ROMA - I MONUMENTI

 

 

ANTIQUARIUM DEL CELIO, Via del Parco del Celio 22

 

 

Si tratta dei resti di edifici costruiti a partire dal II secolo d.C. Il nucleo più antico è costituito da una grande domus a più piani, attualmente al di sotto della navata destra della basilica, e da altri due edifici poco conosciuti. All’inizio del III secolo la zona prospiciente il Clivo di Scauro viene occupata da un portico con botteghe a livello strada ed abitazioni al piano superiore: attualmente si trovano al di sotto della navata centrale e di quella sinistra della basilica e la facciata sul clivo si vede ancora perfettamente inglobata nelle costruzioni più recenti con 13 finestre al primo piano e 12 al secondo. Le botteghe avevano ciascuna due vani: uno anteriore, il negozio vero e proprio, ed uno posteriore usato come retrobottega con uscita secondaria su un cortile. Alla fine del III secolo-inizi IV fu probabilmente di un unico proprietario che ristrutturò l’intero complesso in una grande casa signorile: le botteghe del lato ovest divennero vani di rappresentanza decorati con affreschi e pavimentati con tarsie marmoree, quelli del lato est ebbero mansioni di servizio; il porticato fu chiuso e suddiviso con tramezzi. Alcuni ambienti pertinenti alle strutture precedenti vennero invece interrati. Fulcro della nuova casa divenne quindi il cortile-vicolo: lungo alcune delle sue pareti furono realizzati splendidi affreschi a soggetto marino come sfondo per un ninfeo. Nella seconda metà del IV secolo dovettero essere traslate delle reliquie, o dei corpi venerati, all’interno di alcuni ambienti: forse i corpi di S. Giovani e S. Paolo e dei santi Crispo, Crispino e Benedetta: si realizza quindi il piccolo ambiente definito Confessio, comunque una cappelletta dedicata al culto privato del proprietario, cristiano, tradizionalmente indicato nel senatore Bizante, padre di Pammachio. All’inizio del V secolo dovette essere edificata sopra la casa, dallo stesso Pammachio, la Chiesa titolare: la costruzione, però, comportò la realizzazione di grandi fondazioni con la parziale distruzione degli ambienti sottostanti. Oggi la visita degli ambienti risulta complessa: infatti, originariamente, alcuni erano di dimensioni maggiori e furono poi tagliati dai grandi muri rivestiti di sostruzione della chiesa. Alcuni erano comunque in uso, per lo più come ambienti di lavoro e stoccaggio, raggiungibili con botole e scale, sicuramente fino al VII secolo d.C. come dimostrano le anfore ivi rinvenute. Il percorso migliore per visitare questo interessantissimo complesso, prevede il nuovo ingresso dal Clivo di Scauro, quindi dall’antico porticato, fino alla sala dei Geni: questa prende il nome dalle immagini degli affreschi, originariamente estesi su tutta la volta, rappresentanti i Geni della stagione estiva attorniati da piante e fiori, e degli Eroti vendemmianti, rappresentanti l’autunno. Si tratta di un repertorio di bottega, con schemi e modelli fissi, senza alcuna personalizzazione della figura umana, senza molto movimento, senza prospettiva e senza ombre che diano l’idea della fisicità dei soggetti. Tuttavia il restauro ha riconsegnato al visitatore il calore di colori vivi e la scoperta della precisione in cui sono stati rappresentati piante ed animali, per quanto a volte piazzati lì, quasi a caso, senza alcun contatto con la figura umana, come se si trovassero su pareti diverse e non sulla stessa. La decorazione si data alla metà del IV secolo. Si passa poi nella sala decorata con un affresco rappresentante il finto marmo, quindi nella sala del Bue Api e delle Saltatrices, seguita da quella dell’Orante: in spartizioni geometriche, la prima sala presenta l’immagine di questo bue, interpretato come il dio Api, e di Menadi danzanti, quindi temi puramente pagani, mentre la sala successiva alterna festoni floreali, mostri marini, maschere teatrali e capri ad immagini di filosofi e dell’orante, che dà il nome alla sala stessa. Secondo gli studiosi è la conferma del fatto che il proprietario di fine III-inizi IV secolo non doveva essere necessariamente