano in mano ai grandi
proprietari terrieri aristocratici che probabilmente smerciavano il prodotto
attraverso le proprie navi. Anfore etrusche per il trasporto del vino sono state
ritrovate nel Lazio, in Campania, in Sicilia e in grandissima quantità nella
Francia meridionale.
Per
l'Etruria i risultati di questi commerci furono innanzitutto un'economia interna
molto specializzata nei settori della viticoltura e della metallurgia, e poi una
garanzia di approvvigionamento, sia in materie prime che nel settore alimentare.
Particolarmente
appassionati del vino etrusco furono i Celti, gli antichi abitatori della Gallia
meridionale. Dell'amore
di questo popolo per il vino scrive Plutarco: pare che essi, avendo assaggiato
per la prima volta il nettare, furono talmente entusiasti del suo sapore
inebriante che presero armi e famiglie e si diressero verso le Alpi per cercare
la terra che produceva un simile frutto, a confronto della quale il resto del
mondo sembrava loro sterile e selvaggio. Comunque sia, da quel momento inizia il
commercio con le popolazioni galliche. Nelle tombe celtiche principesche è
numeroso il materiale etrusco rinvenuto. Nei banchetti, i principi celti
utilizzavano infatti lo stesso vasellame da vino che si usava in Etruria. I vasi
contenenti il "vinum picatum" erano poi utilizzati come urne cinerarie dove
ossa calcinate e vino etrusco erano volontariamente mescolati.
Altra
particolarità: già ai tempi degli Etruschi
esisteva
la pratica di usare il vino come ingrediente per cucinare.
Testimonianze
del passato, tempi in cui non si
conoscevano ancora le tecniche del freddo,
raccontano che il vino era utilizzato anche come conservante dei cibi e in modo
particolare della carne. Lasciata immersa nel vino per molte ore, talvolta anche
giorni, la carne subiva così la tecnica gastronomica conosciuta come marinata. Ben presto
si cominciò anche a cuocere con il vino per dare maggiore sapore alle pietanze, e
così nacquero alcune ricette che ancora oggi consumiamo sulle nostre tavole, ad esempio il brasato...
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