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LA STORIA DI LEONESSA (RI)

Della
città non si hanno notizie anteriori al secolo XIII. Trattasi di un agglomerato
urbano di origine tardomedioevale, nelle cui tradizioni vivono ancora elementi
dell'antico status giuridico.
Sarebbe interessante poter delineare la preistoria dell'agro leonessano, ma la
scarsità dei reperti archeologici non consente ancora una esauriente
conclusione. Frequenti sono gli insediamenti italici, e fors'anche etruschi,
attestati nella immediata periferia: a Monteleone di Spoleto, a nord, da
dove proviene l'interessantissima biga bronzea di arte ionico-arcaica importata
del sec. VI-V a.C., scoperta con altra suppellettile nel 1902, ora al
Metropolitan Museum di New York; a Villa S. Silvestro, a nord-est,
col suo capitolium romano del sec. III a.C., sacro presumibilmente alla
triade agreste Cerere, Libero e Libera; a la via Salaria e a la valle Falacrina,
ad est, con i loro insediamenti sabini e romani ed il folto bosco, ricordato da
Plinio, sacro alla dea Vacuna. Le vie di comunicazione intersecavano di necessità
l'altipiano, seguendo in prevalenza le direttrici del fiume Corno e dei torrenti
in esso confluenti; la presenza di più castellieri rilevati fotograficamente
conferma questa rete stradale almeno per l'alto medioevo; v'è anzi chi
congettura, ma a torto, il passaggio di un ramo della via "Curia" che univa
Reate con Nursia.
Reperti dell'età neolitica, e cioè punte di frecce e raschiatoi di pietra rossa
locale, rinvenuti lungo il fosso del Vallaro all'altezza di Villa Lucci,
testimoniano la presenza dell'uomo nell'altipiano già da qualche millennio;
altri reperti di Ocre (un dischetto bronzeo ed un peso di terracotta)
suggeriscono l'ipotesi di un insediamento protoitalico; mentre tombe sparse qua
e là lungo le vie di comunicazione e la stessa necropoli di Ocre, comprendente
una dozzina di tombe, non sono databili con sicurezza. In ogni caso, che il
territorio leonessano sia stato luogo di transito per norditalici e
protovillanoviani dei secoli IX-VIII a.C. in marcia verso il mezzogiorno, è
ipotesi largamente accreditata.
Le prime testimonianze scritte sui nuclei abitati dell'altipiano risalgono al
sec. VIII d.C., sullo scorcio cioè della dominazione longobarda e del suo tipico
regime curtense: alle "corti", infatti, ci riportano i superstiti documenti
dell'alto medioevo, tramite le numerose donazioni di terreni e pertinenze fatte
all'abbazia di Farfa. La prima di queste notizie risale agli anni
770-774, allorché si cedette al monastero di Farfa la "corte" di Narnate,
cessione fatta da Adelchi e confermata dall'ultimo re longobardo Desiderio.
E' di questo periodo il formarsi dei vari castelli, che vennero costruiti sulle
alture, in posizione strategica. Quali e quanti fossero questi castelli, intesi
come luoghi fortificati e non soltanto come agglomerati di case, è difficile a
dirsi, data l'estrema penuria ed incertezza delle fonti. Si possono fare alcuni
nomi, che porrò in ordine alfabetico, senza alcuna pretesa di risolvere la
complessa questione:
- Belfiore, tradizionalmente ubicato tra Colleverde e Cumulata; non si
hanno notizie particolari.
- Corno, nella gola del fiume omonimo, presso i "prati di S. Maria" ove
rimangono ancora dei ruderi. Ospitava una pieve, indicata in una bolla di Lucio
III del 1182 come "plebs s. Mariae in Gripta Roccae montis Corni".
- Croce, o Torre Croce, dal quale trasse nome un sesto. Se ne parla in
una lettera di Urbano III al vescovo Pietro di Amelia del 1185-86, insieme ai
castelli di Forcamelone, Pianezza e Torre. Una tradizione settecentesca lo pone
sul pendio del monte Tolentino, all'altezza di Volciano, e va forse identificato
con gli imponenti ruderi di fondazione a monte della strada tra Vallunga e
Volciano, che aspettano ancora un nome; ad essi la stessa tradizione
settecentesca dette la denominazione di un generico "palazzo degli antichi
baroni": ma forse è la stessa cosa.
- Forcamelone, alle sorgenti del Fuscello, di rimpetto al valico. Se ne
fa menzione, come si è detto, nella lettera di Urban III del 1185-86. Dalla
dispersione delle genti del castello ebbero origine, nei secoli XV-XVI, le
cosiddette "ville del piano".
- Fuscello, lungo la valle del fiume omonimo: ne rimane la torre. -
Narnate o Torre Ornata, o solamente Torre, sul colle tra Capodacqua e
Vallunga, in ottima posizione strategica. Ad esso faceva capo la pieva di S.
Donato della Torre. Fu sede di un castaldato come si dirà.
