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OGGI CUCINA EINSTEIN
Robert L.
Wolke è un bel signore dai capelli bianchi, oltre i settanta. Da
quando è diventato professore emerito di chimica all’Università
di Pittsburgh, ha trasferito il suo laboratorio in una cucina
dalle piastrelle verdi. Titolare della rubrica di gastronomia
«Food 101» sul Washington Post, è molto popolare negli Stati
Uniti. Con Marlene Parrish, ha appena pubblicato Further
adventures in kitchen science, seguito di Einstein al suo cuoco
le raccontava così, che circola in Italia edito da Apogeo.
Esagerando un po’, molti considerano Wolke un precursore della
cucina molecolare, ora di gran moda. Ricordate il borghese
gentiluomo di Molière, che parlava in prosa senza saperlo? Bene,
qualcosa di simile vale anche per cuochi e massaie.
In realtà da sempre cucinare significa manipolare le molecole
degli alimenti. Soltanto non ne eravamo consapevoli. Qualsiasi
cucina è un laboratorio dove avvengono reazioni più o meno
gradevoli di chimica e di fisica: gas, forno elettrico e a
microonde, frullatore sono attrezzi per modificare e combinare
le molecole. Come ci ricorda lo stesso Wolke, il vero pioniere
della cucina molecolare è il biochimico francese Louis-Camille
Maillard, nato nel 1878 e morto nel 1936. Fu lui a scoprire
l’origine del buon odore dell’arrosto e di tutto ciò che viene
abbrustolito. Si tratta, appunto, della «reazione di Maillard»:
quando piccole quantità di zucchero o di amido vengono
riscaldate insieme con proteine o amminoacidi (i «mattoni» che
formano le proteine), «parte della molecola di zucchero (o
meglio del suo gruppo aldeidico) reagisce con la parte azotata
della molecola proteica (ossia il suo gruppo amminico) e ciò
porta alla formazione di polimeri di colore scuro e di composti
chimici molto saporiti, anche se non identificati». Se trovate
la faccenda troppo difficile, non preoccupatevi: è proprio
complicata, «gli scienziati che si occupano di gastronomia –
annota Wolke – sono tuttora impegnati nel ricostruire nel
dettaglio le reazioni di Maillard». Maillard ha fatto il primo
passo, ma va a Pierre-Gilles de Gennes, premio Nobel per la
fisica nel 1991, il merito di aver lanciato la cucina
molecolare. Noi siamo abituati a pensare che gli stati della
materia si riducano a tre: solido, liquido e gassoso, più lo
stato di plasma, che è comunissimo nell’universo ma raro sulla
Terra. De Gennes ha fatto notare che, in gastronomia, la materia
non è quasi mai in questi stati. Abbiamo piuttosto a che fare
con schiume come quella del cappuccino, emulsioni come la
maionese, gelatine, creme. E per studiarle dal 1992 De Gennes ha
messo insieme un gruppo di chimici, biologi, fisici e cuochi.
Anche la ricetta più semplice, vista con l’occhio del chimico,
di semplice non ha niente. Ernesto Ferrero segnalava qualche
giorno fa un racconto in cui Primo Levi spiega come un uovo
diventi sodo. L’albume è fatto di proteine e di acqua. Come
tutte le proteine, anche quelle dell’albume sono simili a nastri
arrotolati su stessi in minuscoli gomitoli. Riscaldate, le
proteine si srotolano (i chimici dicono che si denaturano) e
formano un reticolo ingarbugliato che intrappola le molecole di
acqua. È il fenomeno della coagulazione. Ogni proteina ha la sua
temperatura di coagulazione. Dario Bressanini su Le Scienze di
marzo ci spiegava che l’albume coagula a 62 gradi e diventa un
solido morbido a 65. L’ovotransferrina, che costituisce il 12
per cento delle proteine dell’albume, coagula a temperatura più
alta, e quindi mantiene la morbidezza. A 85 gradi anche l’ovalbunina,
che rappresenta più di metà delle proteine dell’albume,
incomincia a coagulare. Il tuorlo, che è fatto di grassi,
solidifica a 70. Conclusione: il perfetto uovo sodo si ottiene
con un compromesso termico: tenendolo per un’ora a 65 gradi.
Solo così avrà la consistenza e il gusto ideali, senza che si
formi intorno al tuorlo una pellicola verdognola: un solfuro di
ferro dall’aspetto poco appetitoso. Perché anche i colori, in
cucina, sono un risultato di fenomeni chimici. Hervé This, chef
della cucina molecolare, nel suo I segreti della pentola (Jaka
Book) ci spiega, per esempio, perché gamberi, granchi, astici e
aragoste diventino rossi quando vengono immersi nell’acqua
bollente. Dipende dal fatto che il carapace dei crostacei
contiene una molecola con 4 atomi di ossigeno, l’astraxantina,
che negli animali vivi è legata a un’altra proteina formando una
sostanza scura. Il calore dissocia le due proteine e appare il
colore rosso dell’astraxantina.
Nel salmone questa molecola è presente da sola: è quel colore
rosa che sta così bene nel piatto. In Italia sulla frontiera
della cucina molecolare troviamo Davide Cassi, professore di
fisica della materia all’Università di Parma, affiancato dal
cuoco Ettore Bocchia. Le loro ricette prevedono la cottura
dell’uovo a freddo nell’alcol etilico, la frittura del pesce
nello zucchero fuso, la surgelazione istantanea nell’azoto
liquido a 196 gradi sotto zero e altre stranezze. Tutte, però,
deliziose. A cominciare dal sorbetto che si ottiene versando in
azoto liquido un banale succo di frutta. Ma provate anche a
immergervi un rametto di sedano. Dopo qualche secondo è
cristallizzato, va in pezzi come se fosse di vetro: posandolo
sulla lingua, nel brusco sbalzo termico da -196 a +37 °C
libererà aromi meravigliosi. C’è da preoccuparsi dei
chimici-gastronomi? No. Cassi e Bocchia nel loro libro di
ricette Il gelato estemporaneo e altre invenzioni gastronomiche
(Sperling & Kupfer) hanno scritto il «Manifesto della cucina
molecolare italiana». Il primo punto dice: «Ogni novità deve
ampliare, non distruggere, la nostra tradizione gastronomica».
(fonte
www.lastampa.it )
Aprile
2007
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