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CYNTHIA OZICK, da "Eredi di un mondo
lucente" (2004)
Mai prima di allora
il vino era entrato in quella casa. E ora eccolo qui, nel bicchiere che andava
dalla signora Mitwisser, e in quello che veniva posato davanti al piatto del
professor Mitwisser, e nel mio. Non lo avevo mai assaggiato, il vino, e nulla
sapevo della sua squisitezza, se ne aveva; ma quando Mitwisser si portò il
bicchiere prima alle narici e poi alle labbra con una svagata, quasi sognante
concentrazione, fu come se un vento familiare passasse sopra la sua testa, o
persino attraverso la sua persona: un vento che veniva da molto lontano, dal
passato, da prima che lo buttassero fuori, fuori da quell’Europa che ero giunta
a considerare come una densa massa vulcanica nascosta sotto un velo nero che si
stava disintegrando. Non sapevo niente dell’Europa, non sapevo niente del vino;
credevo oscuramente che fosse in qualche modo nobile, “aristocratico”, l’elisir
di preti e re. Ma non mi piacque questo vino che Bertram ci aveva portato: era
troppo acido, e troppo scuro, come sangue venoso, e puzzava di adescamento, di
conciliazione. Bertram era stato lesto a capire di chi era la mano che reggeva
lo scettro familiare. Io ero solo la sentinella che lo aveva fatto entrare. Il
professor Mitwisser era la maestà che poteva tenerlo o cacciarlo, e per
compiacere questo incostante sovrano era necessario accudire la strana invalida
dell’ultimo piano. Bertram era un ottimo infermiere. In dieci minuti poteva
preparare una poltiglia per una cicatrice che prudeva o un piatto saporito per
un appetito ignavo. Il vino rallegrava sia il sovrano che sua moglie. Onorava il
sovrano, calmava la moglie.
“Ad Albany,”
rammentai a Bertram, “noi non abbiamo mai bevuto vino.” Di rado gli
parlavo di quei mesi passati al sicuro in cui era stato il mio salvatore e
consolatore. Ma a questo punto mi sentivo astiosa.
“Me lo ha fatto
conoscere Ninel.”
Dissi acidamente:
“Non pensavo che il Partito approvasse il vino.”
“Be’, Ninel sì,
perché no? Contadini italiani, lavoratori francesi, è vino quello che tracannano
le masse. Sai, le masse...” E mi fece un sorrisetto, in quella specie di
accattivante autoparodia che conoscevo bene.
Un attimo dopo il
sorriso sparì, lasciandogli una bocca da cane bastonato. Ogni volta che tra noi
deflagrava il nome di Ninel, Betram piombava nella tristezza. Certe volte facevo
il nome di Ninel solo per vederlo oscurarsi in viso: queste eccitate intrusioni
nel dolore sepolto di Bertram erano la mia vendetta. Volevo scardinare la sua
mollezza. Non era per Ninel; Ninel era morta. In questa casa Bertram era, almeno
per me, un angelo cattivo: tutta quella disponibilità, quel continuo appello
all’armonia, quel desiderio di accontentare tutti, di cancellare ogni pecca...
Bertram era troppo liquidamente nobile, come il vino.
Aveva cominciato a
fare la spesa. Questo era stato un compito di Anneliese, e successivamente mio.
A Bertram piaceva curiosare tra le verdure, e nelle grotte buie delle botteghe
sotto il traliccio: diceva che gli facevano venire delle idee. Lo accompagnava
Waltraut, spingendo un passeggino da bambola in vimini. Era stato ritrovato in
un mucchio di giocattoli rotti e abbandonati: c’erano tanti di quei giocattoli,
una giungla di giocattoli! Il passeggino in vimini era indispensabile: Bertram
si chinava per riempirlo con i sacchetti della spesa. La bottiglia di vino – due
bottiglie di vino, anzi – se le ficcava in tasca, per avere le mani libere per i
fagotti più voluminosi...
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