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ROMA - LE CHIESE
CHIESA DI SAN CESARIO IN PALATIO, Via di Porta San Sebastiano 4
Il ch. prof. ab. Duchesne ha dimostrato che la chiesa S. Caesarii in Palatio è stata confusa da molti con quella del medesimo martire sull'Appia, o con un oratorio nel palazzo lateranense. Questa chiesa aveva annesso anche un monastero di monaci greci, come quella dell'Appia. Esisteva ai tempi di Foca (ca. 603) ed era la cappella cristiana imperiale del Palatino, nella quale si ponevano le immagini dei principi inviati da Costantinopoli. l'illustre professore asserisce che questa chiesa era detta S. Caesario Graecorum, nome che tutti hanno attribuito a S. Cesario dell'Appia: trovo che nel secolo XIV ancora esisteva, come risulta dal codice di Torino, il quale la distingue dall'altra della via Appia, che era detta in Turrim: Ecclesia S. Caesarii de Palatio ordinis saccitarum (sic) habet unum sacerdotem: qui vi fu ospitato S. Saba giuniore monaco basiliano, quando venne a Roma (ca. 989‑991) mandato dal patrizio di Amalfi ad Ottone III. Ai suo funerali in questa chiesa assistette l'imperatrice Teofania moglie di Ottone III e figlio dell'imperatrice di Costantinopoli. I Saccitae, di cui parla l'Anonimo, dovevano essere i monaci greci, così chiamati forse dalle vesti ampie o sacchi grossolani che indossavano. Fu dedicata a S. Cesario diacono e martire d'Africa, ucciso a Terracina: il monastero fu restaurato da Leone IV. Vi fiorì il rito greco del secolo X al XV con ogni libertà, cosicché Anselmo di Avelbury, legato apostolico a Costantinopoli, attesta che i greci apud Caesarium, non solo consacravano in fermentato, ma sine scandalo R. Pontificis seu etiam latinorum inter quos habitant et quibus communicantibus ibi communicant: il che dimostra quanto falsa sia l'accusa d'intolleranza apposta alla Chiesa romana in ordine ai riti greci e orientali, mentre da questo documento è dimostrato che i fedeli di Roma si comunicavano dai greci in pane, non azimo, ma fermentato.
Tratto dal testo di pubblico dominio "Le Chiese di Roma" di Mariano Armellini, 1891