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JOANNE HARRIS, da "Vino,
patate e mele rosse"
(1999)
Il vino parla. Lo sanno tutti. Guardati in
giro. Chiedilo all'indovina all'angolo della strada, all'ospite che non è stato
invitato alla festa di nozze, allo scemo del villaggio. Parla. E' ventriloquo.
Ha un milione di voci. Scioglie la lingua, svela segreti che non avresti mai
voluto raccontare, segreti che non sapevi nemmeno di conoscere. Grida, declama,
sussurra. Racconta grandi cose, progetti meravigliosi, amori tragici e
tradimenti terribili. Ride a crepapelle. Soffoca piano una risata fra sé. Piange
per i suoi stessi pensieri. Riporta alla mente estati di molto tempo fa e
ricordi che è meglio dimenticare. Ogni bottiglia un soffio di altri tempi, di
altri luoghi e ciascuno è un piccolo miracolo, dal più comune Liebfraumilch
all'imperioso Veuve Clicquot 1945. Magia quotidiana, così la chiamava Joe. La
trasformazione di una sostanza di base in quella dei desideri. Alchimia dei
profani.
Prendi me, per esempio. Fleurie 1962. Ultima
sopravvissuta di una cassa da dodici, imbottigliata e messa in cantina l'anno in
cui nacque Jay. Un vino vivace e garrulo, gradevole e appena esuberante, con
una nota aspra di ribes nero, proclamava l'etichetta. Non esattamente un
vino che si conservi, invece è successo. Per nostalgia. Per un'occasione
speciale. Un compleanno, forse un matrimonio. Ma i suoi compleanni trascorrevano
senza festeggiamenti, a bere del rosso argentino e guardando vecchi western.
Cinque anni fa mi pose sulla tavola apparecchiata con candelieri d'argento, ma
non accadde nulla. Però la ragazza rimase. Insieme a lei arrivò un esercito di
bottiglie, Dom Pérignon, vodka Stolichnaya, Parfait Amour e Mouton-Cadet,
birre belghe in bottiglie dal collo lungo, vermouth Noilly Prat e Fraises des
Bois. Anche loro parlano, di sciocchezze soprattutto, un chiacchiericcio
metallico come ospiti che tentano di socializzare a una festa. Ci rifiutammo di
avere a che fare con loro. Fummo spinte verso il fondo della cantina, noi tre
sopravvissute, dietro alle file scintillanti delle nuove arrivate, e lì
rimanemmo, dimenticate, per cinque anni. Château Chalon '58, Sancerre '71, e io.
Château Chalon, seccato per la retrocessione, finge di essere sordo e spesso non
vuole parlare affatto. Un vino generoso, di grande carattere e personalità,
dice nei rari momenti in cui si apre. Gli piace ricordarci la sua maggiore
anzianità, la longevità dei vini gialli del Giura. Ne va molto fiero, così come
del suo bouquet mielato e del suo straordinario lignaggio. Sancerre si è fatto
acetoso da tempo e parla ancor meno, ogni tanto sospira appena per la giovinezza
svanita. E poi, sei settimane prima dell'inizio di questa storia, arrivarono le
altre. Le straniere. Le Speciali. Le intruse che hanno dato il via a tutto,
anche se loro stesse sembravano dimenticate dietro alle nuove, splendenti
bottiglie. Erano sei, ciascuna con una piccola etichetta scritta a mano e una
capsula di cera di candela. Ogni bottiglia aveva una cordicella di colore
diverso annodata intorno al collo: rosso lampone, verde sambuco, blu mora,
giallo frutto della rosa, nero susina selvatica. L'ultima bottiglia, legata con
una corda marrone, era vino che non avevo mai sentito nominare. Speciali 1975,
diceva l'etichetta, la grafia sbiadita nel colore del tè vecchio. Ma all'interno
c'era un alveare brulicante di segreti. Non c'era modo di sfuggire: ai loro
mormorii, ai loro fischi, alle loro risate. Fingevamo indifferenza alle loro
stramberie. Dilettanti. Non una traccia d'uva, in nessuno di loro. Erano
inferiori, e sopportavamo malvolentieri la loro presenza fra di noi. Eppure
c'era una sfacciataggine attraente in questi sei filibustieri, un incontro
febbrile di gusti e immagini che avrebbe fatto vacillare vitigni ben più sobri.
Ovviamente non ci degnavamo di parlare con loro. Ma quanto lo desideravo. Forse
per quel retrogusto plebeo di ribes nero che ci univa.
Dalla cantina si udiva tutto quello che
accadeva in casa. Riconoscevamo gli eventi dall'andirivieni dei colleghi che ci
venivano preferiti: il venerdì sera dodici birre e risate all'ingresso, la sera
prima una sola bottiglia di un rosso californiano così giovane che si poteva
quasi sentire l'odore di tannino, la settimana precedente - il compleanno di
lui, guarda caso - una mezza bottiglia di Moët, una demoiselle, la misura
più solitaria ed esplicita, e il lontano suono nostalgico di spari e zoccoli di
cavalli dal piano di sopra. Jay Mackintosh aveva trentacinque anni. Senza segni
particolari tranne gli occhi che erano indaco come il pinot noir, aveva
quell'aria stranita, leggermente sorpresa, di un uomo che ha smarrito la strada.
Cinque anni prima Kerry aveva trovato quest'aspetto attraente. Ma ormai non la
appassionava più. Nel suo essere passivo c'era qualcosa di profondamente
fastidioso che celava un'essenza testarda. Precisamente quattordici anni fa, Jay
aveva scritto un romanzo intitolato Tre estati con Joe Patata. Lo saprai
di certo. In Francia vinse il premio Goncourt e fu tradotto in venti lingue.
Festeggiarono la sua pubblicazione tre casse di Veuve Clicquot del '76, bevuto
troppo giovane per fargli giustizia, ma a quel tempo Jay era sempre così,
precipitoso verso la vita come se non dovesse prosciugarsi mai, come se quanto
era imbottigliato dentro di lui dovesse durare per sempre, successo dopo
successo, in una festa senza fine.
A quel tempo non c'era cantina. Stavamo sul
camino sopra la sua macchina per scrivere, come portafortuna, diceva. Quando
finì il libro aprì l'ultima delle mie compagne del '62 e la bevve molto
lentamente, girando e rigirando il bicchiere in mano dopo averla finita. Poi si
avvicinò al camino. Stette lì fermo per un istante. Poi sorrise e ritornò, in
equilibrio un po' precario, verso la sua sedia.
«La prossima volta, tesoro», promise.
«Rimandiamo alla prossima volta».
Vedi, lui mi parla, così come un giorno sarò
io a parlargli. Sono il suo più vecchio amico. Ci capiamo. I nostri destini sono
intrecciati...
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