un cristiano o un pagano, ma che semplicemente abbia affidato la decorazione ad una bottega con cartoni fissi, probabilmente “alla moda”, o che comunque si sia attenuto ad un gusto personale, non dettato da particolari credenze religiose. Un piccolo vano di servizio è quindi decorato con un affresco rappresentante un’opera isodoma; la visita procede attraverso la cella vinaria, l’unica zona dove siano stati fatti dei saggi archeologici in questa occasione, per poi procede fino alla Confessio. Si tratta di una piccola nicchia rettangolare lungo la parete di fondo di uno stretto pianerottolo: secondo alcuni era una fenestrella confessionis o un armadio per reliquie, confermando la tradizione per cui in questi ambienti sarebbero vissuti, morti e sarebbero poi stati sepolti Giovanni e Paolo durante la persecuzione di Giuliano l’Apostata; nello stesso ambito sarebbero poi stati martirizzati e sepolti anche Crispo, Crispiano e Benedetta, rei di devozione al culto dei due Santi. Gli affreschi hanno quindi un carattere cristiano: in basso a sinistra è un personaggio maschile, con sopra l’arresto dei tre fedeli da parte di due soldati, mentre a destra sono due personaggi femminili con al di sopra il martirio della decapitazione dei tre. Sul fondo, in alto ai lati della fenestrella, due figure maschili con pallio letterato, in basso un personaggio orante e due figure inginocchiate davanti ad essa: datazione fine IV secolo. Si passa poi al Ninfeo cosiddetto di Proserpina: si tratta di una fontana sulla cui parete di fondo si staglia lo splendido affresco raffigurante un personaggio femminile, variamente interpretato come Proserpina con alla sua destra Cerere o Venere con Peito (la Persuasione), ancora la dea del mare Tetide, che porge un calice a Dioniso il quale lo riempie con un liquido biancastro. Il tutto immerso in un paesaggio acquatico con piccole imbarcazioni ed Eroti che lavorano, sullo sfondo un porticciolo in muratura. Rinvenuta nel 1909 al di sotto di un’altro strato di intonaco, o di una scialbatura che comunque ne impediva la visione, forse perché troppo pagano, presenta una qualità pittorica molto superiore rispetto al resto delle decorazioni, rimandando quasi alla grande pittura di età classica: si data alla fine del II-inizi III secolo d.C. La presenza di alcune strutture in muratura, fra cui una specie di bancone oggi interpretato come un pozzo, però privo di pedarole, lo ha anche fatto definire termopolium. Subito a destra dell’entrata si trova l’Oratorio Medievale: per quanto confuso dall’insieme di murature diverse, conserva affreschi importantissimi da un punto di vista storico artistico. Databili al IX secolo, sono di fattura piuttosto scadente, il che ne ha pregiudicato notevolmente la conservazione: rappresentavano originariamente episodi della vita di Cristo. Oggi rimangono la scena della Crocifissione, con il Cristo vestito, cosiddetto alla siriaca, il cui unico altro esempio noto si trova nella chiesa di S. Maria Antiqua al Foro Romano, e della spartizione delle vesti, dotata a suo tempo di una didascalia tratta dal Vangelo. La visita termina con l’Antiquarium, che ospita i reperti della collezione pertinente a queste strutture: non si tratta di reperti di immenso valore venale, ma sicuramente di grande valore scientifico, nonché didattico visto che si ripropone ad esempio la realizzazione di pavimenti e rivestimenti marmorei in opus sectile con l’aiuto di tarsie qui recuperate. Non si tratta di tipi di pavimenti che dovettero necessariamente essere usati per queste domus, ma di modelli che erano contemporanei alle case in oggetto. I reperti sono ben visibili, forse troppo a portata di mano, le spiegazioni molto esaurienti e bilingui, per quanto in alcuni casi un pò alte, i supporti e gli specchi adeguati: finalmente una bella esposizione, in cui architetti e studiosi sono riusciti a coniugare esigenze espositive e condizioni di conservazione ottimali senza sacrificare il visitatore, finalmente considerato.

 

Fonte: www.arcobaleno.net

 

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