I GRECI - PARTE II: DIONISO E ULISSE

Il vino era per i Greci una bevanda sacra alla quale attribuivano un'importanza e una dignità assai elevata: reperti archeologici precedenti alla cultura Micenea, risalenti a prima del 1600 a.C., testimoniano che il vino era già a quei tempi utilizzato come bevanda per scopi rituali (vedi il simposio in “I Greci – Parte Prima”) e religiosi.

Esso da subito divenne simbolo di amicizia tra gli uomini, come tra questi e gli dei, e proprio in tal senso può essere considerato una delle prime sostanze naturali usate a scopi religiosi.

La mitologia greca riconosceva anche un dio del vino, Dioniso, che rivelò agli uomini i segreti della produzione della bevanda. L'iniziazione al culto di questa divinità prevedeva bere del vino e in suo onore si celebravano le cosiddette “orge dionisiache”, delle vere e proprie feste dedicate al nettare d’uva.

Già in età micenea, il mito di Dioniso era diffuso in Grecia. Dio della vegetazione, della fertilità, della procreazione, della vite e del vino, il suo culto era originario della Tracia, della Frigia, oppure della Lidia (il nome "Bakcos" è di origine lidia). Il vino era usato nella liturgia delle feste dionisiache, nei culti orfici (nei quali Dio è equiparato a un vignaiolo) ed era, presso i Romani, consumato in abbondanza nei rituali di Bacco.

Il popolo greco, forse dotato di immaginazione più degli altri, trovò giusto affidare ai narratori in versi e in prosa l'incarico di spiegare l'origine del mondo e della natura.  I cantori di gesta crearono gli Dei a immagine e somiglianza umana e li colmarono di ogni dote fisica e spirituale, perciò gli Dei greci furono preda di virtù e vizi, passioni e amori, subirono lotte, sconfitte e vittorie.  Nei poemi di Omero ed Esiodo essi, pur avendo una splendida irrequieta umanità, conservarono la dignitosa maestà dei dominatori del mondo e la formidabile potenza delle grandi forze della natura.  Così la vite e il vino sono stati solennemente celebrati nelle opere letterarie poiché si considerava il vino un dono speciale delle divinità. Dioniso però istruisce gli uomini sul modo in cui servirsi del tanto prezioso dono: esso deve essere necessariamente mescolato all’acqua (anche perché il vino utilizzato dai Greci presentava un’altissima gradazione alcolica).

Omero fu sicuramente il più grande poeta greco, nato intorno al VIII secolo a.C. Nell’Odissea egli racconta le vicende di Ulisse che, dopo aver combattuto e sconfitto la città di Troia grazie al famoso cavallo di legno da lui inventato, intraprese il viaggio di ritorno a Itaca, la sua terra d’origine. Fermatosi in un'isola chiamata Scheria (forse l'attuale Corfù), come ospite presso Alcinoo, re dei Feaci, viene invitato a un banchetto in suo onore, nel quale Ulisse racconta le sue avventure nella terra dei Ciclopi:

"Giungemmo alla terra dei Ciclopi, prepotenti e selvaggi. Essi lasciano fare agli dei: non piantano un albero con le loro mani, non arano. Ma senza semine e senza colture tutto là viene su, il frumento e l'orzo, e viti che portano grappoli enormi, da vino: glieli ingrossa così la pioggia di Zeus…" Racconta anche la storia terribile del fortissimo Ciclope, che li tenne prigionieri nella sua grotta, cibandosi, di tanto in tanto, dei compagni di Ulisse: "Allora io mi feci avanti. Andai vicino al Ciclope, gli parlavo, tenendo fra le mani una ciotola colma di vino nero. Dicevo: 'Ciclope, to', bevi vino ora che hai mangiato carni d'uomo. Così saprai che sorta di bevanda è questa che la nave nostra teneva in serbo. Io ti portavo una libagione, se mai avevi pietà di me e mi rimandavi a casa. Ma tu fai il furioso, non sei più sopportabile. Sciagurato! e come potrà venir qui da te, un domani, qualche altro dei tanti uomini della terra? Non ti comporti a dovere.' Così dicevo. Egli prese la ciotola e bevve fino in fondo: e gustò visibilmente la dolce bevanda, e me ne chiedeva ancora, una seconda volta: 'Dammene ancora, da bravo. E dimmi il tuo nome subito, ora. Voglio fartelo, il dono ospitale: e tu ne sarai contento. Anche ai Ciclopi produce la terra vino da grossi grappoli: ma questo è uno zampillo di nettare e d'ambrosia.' Così diceva. E io gli porsi ancora una volta di quel vino rosso. Tre volte gliene diedi e tre volte egli bevve d'un fiato, nella sua stoltezza. E quando il vino gli andò giù, al Ciclope, fino ai precordi, mi rivolgevo a lui con dolci parole: 'Ciclope, tu mi domandi il mio nome. Ed io te lo dirò. Ma tu dammi il dono ospitale come promettesti. Nessuno è il mio nome: Nessuno mi chiamano la madre e il padre e anche tutti i compagni.' Così parlavo. Ed egli subito mi rispose, lo spietato: 'Nessuno, io, per ultimo me lo mangerò, fra i suoi compagni: quegli altri là, prima. Questo sarà per te il mio dono ospitale.' Così disse. E rovesciandosi indietro cadde supino. E là giaceva immobile, con la grossa cervice piegata da un lato. Lo soggiogava il sonno che tutto doma. E dalla gola gli venivano su sgorghi di vino e bocconi di carne umana. Ruttava e vomitava, ubriaco com'era…”

Sempre nell'Odissea, Omero nel libro IX dedica un intero passo al vino di Marone, che così recita:


"Lascio i compagni della nava a guardia,
E con dodici sol, che i più robusti
Mi pareano e più arditi, in via mi pongo,
Meco in otre caprin recando un negro
Licor nettàreo, che ci diè Marone
D'Evanteo figlio, e sacerdote a Febo,
Cui d'Ismaro le torri erano in cura.
Soggiornava del Dio nel verde bosco,
E noi, di santa riverenza tocchi,
Con la moglie il salvammo e con la prole.
Quindi ei mi porse incliti doni: sette
Talenti d'òr ben lavorato, un'urna
D'argento tutta, e dodici d'un vino
Soave, incorruttibile, celeste,
Anfore colme; un vin ch'egli, la casta
Moglie e la fida dispensiera solo,
Non donzelli sapeanlo, e non ancelle.
Quandunque ne bevean, chi empiea la tazza,
Venti metri infondea d'acqua di fonte,
E tal dall'urna scoverchiata odore
Spirava, e sì divin, che somma noia
Stato sarìa non confortarne il petto.
Io dell'alma bevanda un otre adunque
Tenea, tenea vivande a un zaino in grembo:
Ché ben diceami il cor quale di strana
Forza dotato le gran membra, e insieme
Debil conoscitor di leggi e dritti,
Salvatic'uom mi si farebbe incontra."

                       

                                            4.        6.

 

                     

 

 

   

 

 

 

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