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ROMA - LE CHIESE
SAN GIOVANNI IN LATERANO ARCIBASILICA, Piazza San Giovanni in Laterano Come arrivare
È l'antichissimo titolo che sorge sulla sommità del Celio, a sinistra dell'antico clivo di Scauro. Nei secoli VI e VII era assai frequentato dai pii romei, e gli autori anonimi degli itinerari dei cimiteri romani sono tutti unanimi nel ricordarsi i martiri Giovanni e Paolo che riposano in quella basilica. Negli atti dei due martiri si legge che essi furono uccisi nella persecuzione dell'Apostata e di nascosto sepolti nella loro casa paterna, la quale poi fu trasformata in chiesa; presso quelle sacre reliquie fu più tardi deposto un gruppo di altri santi, cioè Crispo, Crispiniano e Benda. Se la compilazione di quegli atti non ci è pervenuta nella forma primitiva e genuina, tuttavia non si doveva con leggerezza rifiutare quanto essi riferivano sulle circostanze principali del martirio, sulla casa dei due santi, e sull'origine del titolo. Come si è infatti accennato, fino dal secolo VI, da testimonianze, risulta che si veneravano in quella basilica i corpi dei suddetti santi. Ora, poiché le grandi traslazioni dei corpi dei martiri dai cimiteri alle basiliche e chiese interne della città, non erano ancora in quell'epoca incominciate, e i sepolcri dei martiri rimanevano ancora chiusi nelle catacombe; egli giunse alla conclusione che veramente i nostri martiri nella loro basilica si ritrovassero grazie ai loro atti. Ecco le parole precise dell'itinerario Salisburgense: Intra urbem in monte Coelio sunt martyres Iohannes et Paulus in sua domo quae facta est ecclesia post eorum martyrium, et Crispinus et Crispinianus et S. Benedicta. Nell'itinerario Salisburgense si dice che i corpi dei predetti santi quiescunt in basilica mana et valde formosa. Alla fine del secolo IV è da attribuire la trasformazione della chiesa e l'erezione del titolo per opera di Bisanzio e Pammachio suo figlio, dove fu detta titulus Pamachii o titulus Bizantis, ricordato in uno dei sinodi romani sotto il papa Simmaco. Ma il Panvinio accolse l'opinione che questo titolo appartenesse già alla chiesa di S. Sabina, il Bosio invece lo attribuisce a questo detto pure di Pammachio o dei SS. Giovanni e Paolo al Celio. Ai giorni del papa Innocenzo I (ca. 402‑417) due preti, uno chiamato Proclinus e l'altro Ursus del titolo di Bizante, offrirono un voto all'altare del martire S. Sebastiano. Rimane ancora l'iscrizione fatta scolpire da loro; l'epigrafe è la seguente:
TEMPORIBUS
SANCTI INNOCENTII
EPISCOPI PROCLINUS
ET URSUS PRESB
TITULI BIZANTIS
SANCTO MARTYRI
SEBASTIANO EX VOTO FECERUNT.