- Pianezza, sul colle omonimo, pur esso in ottima posizione strategica.
- Poggio o Poggiolupo, sovrastante l'abitato di Piedelpoggio; da esso
trasse nome uno dei sesti in cui fu divisa Leonessa.
- Ripa di Corno, che costituì il nucleo del nuovo abitato di Leonessa.
- Terzone, all'altezza dell'attuale Terzone S. Paolo.
- Vallonina, nella località omonima, ove fu poi costruito un convento
(agostiniano).
Precise notizie si conservano dei castelli di Forcamelone, di
Pianezza, di Narnate, tutti appartenenti al duca di Spoleto, come
baluardi del suo dominio sulla frontiera sud-orientale del ducato. Il castello
di Narnate fu sede di un castaldato, commesso alle cure ora dell'uno ora
dell'altro milite, ma sempre alle dipendenze dei duchi di Spoleto, quindi, sullo
scorcio del sec. XII, della Chiesa. Del castaldato narnadino si fa più volte
menzione nelle carte farfensi, le quali ce ne parlano già prima dell'anno mille
e durano fin verso la metà del secolo seguente, chiamandolo anche "massa" o
"territorio" narnatino: esteso per tutto l'altipiano leonessano, si affiancava a
quello equano (Cascia) e dipendeva a sua volta dal castaldato pontano (Ponte,
nella Valnerina). Questi castelli si trovarono coinvolti nelle lotte politiche
per il dominio sul ducato di Spoleto, particolarmente nel terzo decennio del
sec. XIII, che vide dapprima, nel 1223, la ribellione del castello di
Forcamelone assediato e saccheggiato dalle truppe del cardinal Giovanni Colonna
rettore del ducato, quindi, nel 1228 la distruzione del castello di Narnate ad
opera di Rainoldo d'Urslingen, tra le vive proteste di Gregorio IX.
Queste notizie frammentate non consentono di delineare una precisa storia delle
diverse signorie, trattandosi di zona di confine ove le alternanze di dominio, o
per lo meno di influsso politico, erano legate alle più ampie contese tra la
monarchia normanna e sveva, i papi e i duchi di Spoleto. Traccia inequivoca di
questo travaglio plurisecolare rimane nelle oscillazioni della giurisdizione
ecclesiastica, divisa tra i vescovadi di Rieti e di Spoleto, ed inizialmente
anche di Terni, la quale ha trovato il suo equilibrio lungo un confine piuttosto
ideale, e non orografico o idrografico, che taglia a metà l'altipiano in
direzione est-ovest. Ai margini settentrionali dell'agro si fissò, già sul
finire del XII secolo, la linea pedemontana di confine tra stato della Chiesa e
regno di Napoli, a ognuno dei quali fece capo un gruppo di castelli.
Tra questi appartenenti al Regno di Napoli emerse il castello di Ripa di
Corno, attorno al quale, per una decisione politica dei sovrani di Napoli,
si formò in breve tempo l'attuale Leonessa. Tale fondazione va inquadrata nei
procedimenti di "sinecismo" o di "incastellazione" che, soprattutto negli
Abruzzi dei secoli XIII-XIV, furono all'origine di molti agglomerati.
La leggenda, di origine forse tardiva, favoleggia di baroni che vessavano le
popolazioni dei castelli ad essi soggetti con ogni sorta di angherie, l'ultima
delle quali, armò la mano dei congiurati nella festa di S. Donato di un anno
imprecisato del sec. XIII, fu quella della jus primae noctis (checché gli
storici e gli etnografi vogliono pensare di tale jus, lo ritroviamo
chiaramente menzionato nella leggenda leonessana). La storia, invece, documenta
un preciso intervento di Carlo I d'Anjou a fine di meglio difendere i confini
del suo regno. Le cause prossime della fondazione non sono molto chiare, ma
sembra certo che un ruolo assai importante abbia giocato il desiderio di
autonomia delle genti dell'altipiano, già coinvolte in quella certa anarchia di
potere invalsa ad opera degli ultimi Urslingen, che scorazzarono per la zona fin
verso la metà del sec. XIII; esse furono sollecitate a ribellione prima (1265)
dal Re Manfredi, che, in lotta con Clemente IV, s'era attestato con le sue
truppe per le montagne dell'Umbria, da Cascia ad Amatrice, poi (1268 e ss.)
dall'esempio dei casciani ribelli a Spoleto e dalle lotte che ne seguirono.
Gli uomini del castello di Narnate, ribellatisi pur essi al dominio della
Chiesa, si rifugiarono nel 1274 nella rocca di Ripa di Corno soggetta al re di
Napoli, i cui uomini finirono per fare causa comune con gli insorti. Ne nacque
una situazione piuttosto confusa, che sfociò in una nuova "terra", subito
denominata Gonessa. Per ospitare i ribelli, infatti, fu deciso il
primo piano regolatore dell'ambiente: presentando il vecchio castello di Ripa
case fatiscenti ed anguste, fu costruito sul lato orientale un nuovo borgo, a
distanza di un tiro di sasso dal vecchio castello, con due torri di avvistamento
e di difesa (presumibilmente la torre "della campanella" e la rocca); per le
spese provvide con un mutuo presso la curia regia. Il documento di fondazione,
che solo di recente ho potuto identificare, reca la data del 16 luglio 1278;
capitano del castello di Ripa era allora il milite Teodino di Rodio, alla cui
morte successe, in quello stesso anno, il figlio Berardo.
