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La cucina ebraica a Roma
La cucina
ebraica occupa un posto di assoluto rilievo nelle tradizioni
culinarie romane, anche se molte leccornie romanesche restano
escluse, per i loro ingredienti, dalle prescrizioni "kashèr",
notoriamente assai scrupolose in tema di 'liceità' dei cibi e
soprattutto di abbinamenti. Insomma, i piatti ebraico-romani
sono entrati tutti nella gastronomia romana, mentre i piatti
romani non ebraici restano spesso fuori dalla severa selezione
rabbinica.
Durante le festività, la preparazione dei menù era attenta e
scrupolosa, in passato come oggi, e vissuta con profonda e
religiosa intensità. Tra i rituali più tipici e complessi del
calendario religioso ebraico, quello della Pasqua (Pesach),
detto anche "degli àzzimi", ricorda la fuga dalla schiavitù
d'Egitto, come fatto storico e grande allegoria della
liberazione individuale per via di fede e soccorso divino.
La festa di Pesach cade nel mese di Nisan (tra metà marzo e
aprile) e dura sette giorni. A tavola, il culmine è la sera
della vigilia del primo giorno, quando si consuma il pasto
rituale, rimasto praticamente identico nei secoli. La cena della
vigilia, detta "Seder" che in ebraico significa "ordine", è oggi
la stessa dei tempi del Belli, per cui usiamo indifferentemente,
nella nostra breve e incompleta descrizione, verbi al presente o
al passato.
Ogni minimo gesto è collocato tra gli altri in una precisa
sequenza, ogni elemento ha un senso, ogni cibo si carica di
significati simbolici ed è accompagnato da formule e citazioni.
Dopo la benedizione iniziale e la lavanda delle mani, si prende
il "Karpas", rametto di sedano o di altra verdura; lo si intinge
in aceto o in acqua salata e, prima di mangiarlo, si benedice
Dio creatore. Il Karpas è simbolo di primavera e liberazione,
dove il gocciolare dell'aceto (o dell'acqua salata) è memoria
sia delle lacrime versate dalle madri quando gli Egiziani
strapparono loro i figli, sia del Mar Rosso che si aprì al
passaggio degli Ebrei che lasciavano la schiavitù.
Segue la divisione delle azzime (il pane non lievitato), atto
complesso e rigidamente regolato. Poi, a cena iniziata, la
lettura commentata dell'Haggadah, il passo del "pane
dell'afflizione" che afferma l'attesa dell'affrancamento: oggi
ancora schiavi, domani liberi in terra d'Israele. Quindi,
durante il pasto, un'articolata serie di brindisi col vino.
Particolare cura era, ed è, dedicata alla tavola che doveva
essere ricoperta da una tovaglia candida, su cui non potevano
mancare alcuni oggetti: un tovagliolo ripiegato tre volte, con
sopra le tre azzime; un bicchiere di vino per il profeta Elia;
altro vino in quantità sufficiente da permettere a ciascun
commensale di berne quattro bicchieri - e quattro sorsate per
ogni bambino -; uova sode in acqua salata o aceto e il "karpas"
di cui abbiamo detto, posto su un vassoio.
Diversi i menù preparati per l'occasione. Tra i più tipici:
'foglietti' in brodo con piselli freschi o palline di pane
azzimo, triglie alla mosaica, polpettone di tacchino e salame
d'oca, carciofi e spinaci.
Tra i dolci, la torta di mandorle, preparata secondo questa
ricetta: per sei persone si lavorano bene sei tuorli d'uovo con
300 grammi di zucchero e altrettanti di mandorle, due cucchiaini
di maraschino e, in ultimo, le chiare montate a neve. Bastano
trenta minuti a calore moderato nel forno per cuocere questo
delizioso dolce, che ancora oggi è possibile gustare nella
tipica pasticceria al Portico d'Ottavia.
(fonte
Comune di Roma)
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