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ROMA - LE CHIESE
CHIESA SS. QUATTRO CORONATI Via dei S.S. Quattro Coronati, 20
La storia e i nomi dei cosidetti santi Quattro Coronati sono stati fino a poco tempo fa uno dei punti più oscuri e difficili della cristiana agiografia. Gli atti dei santi, il cui fondo è storico, ricordano due gruppi di martiri: l'uno, composto di cinque lapicidi e scultori cristiani nelle cave di Pannonia ai tempi di Diocleziano, benché si debba sostituire al nome di quest' imperatore quello di Galerio; l'altro, di quattro corniculari romani. I primi cinque scultori ebbero nome Claudio, Castorio, Sinforiano, Nicostrato e Simplicio e furono martirizzati nel fiume Sava, perché si erano rifiutati di scolpire la statua d'Esculapio; pur tuttavia poco prima avevano condotto a termine un simulacro del Sole in quadriga che reggeva i cavalli. Questa circostanza, accresce il valore della narrazione degli atti, poiché è in perfetta armonia con il senso pratico della morale cristiana, la quale sapeva ben distinguere le opere d'arte che erano considerate come ornamentum simplex da quelle che ad idololatriae causam pertinebant, giusta la distinzione di Tertulliano. Nella seconda parte entrano in scena i quattro soldati romani che furono uccisi in Roma per avere negato di adorare un idolo d'Esculapio; martirio confuso più tardi con quello dei lapidicidi pannoni, ma che difatti é del tutto indipendente per il luogo dove si svolse e per l'epoca, giacché accadde anteriormente ai tempi di Diocleziano. Essendo rimasti ignoti i nomi dei suddetti soldati furono poi confusi nei martirologj con altri martiri sepolti ad Albano, cioè, Severo, Severino, Carpoforo e Vittorino. La confusione fra i martiri pannonici e i corniculari accadde quando quei primi furono trasferiti a Roma e sepolti in un cimitero della via Labicana nel luogo detto ad duas lauros, e poi dei ss. Pietro e Marcellino, nel luogo stesso ove furono sepolti i corniculari. Si accrebbe questa quando i due gruppi furono portati alla vetusta chiesa, per cura del papa Leone IV (ca. 847‑855), dei quali già era stata decretata comune la commemorazione dal papa Milziade. La chiesa fu dunque dedicata ai quattro anonimi corniculari, detti coronati dalla simbolica corona del loro martirio, e che nel secolo VII furono confusi col terzo gruppo dei sunnominati martiri d'Albano. Di questo titolo celimontano si fa menzione fin del tempo di Gregorio Magno in un sinodo romano, tenuto in quei tempi, benché la chiesa sia anche più antica, risalga cioè al secolo V, in cui fu eretta nella contrada Caput Africae sulle rovine d'un edificio romano. Onorio I la rinnovò dalle fondamenta, ma si dice che il papa Milziade ne sia stato il primo fondatore, e che sorgesse nel luogo ove furono gettati i corpi dei quattro corniculari suddetti. l'edificio originale di Onorio sventuratamente sparì in mezzo ai ripetuti restauri; però le mura medievali della bella chiesa torreggiano oggi a foggia di quelle d'una rocca, e danno al quartiere del Celio un pittoresco aspetto. Leone IV, che ne fu cardinale, la ricostruì, e dei suoi lavori resta ancora l'ambulacro dietro la tribuna e l'epigrafe in marmo in cui sono nominati i santi che egli vi depose. Nell'assedio e presa di Roma per opera del Guiscardo la chiesa cadde incendiata insieme a tutto il quartiere che si estendeva dal Laterano al Colosseo. Dopo quell'incendio, avvenuto circa nel 1080, Pasquale II, nel ventesimo anno del suo pontificato, rialzò dalle fondamenta il sacro tempio, che sotto Martino V fu di nuovo restaurato dal card. Alfonso Carillo spagnuolo, dal quale fu posta l'epigrafe seguente che vi si legge:
HAEC QVAECVMQVE VIDES
VETERI PROSTRATA RVINA
OBRVTA VERBENIS HEDERIS DVMISQVE IACEBANT
NON TVLIT HISPANVS CARILLO ALPHONSVS HONORE
CARDINEO FVLGENS, SED OPVS LICET OCCVPAT INGENS
SIC ANIMVS MAGNO REPARATQVE PALATIA SVMPTV
DVM SEDET EXTINCTO MARTINVS SCHISMATE QVINTVS.
In quella chiesa furono eletti papi Leone IV e Stefano VI.
