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Come il tempo cancella le sue immagini così gli uomini cancellano la storia che essi hanno creato. Quando Vittorio Emanuele II, decise di costruire per se stesso il Vittoriale a piazza Venezia, un monumento alla morte, per creare un tracciato di congiunzione con il Vaticano, sull'esempio delle strade consolari dei grandi imperatori romani, allargò la via dei Papi, ed aprì un largo percorso nel dedalo delle viuzze della struttura urbanistica rinascimentale per avere quello che oggi è il corso del Re d'Italia.Era il 1800 e tutti i palazzi che si trovarono lungo la nuova direttrice furono abbattuti o costretti a subire delle trasformazioni. Si creò così un intreccio di stili fra vecchie e nuove strutture con la creazione di ibridi, una categoria urbanistica rimasta a testimoniare, come una sorta di ponte, il passaggio da uno stile epocale, quello dei cosiddetti "papi costruttori", iniziato con Eugenio IV (1431-47) ad un altro, muti testimoni della storia e della voglia di cambiamento dell'umanità. A quel tempo, Roma era una città sconvolta dalle lotte dello scisma d'occidente, le strade erano insicure, nonostante il ripetersi quotidiano delle esecuzioni capitali ed il bestiame pascolava dappertutto.Campo dei Fiori, uno dei pascoli, fu lastricato nel 1456. I pontefici che si susseguirono, si preoccuparono di migliorare la che si districava in un labirinto irto di pericoli e questa preoccupazione si trasmise anche al Re d'Italia che, disattendendo la bolla di Pio II che comminava la pena della scomunica a chi "demolisca, distrugga restringa, abbatta o riduca in calce qualunque edificio pubblico antico", pensò di risolvere i problemi attuando quegli sventramenti che causarono la perdita di importanti testimonianze. Come in uno scrigno, all'altezza di Palazzo Massimo alle Colonne, ove avvenne il famoso miracolo di S. Filippo Neri, chiuso tra la Basilica di S. Andrea della Valle, piazza Navona, e Campo dei Fiori, protetto dal Pontificio Palazzo della Cancelleria, il Palazzo appartenuto a Girolamo Pichi, oggi al civico n. 154, fu costretto ad una mutilazione di ben 16 metri per consentire il passaggio della nuova arteria urbanistica che privò la costruzione di tutta la facciata anteriore che dava sulla strada, rimasta invece intatta nella parte posteriore che dà su via Paradiso e via dei Bovari, essendo preclusa sul quarto lato. Hieronymus, alla maniera latina, figlio di Ceccolo, un maestro stradaiolo, commissionò a Leon Battista Alberti (1404-1472) il progettista di Eugenio IV, il disegno dell'edificio il cui prospetto è riprodotto in un'incisione del Vasi. Secondo alcuni vi sarebbe stato anche un intervento di Pietro Rosselli (1474-1531). Quel periodo fu segnato da grandi trasformazioni che culminarono nel sacco di Roma nel 1527 ed il passaggio dell'Italia papalina sotto l'egemonia di Carlo V.Le finestre del mezzanino erano alquante piccole e immediatamente al disopra degli archi al piano nobile, invece , erano ad arco e contenute entro una cornice quadrangolare decorate con rose ed uccelli, i picchi, per richiamare appunto l'origine del nome della famiglia Pichi o Picchi. Al piano superiore tornavano le piccole finestre sotto il tetto molto sporgente. Il Palazzo originariamente era impreziosito da sculture e pitture e si narra che durante i lavori furono trovati un rilievo del I-II sec. raffigurante tre delle fatiche di Ercole ed un frammento di una meridiana. Ai piedi dello scalone, di pregevole fattura, vi è una statua in bronzo, raffigurante Eolo che con il suo soffio sorregge Ermes (Mercurio) il dio alato messaggero degli dei, figlio di Zeus e di Maia, con in mano un bastone recante due serpenti avvinghiati, il simbolo di Asclepio (Esculapio) il dio della medicina che aveva avuto da Apollo il dono di guarire. Eolo era il dio dei venti custoditi in una caverna nell'isola di Lipari e Ermes, protettore di viandanti, commercianti e ladri, accompagnava i morti all'Ade. Appare quindi molto strano che spinto dai venti e dai suoi calzari alati, Ermes rechi con se le insegne della guarigione. Probabilmente l'allegoria sta a significare che la scienza medica già allora si sviluppava con una velocità paragonabile ai venti più impetuosi e probabilmente, nei secoli successivi, il palazzo dovette essere sede di importanti dottori della medicina.Nell'ottocento la facciata venne rifatta da Ciriaco Salvatori e, ai tre piani originali, fu aggiunta una sopraelevazione con un grosso lucernaio. Il nuovo prospetto presenta finestre tutte architravate e quelle del primo e secondo piano sono anche racchiuse in un riquadro che richiama quello del palazzo della Cancelleria. Le due facciate rimaste intatte recano sull'architrave delle finestre la scritta "Hieronimus Picus". La stessa scritta è riprodotta, insieme agli uccelli, sull'architrave di due portali all'interno dell'atrio dello scalone. Tra i due portali, addossata alla parete, vi è una fontana alla quale ignoti hanno asportato la statua centrale che sormontava la vasca piccola dalla quale si riversava acqua in un laghetto sottostante.Il palazzo si apre con un importante portale in legno e ferro, con incastonature di marmo, recentemente restaurato, di cui si possono ammirare i cardini di pregevole fattura, che apre sull'atrio dell' ingresso a forma circolare. Al suolo, marmi policromi con sovrastante volta a cupola istoriata sorretta da massicce colonne con ai lati due gigantesche statue raffiguranti il gioco della palla tra i romani. Si prosegue lungo una piccola navata, sempre impreziosita di marmi a spacco e di piccole sculture, alla fine della quale si sfiora la suggestiva costruzione in legno all'interno della quale si sviluppa un efficiente servizio di portineria . Un discorso a parte merita lo scalone, esempio unico di armonia e leggerezza di rampe e pianerottoli, contenuti verso il lato esterno da una ringhiera in lega di fusione e impreziosita verso il lato interno da un corrimano in marmo di broccatello che corre lungo la sommità del rivestimento. Al centro un grosso lucernario in stile liberty da cui scende ininterrotta verso il suolo una lunga asta per il sostegno di antiche lucerne in bronzo sovrastate da leoni. Il palazzo attualmente appartiene alla famiglia Cecchini ed è destinato a sede di importanti studi professionali e uffici, serviti da due ascensori.
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