Il sommo archeologo cristiano del secolo XVI, cioè il Bosio, ha proposto, come dicemmo, che il titolo di Bizante fosse il medesimo che il titolo di Pammachio sul Celio. Infatti negli atti dei SS. Giovanni e Paolo si legge espressamente che quel titolo, già casa dei santi martiri suddetti, fu costituito da Bizanzio senior, padre di Pammachio. Tuttavia, lo stesso timidamente accenna che il titulus Bizantis potesse spettare alla chiesa di S. Susanna o di Gabinio, poiché due preti sottoscrittori del secondo concilio niceno, Asello e Agatone, in alcuni codici si dicono preti di S. Susanna, in altri del titolo di Bizante. Questi è il pio senatore romano, l'amico di S. Girolamo, che eresse pure a sue spese in Porto un grande xenodochio per i pellegrini, come abbiamo dalle lettere di S. Girolamo, dalle quali si raccoglie che la fondazione avvenne circa nell'anno 398. Fu quello uno dei primi ospedali di pellegrini e di ammalati istituiti nel nostro Lazio, le cui vestigia sono state scoperte dal principe Torlonia presso il porto Traiano insieme ad arredi di suppellettile domestica d'argento, cioè cucchiai, piatti ecc. Adriano I e Leone III restaurarono successivamente il titolo di Pammachio e secondo il generoso stile dei pontefici romani lo arricchirono di doni.Prima dei restauri di Leone III, la chiesa fu rinnovata da Simmaco nel V secolo. Il papa Niccolò V l'affidò ai padri della congregazione del b. Colombini da Siena, detti i Gesuati, soppresso quell'ordine, fu da Clemente X affidata ai Domenicani ibernesi, i quali vi rimasero fino al pontificato di Innocenzo XII, e finalmente Clemente XI vi chiamò i Padri Pasionisti. La chiesa ha perduto il suo tipo primitivo basilicale, ma nelle mura esterne, restano costruzioni del secolo IV, dell'epoca cioè dei SS. Giovanni e Paolo ed anche anteriori. Dagli archivi vaticani: "a chiesa è sostenuta da 21 colonne che in tre navi la dividono, e 2 altre colonne assai belle sostengono il coro modernamente fabbricatovi dall'Illustrissimo Laus mentre era di questa chiesa titolare: il pavimento della nave di mezzo è in vari luoghi di maghi lavori intarsiato. L'altare maggiore tutto guarnito di marmo verde, ha sotto la confessione; di sopra il tabernacolo come anche altre chiese antiche sostenuto da 4 colonne. La tribuna è nella parte più bassa incrostata di tavole di marmo distinte con fregi di pietre di fini colori, e alquanto più sopra una cornice pur di marmo che gira tutto il semicircolo, e poco più sopra un ordine di colonnette che similmente va interno. La cavità della tribuna è ornata di figure moderne. Il resto della chiesa è tutto imbiancato, quella porta che è a mano dritta dell'altare grande vi fu da principio e per esservi la salita difficile papa Simmaco vi fece le scale. Nella nave principale sono incontro all'altro due altari di vaghe pietre e colonne ornati. Spazio di marmo chiuso per le cappelle dei cantori. Guglielmo Hencourt card. thodesco titolare di questa chiesa la restaurò come mostrano l'arme nella facciata della chiesa sotto quella di Adriano e finalmente Laus l'ha ridotta in quella forma che oggi si vede. "Tengono questa chiesa oggi li frati Gesuati li quali non prendono ordini sacri, ma con le fatiche delle sue mani servono a Dio et si sostentano, e qui in Roma si occupano in stillare acque de diversi fiori et herbe così per medicina, come per odore."
Innanzi alla chiesa c'è un antico portico, sostenuto da otto colonne, sul cui architrave si legge l'epigrafe:
PRESBYTER
ECCLESIAE ROMANAE RITE IOANNES
HAEC ANIMI VOTO DONA VOVENDO DEDIT
MARTYRIBUS CHRISTI PAULO PARITERQUE IOHANNI
PASSION QUOS EADEM CONTULI ESSE PARES.
Il pavimento è del secolo XIII, d'opera cosmatesca; alla destra della nave principale si scorge una pietra che serve ad indicare il luogo ove, secondo la tradizione, furono trucidati i santi germani eponimi del luogo. Nel secolo XVI, in una delle pietre di quel pavimento si leggeva la seguente epigrafe:
. . . . . . . . . . . . . . . . .
HOCCE PUELLAE IACET TUMULO CORPUS ELISABETH
QUOD MANETIN SANCTA AULA NUNC BAPTE IOHIS
ILDEBRANDUS EIUS GENITOR THEODORAQUE MAMMA
ORTA PUELLA IDEO FUIT ARDUA STEMMATE ROMAE
BIS ANNOS HABUIT SENIS ET MENSIBUS DECEM
DUCTA IOHS VESTRA PAULIQUE IURE SUB ALMA
UT SIBI DET REQUIEM SANCTAM POST FUNERA SEMPER
TUMULUS AD REQUIEM SUBIACEAT NEXU DUM VIVIT
IN ORBE ANATHEMA.
