GLI ETRUSCHI - PARTE I: ETRURIA, TERRA DEL VINO

 

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Piano piano la vite si diffuse in Sicilia, in Puglia, in Campania, in Toscana, nel Lazio, fino ad arrivare all'antica Rezia, quella vasta regione che abbracciava Trentino, Valtellina e Friuli. I semi di vite trovati nelle tombe del Chianti proverebbero che gli Etruschi portarono questa pianta dall'oriente e l'acclimatarono in Italia, mentre invece secondo alcuni studi recenti sembra che la vite esistesse in Toscana già prima della comparsa dell'uomo. Trovandola, gli Etruschi (popolo ancora oggi dalle origini misteriose) colonizzatori dell'entroterra toscano e probabili primi abitatori delle zone del Chianti, l'avrebbero "addomesticata" da selvatica che era. Quindi, non sarebbero stati i navigatori fenici a portare la pianta in Toscana, dove esisteva già: lo dimostrerebbero i reperti di travertino affiorati nella zona di San Vivaldo, dove furono ritrovate impronte fossili della "vitis vinifera" che laggiù cresceva spontanea. Il vino, "miele del cuore" come lo definisce Omero, era bevuto dagli Etruschi nella "patera", una coppa ovoidale, con due manici per poterla portare alle labbra, in uso ben sette secoli prima di Cristo.

Comunque sia, nella cultura degli Etruschi (così come nella maggior parte delle popolazioni antiche) il culto del vino si fondeva con i riti legati alla spiritualità e con la vita quotidiana. Col vino si onoravano i morti, insieme alla danza e al suono dei flauti. Soprattutto nel ceto aristocratico, erano diffuse pratiche religiose in onore di "Fufluns" (Bacco), il dio del vino. Questi riti segreti e strettamente riservati agli iniziati, grazie all’ebbrezza provocata dalla bevanda, avevano il fine di raggiungere la “possessione” del dio nel mondo terreno, garantendo così in anticipo una sorte felice nell’aldilà. Sugli affreschi ritrovati nelle tombe etrusche, si ammirano coppie che brindano e su di un vaso di bucchero ritrovato a Chiusi, è possibile vedere una donna che porge un "cantàro" a due uomini che giocano a dadi seduti al tavolo. Infatti, contrariamente a quanto avveniva presso i Romani, dove ciò era considerato licenzioso e prova di scarsa moralità, le donne etrusche godevano di enorme libertà, potevano bere vino e perfino partecipare ai banchetti conviviali, adagiate sui "klinai" (sorta di divano) accanto al loro uomo.

Il vino era legato anche a momenti di gioco e di svago. In affreschi tombali tarquinesi, si osservano i convitati che al termine del banchetto, sdraiati sui klinai, a turno lanciano il vino contenuto in una coppa contro un piattello metallico tenuto in equilibrio su un'asta alta circa due metri. Probabilmente il fine era quello di ottenere dei suoni che venivano poi imitati. Il gioco, noto come il "kottaboi", richiedeva una particolare destrezza interpretativa. Alla fine al vincitore veniva assegnato un premio.

Fra i tanti oggetti rinvenuti nei corredi funerari, è stata ritrovata una piccola grattugia di bronzo, usata probabilmente dagli Etruschi per preparare una delizia simile al "kykeion", la mistura bevuta dagli “eroi omerici”. Degustata come aperitivo, veniva preparata con vino forte, orzo, miele e con l’aggiunta di formaggio grattugiato.

I piaceri del vino etrusco furono cantati da poeti antichi, quali Plinio e Virgilio. Ecco ad esempio un passo delle Georgiche dove Virgilio celebra la ricca terra di Etruria, fertile d'uva e di vino:

 

"Salve, grande genitrice di messi, terra Saturnia,

grande madre di eroi.

Ma il suolo grasso e ricco di fecondi umori e il campo coperto d'erba,

fertile e ubertoso...

ti offriranno un giorno viti rigogliose e fluenti

di molto Bacco..."

(Georg. II, 173)

(Continua...)

                       

                                            5.        7.

 

                     

 

 

 

 

 

 

 

 

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