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Tra vino e "storie de cortello":
la "passatella"
A Roma,
città dell'acqua, il vino rischiava di insidiarne il primato.
Nessuna classe sociale, neppure nobili e cardinali, disdegnava
le osterie, ritrovo universale per chiunque cercasse un rimedio
alla sete, alla fatica, alle avversità quotidiane, alle
delusioni d'amore, alla povertà o alla noia del troppo lusso. Ci
si andava per dimenticare ma anche per incontrare amici e fare
gazzarra. Immancabile, nel corso di una bevuta collettiva, la
"conta del vino", più nota come "passatella".
Un gioco molto antico, risalente agli antichi romani che lo
chiamavano "rex vini, regnum vini": se ne trovano entusiastiche
descrizioni in Catone e Orazio. Ma nel tempo le regole mutarono,
così come sparì il carattere "nobile" del gioco per fare largo
ad un passatempo godereccio, popolaresco e cruento. Il finale,
attestano tutti i cronisti dell'epoca, degenerava frequentemente
in rissa.
Lo scopo era far rimanere a bocca asciutta uno dei partecipanti,
per poi sbeffeggiarlo. E non sempre il perdente accettava di
buon grado di veder gli altri bere il vino che avrebbe dovuto
pagare lui. La "passatella" aveva un regolamento molto rigido e
fasi piuttosto complesse. Riassumendo all'estremo, gli elementi
essenziali erano questi: tutti i giocatori procedevano alla
conta aprendo simultaneamente le dita di una mano, come nel
gioco della morra. Chi dalla conta risultava prescelto era
detto, semplicemente, "la Conta". Questi aveva diritto alla
prima bevuta e doveva nominare il "padrone" e il "sottopadrone"
del vino.
Al padrone spettava il compito di riempire a sua discrezione i
bicchieri degli altri partecipanti. Più determinante, in realtà,
era il ruolo del "sotto": costui, infatti, poteva decidere di
"passare", ossia di saltare, uno dei giocatori. E poteva anche
nominare dei suoi vice che a loro volta procedevano, ad
arbitrio, ad ulteriori "passate". Chi alla fine di una serie di
giri, o mani, restava definitivamente escluso dalla bevuta
veniva "fatto olmo" (termine di incerta etimologia che
significa, appunto, escluso) e doveva pagare per tutti.
La "passata" era quasi sempre suggerita da rancori o ruggini
personali; e si ha precisa testimonianza di dialoghi al vetriolo
tra i "sottopadroni" e le loro vittime di turno. Non
infrequenti, come si accennava, gli epiloghi a coltellate.
Specialmente quando l' "olmo" era un "paìno" dal sangue caldo,
uno di quei giovanotti capaci di prendersela a male "si
quarcheduno je carpestava l'ombra". Oggi a Roma la passatella è
morta e sepolta, ma qualche vecchio la gioca ancora
(fortunatamente in modo del tutto pacifico) in qualche paese
della montagna laziale.
(fonte
Comune di Roma)
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