Pio IV la riabbellì di nuovo, ed il monastero annesso, ove a lungo avevano dimorato i Camaldolesi, lo donò nel 1560 alle povere orfane tolte dal loro monastero dell'isola tiberina: è il più antico dei conservatori destinati a zitelle orfane di padre e madre. La chiesa è divisa in tre navi sorrette da otto colonne di granito, sopra le quali i muri che si alzano a guisa di logge sono ornate di colonne simili, ma più piccole. Le navi laterali sono a volta, il soffitto di legno fu fatto fare nel 1580 dal card. Enrico, che poi fu re di Portogallo; il pavimento è d'opera cosmatesca. La tribuna di Pasquale II fu più tardi restaurata dal cardinal Millini. Sotto l'altare di s. Sebastiano, per due rampe di scale, si scende ad una cappellina sotterranea, dove si custodiscono le reliquie dei santi titolari e del martire Sebastiano. Nel 1882, scavando sotto l'abside della chiesa, gli operai trassero in luce due frammenti di lapide monumentale, opera di san Damaso, nei quali si leggeva il residuo del vocabolo martyrium pASSI, indizio certissimo di elogio storico dei martiri. Dopo questa scoperta fu ipotizzato che all'epoca di s. Damaso sorgesse già in questo luogo un oratorio in onore di questi santi, ove quel papa pose quell'elogio. Pasquale II nel 1112, come dice la lapide depostavi da quel papa, IVSSIT CAVARE SVB ALTARE QVOD PRIVS COMBVSTVM ET CONFRACTVM FVERAT ET INVENIT DVAS CONCAS VNAM PORPHIRETICAM ET ALIAM EX PROCONESSO IN QVIBVS ERANT RECONDITA SACRA CORPORA. Quel papa ridusse la chiesa a proporzioni minori dell'altra distrutta dal Guiscardo. Si vede tuttora l'antica nave destra, adattata ad uso di refettorio dell'annesso monastero, con colonne assai più alte di quelle dell'odierna, e convenienti alle grandiose proporzioni d'alcune colonne superstiti nel secondo dei due grandi atrj della basilica. Nei lavori del cardinal Millino nel 1624, che fece distruggere gli affreschi di Pasquale II, si rinvennero le reliquie deposte del papa Leone IV, nominate nella lapide di Pasquale II; scoperta alla quale fu presente il celebre Antonio Bosio. Il capo del martire s. Sebastiano fu trovato dentro un bellissimo vaso d'argento smaltato e distinto da una epigrafe votiva di uno degli antecessori di Leone, Gregorio IV. Leone IV deponendovi quel suo tesoro, lo collocò in una delle cappelle delle reliquie, e vi fece scrivere le parole: † EGO · LEO · FECI †. Molti oratori e edifici sacri circondavano quell'insigne monumento cristiano: di uno di questi, scoperto a Roma nel XV secolo , ai tempi di Sante Bartoli, troviamo la seguente notizia nel Fea: "Nello stradone del Coliseo per andare a s. Giovanni alla mano diritta in un orto disotto ai ss. Quattro fu trovato fra le altre ruine antiche una stufa di bellissima disposizione, quale si conosceva essere dagli antichi cristiani ridotta in forma di chiesa, per alcune vergini sacre che vi erano dipinte, le quali dalle barbarie dei cavatori furono di subito scassate."
ORATORIO DI S. SILVESTRO
Presso il portico della chiesa dei ss. Quattro c'è la celebre cappella di s. Silvestro, appartenente alla confraternita degli scultori e scalpellini. Vi sono pitture tolte dalle Acta Silvestri che si riferiscono alla vita leggendaria di Costantino. Questi affreschi sono del secolo XIII: il d'Agincourt infatti vi lesse un' epigrafe, ora coperta o caduta, con la data seguente: A · D · MCCXLVIII HOC OPVS DIVITIA FIERI FECIT. Vi si leggeva anche il nome del pittore Petrolinus vissuto ai giorni di Pasquale II. La cappella fu dedicata nel 1246 dal card. Rinaldo Conti vescovo d'Ostia: ivi rimane ancora la iscrizione commemorative di quella consacrazione che è la seguente:
† AD
LAVDEM DI OIPIS 7 HONOREM BI SILVRI
PAPE 7 CONFESSORIS · DEDICATA EST HEC CAPELLA PER DOMINVM
RAYNALDVM OSTIENSEM EPISCOPVM · AD PRECES DOMINI
STEPHANI · TITVLI · SANCTE · MARIE TRANSTIBERERIM PRESBITERI CARD
QVI CAPELLAM 7 DOMOS EDIFICARI FECIT
† IN NOMINE DOMINI AMEN · ANNO DOOMINI · M · CC .
PALMAS · TEMPORE DOMNI INNOCENTII QVA
RTI · PAPE · ANNO IIII · HEE SVNT RELI
QVIE SANCTORVM · DE LIGNO CRVVIS
SANCTI NOIFATII · PAPE · 7 MARTYRIS · SANCTI IANV
ARII QVI FVIT SVBDIACONIS SIXTI · PAPE · MARTYRIS . .
Tratto dal testo di pubblico dominio "Le Chiese di Roma" di Mariano Armellini, 1891