DEP. V. KAL. SEPPURE. . . . . . IND . . . V. .
L'anno 1658, scavando nell'orto vicino alla chiesa, si trovarono segni di lastricato di bagni con luoghi che dimostrano vi si facesse il fuoco. Si trovò pure una platea fabbricata di marmi fini e una quantità di capitelli di colonne d'un palmo e mezzo di diametro, e molti altri marmi e condotti di piombo con lettere che dicevano:
DOMITIAN . CAES. AUG . SUB . CURA
. . . CINI CLEMENTIS
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DOMITIAN . CAES . AUG . GERM .
POSTUMIUS AMERINUS FE
AMERINUS FE .
Questi avanzi appartennero certamente alla casa dei SS. Giovanni e Paolo. Che in questa chiesa i marmorari romani della scuola e della famiglia di Cosma esercitassero la loro nobilissima arte lo possiamo supporre dalla seguente epigrafe sepolcrale di Giacomo figlio d'Angelo di Niccolò e forse padre di Cosmato, di cui nel Celio medesimo, presso S. Tommaso in formis, resta altro insigne monumento. L'epigrafe diceva:
HIC
REQUIESCIT MAGR IACOBUS
FILIUS OLIM ANGELI NICOLAI
SCRIPTOR DOMINI PAPAE ET CLERICUS
HUIUS ECCLESIAE.
Dietro l'altare del sacramento, in fondo alla nave sinistra, il p. Germano ha trovato sotto l'intonaco gli affreschi che adornavano le pareti, rappresentanti le immagini del Salvatore e degli apostoli e di altri santi: sono pitture del secolo XII. Tutti conoscono le insigni scoperte fatte testé sotto quella basilica dal ch. p. Germano passionista. Egli ha ritrovato la casa stessa abitata dai SS. Giovanni e Paolo, e il luogo ove furono uccisi, con gli avanzi degli oratori che nel medio evo vi furono costruiti. L'umile e dotto religioso ha restituito così a Roma cristiana una delle sue più insigni memorie che si credevano assolutamente perdute, ed insieme ha dimostrato che non sono leggenda, ma storia, la persecuzione di Giuliano e gli atti dei due martiri. La casa si trovò sotto il pavimento dell'attuale basilica, le cui camere, dall'ignoranza degli ultimi secoli, erano state ridotte a sepolture, e le pareti, già adorne di affreschi, ricoperte di calce.
Di questa preziosa abitazione, che fu teatro dell'eccidio dei proprietari l'anno 362, rimane soltanto nel pavimento della chiesa una lapide del secolo XVI, sulla quale si legge:
LOCUS MARTYRII SS. IOANNIS ET PAULI IN AEDIBUS PROPRIIS.
Era l'ultimo ricordo sopravvissuto all'abbandono di quella celeberrima casa di martiri. Posto dunque mano agli scavi, il ch. p. Germano ritrovò parecchie stanze adorne di affreschi del secolo quarto ove comparivano, con eccezione unica fin qui, figure ed immagini che si erano solamente vedute nei cimiteri romani, cioè la Orante, il Mosè, ecc. Era quello il Tablinum della casa: a poca distanza del medesimo, ad un piano superiore, si scoprì una piccola camera che si riconobbe per il locus martyrii. Il fondo di questa piccola camera era stato chiuso da un muro, nella cui parete era stata aperta la fenestella confessionis, e ai lati di quella parete sono dipinte due scene: l'una della cattura dei martiri, l'altra della esecuzione; ivi si vedono tre martiri inginocchiati e bendati mentre gli apparitores gli stanno per troncare il capo. Sotto la finestrella si vede uno dei due martiri eponimi ; intorno al martire germogliano rose e palme, e due fedeli prostrati ai suoi piedi umilmente glie li baciano: è una scena d'adoratio. Il gruppo laterale rappresenta il supplizio dei santi Crispo, Crispino e Benda che furono uccisi dopo i santi Giovanni e Paolo come narrano i loro atti.
Tratto dal testo di pubblico dominio "Le Chiese di Roma" di Mariano Armellini, 1891