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Riproduzione
di un sigillo circolare impresso sul tappo di una giara, riportante il nome di
Khasekhemwy, la Dinastia di due faraoni. Esso mostra una vite aggrappata a un
graticcio o a un albero.
GLI EGIZIANI
Sebbene
i primi documenti riguardanti la coltivazione della vite risalgano al 1700 a.C.,
è solo con la civiltà egizia che si sviluppa la produzione del vino.
Erodoto
testimonia che il popolo egiziano
normalmente beveva birra (da lui chiamata “vino di orzo”), precisando che
essi usavano questa bevanda perché nelle loro terre non esistevano le viti.
Erodoto ignorava che invece in Egitto si produceva vino il quale veniva offerto
con le vivande a sacerdoti, alti
funzionari e re.
La
vite selvatica non crebbe mai spontanea nel paese, eppure una fiorente industria
del vino prosperò lungo il delta del Nilo (soprattutto grazie al traffico di
commerci tra Egitto e Palestina – l’area attualmente occupata da Israele,
West Bank, Gaza e Giordania - durante l’Era del Bronzo) per almeno tre
Dinastie (ca. 2700 a.C.), all’inizio dell’Antico Regno.
Le
prime attestazioni dell'attività vinicola presso gli antichi Egizi sono giunte
a noi da due affreschi conservati a Tebe provenienti dalla tomba
di Nakt della XVIII dinastia (1420-1411) con riproduzione della vendemmia, e
dalla tomba di Userhat, regno di Amenofi (1450-1425), con riproduzione della
pigiatura e della registrazione delle giare.
I vini prodotti erano
soprattutto rossi, ne dà prova il fatto che le uve raffigurate sono
solo di qualità nera, cioè quelle tipiche dei climi temperati. Il vino veniva
conservato in anfore dallo stretto collo, solitamente a due manici, sigillate
con un tappo circolare di terracotta e da un coperchio conico di argilla che
veniva fortemente pressato lungo il bordo. Su questa copertura di argilla
venivano solitamente impressi vari sigilli cilindrici riportanti il nome del
faraone. Nell'antico Egitto la pratica della vinificazione era talmente
consolidata che da tombe e palazzi,
risalenti ad almeno 5.000 anni fa, gli archeologi hanno riportato alla luce
anfore provviste di etichette che riportavano con la massima precisione
caratteristiche e provenienza del contenuto. Questi
sigilli di garanzia fornivano anche informazioni sul nome del vino, la regione
di provenienza della vite, l'anno di produzione, il titolare della primordiale
azienda vinicola e addirittura un giudizio di qualità della bevanda. In alcune
di queste anfore è stato ritrovato anche del vino conservato da diversi anni,
esempio dei primi tentativi di attuare la pratica dell’invecchiamento.
Alcuni geroglifici
risalenti al 2500 a.C. descrivono già la presenza di almeno cinque tipi di vino
che costituivano parte degli approvvigionamenti – o come diremmo oggi, il
“menù fisso” – che il defunto avrebbe portato con sé nell’aldilà. Inoltre
esistono pitture murarie egizie rappresentanti banchetti e anche persone in
stato di ubriachezza.
Gli
Egizi usavano il vino anche per i sacrifici, durante i quali accendevano il
fuoco e versavano il vino sulla vittima (normalmente si usavano bovini o, in
occasione di sacrifici particolari, il maiale), uccidendola e invocando il dio.
Tali funzioni si eseguivano in quanto i mali, che altrimenti sarebbero ricaduti
sui sacrificanti o sull'Egitto intero, dovevano invece ricadere sulla vittima.
Dall'Egitto
la pratica della vinificazione si diffuse presso gli Ebrei, gli Arabi e i Greci.
Questi dedicarono al vino una divinità: Dionisio, Dio della convivialità.
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