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Le osterie nei
monumenti e il 'saltarello' comunale
Nei
secoli scorsi Roma è stata la città dell'uso spontaneo e
'improprio' dei resti del passato: le botteghe artigiane nei
fornici del Teatro di Marcello, i bevitori che schiamazzavano
nella taverna dentro le Terme di Diocleziano, la più grande
della città. Il fenomeno, non estraneo neppure ai nostri tempi,
toccò l'apice a fine Ottocento: era l'epoca dell' "Osteria del
Palatino", installata sotto la volta a botte del tempio di
Apollo, sul lato destro dell'Arco di Costantino; e di quella
fuori porta su via di San Sebastiano, proprio dentro i ruderi
della villa di Asinio Pollione, battezzata con il nome
dell'antico proprietario e ricoperta di marmi e lapidi:
apprezzata per la grande varietà di vini dei Castelli, era anche
detta "Vacce forte" vista la scarsa simpatia riservata ai
bevitori moderati.
Alcune osterie, antenate caserecce degli odierni templi del
"lunch" e del fast food, nei primi anni del Novecento si
specializzarono nel servire pranzi veloci agli impiegati, in
particolare a quelli comunali. La più nota era il "Giardino
Tarpeo" al Campidoglio, a due passi dagli uffici: un locale di
sei metri per otto che si affacciava sul Foro romano e sul
Palatino. Era detta anche "Ufficio nono del Comune di Roma",
perché all'epoca il Comune si articolava in otto Ripartizioni,
tutte gravitanti sul Campidoglio e immediati dintorni. Quando
gli stomaci dei capitolini cominciavano a dare segni di
impazienza, numerosi impiegati del tempo, lasciato il manicotto
sulla scrivania, si avviavano verso l'osteria "muro muro",
strisciando come lucertole in mezzo all'erba parietaria che,
allora come ora, ricopriva le pendici del Sacro Colle. Giunti
sul luogo, li attendevano un piatto fumante di spaghetti cacio e
pepe e un quartino. Cibo semplice e fragrante, vino buono e il
Foro sotto gli occhi: quei mezzemaniche, con la loro "fughetta"
violavano l'orario (sei ore senza pausa per il pranzo) ma
avevano le loro buone ragioni. L'oste, che era un pasta d'uomo e
conosceva i magri stipendi dei comunali, accettava il pagamento
a rate dei conti accumulati. Tanta generosità gli costò la
cessione del locale.
Risale a quell'epoca, e proprio alla pausa pranzo di straforo,
una pratica ancora in uso (anche se in via di definitiva
archiviazione, dato l'uso a tappeto dei badge elettronici): il
cosiddetto "saltarello", che non è la celebre danza popolare
ciociara e romana, ma un sistema estemporaneo di controllo delle
presenze sul posto di lavoro. Il capo ufficio scrupoloso fa
circolare rapidamente un foglio in bianco che gli impiegati
devono firmare, davanti a lui o a suoi incaricati, attestando
così la propria presenza. Ogni dipendente comunale conosce bene
l'allarme che si diffonde in ufficio quando un collega annuncia
in anteprima l'arrivo del terribile foglio. E immaginiamo che
molti spaghetti al pecorino siano andati per traverso ai nostri
predecessori.
Perché "saltarello"? Non siamo riusciti a trovare l'etimologia
del termine e possiamo solo fare supposizioni: forse la parola
richiama il ritmo vorticoso del foglio che gira tra le stanze, o
forse si riferisce al fatto che il controllo, di solito piazzato
nel bel mezzo della giornata lavorativa, è come un piccolo e
veloce salto al centro dell'orario.
Tornando alle osterie, il rimedio fu comunque trovato: la
Trattoria del Gattamelata risolse il problema del vitto
quotidiano degli impiegati capitolini consegnando il pranzo in
ufficio. Come per il "lunch" e il fast food, anche per il
catering nulla di nuovo sotto il sole.
(fonte
Comune di Roma)
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