Altri immigrati dovettero ben presto rifugiarsi nella nuova terra provenienti da
tutti i castelli dei dintorni, e si fece un "comune" di uomini liberi: del 1358
è l'aggregazione del castello di Fuscello, garantita da regolare istrumento e da
chiare norme associative.
Il nome del nuovo agglomerato urbano, tolta qualche testimonianza che parla
ancora - dal nome del castello incastellante - di Ripa di Corno, fu, come si è
detto, quello di Gonessa, il quale perdurò, nella forma dotta di
Connexa, fino al sec. XVI-XVII. Sul finire del '300 però già comparve il
nome attuale, sia pur latinizzato in Lionissa. Le ragioni di questa
onomastica non sono state ancora sufficientemente accertate, nonostante le molte
ipotesi che vogliono vedere, nel primo nome, un legame con le origini e la
struttura composita della città, o anche con una importante famiglia di
feudatari angioini venuti dalla Francia; e, nel secondo: o una trasformazione
etimologica del nome originario, o un appellativo derivato, secondo quanto narra
un'enfatica ed inattendibile tradizione locale, dal valore mostrato dai
connessani nel combattere "come leoni", o anche da suggestioni polemiche contro
il vicino Castrum Leonis (Monteleone di Spoleto).
Lo sviluppo urbanistico originario, per le ragioni già illustrate, fu orientato
prevalentemente in direzione est-ovest, e solo alquanto più tardi prese
gradatamente consistenza lo sviluppo sud-nord, a carattere essenzialmente
radicale, con un reticolo di strade simmetriche tutte confluenti nella piazza
centrale; è pure riconoscibile il cardo e il decumano del
reticolato castrense. Quasi contemporaneamente sorsero nei pressi dell'abitato i
nuovi conventi di ispirazione francescana: quello di S. Francesco nel
1285 e quello di S. Lucia nel 1295; con essi fiorirono parimenti,
nell'interno dell'abitato, i conventi di ispirazione agostiniana: quello di
S. Agostino e quello di S. Antonio. Quanto all'organizzazione interna
della città, essa fu di natura essenzialmente confederativa, pur nel progressivo
assorbimento di diritti e consuetudini particolari e nell'obbedienza ad uno
statuto comune. Il primo statuto di cui si abbia notizia, da secoli non più
esistente, fu redatto dal vicario regio Ciuffuto de Ciuffiti di Ascoli nel
1378-1379, a un secolo esatto dalla fondazione della città, quando ormai molte
spinose questioni erano state risolte, ed ottenne numerosi approvazioni regie:
di Ladislao nel 1406, di Ferrante I d'Aragona nel 1464, di Carlo V nel 1531, di
Margherita d'Austria nel 1539. Nel 1545 gli statuti originali furono trascritti
dal cancelliere Persio Salvo su un nuovo codice pergamenaceo, di 22 ff.: ma
originale e copia sono andati perduti; si è salvata solo quella parte
rielaborata e data alle stampe nel 1621 a cura del cancelliere del comune
Consalvo Dioteguardi. Sono evidenti le tracce dell'originario processo d'incastellamento,
conservandosi fino ai nostri giorni, pur con le inevitabili trasformazioni
dovute al tempo e alle mutate condizioni di vita, l'originaria distinzione dei
territori e dei diritti patrimoniali dei confederati. Sul piano amministrativo
furono istituiti sei rioni, detti appunto "sesti", cui vennero aggregate le
ville dell'agro. Il sesto, ben radicato nel diritto consuetudinario locale, fu
insieme suddivisione di territorio ed organo amministrativo, ed ebbe una precisa
funzione sociale e politica. Basti pensare che i sei priori del reggimento erano
scelti uno per sesto, ed analogamente le altre cariche rappresentative, e cioè i
membri del gran consiglio ed i massari del popolo. I sesti furono così
denominati: 1° S. Egidio di Corno (comprendente anche i territori dei castelli
di Vallonina e di Ripa); 2° S. Nicola di Forcamelone; 3° S. Nicola di Poggiolupo;
4° S. Maria di Croce; 5° S. Martino di Pianezza e S. Maria di Torre (comprendente
i territori dei due castelli di Pianezza e di Torre Ornata); 6° S. Venanzio di Terzone. O più brevemente: Corno, Forcamelone, Poggio, Croce, Torre e Terzone.
Ogni focoliere divenne perciò un sestiere ed ebbe in Leonessa, insieme al
governo centrale rappresentativo, la sua universitas autonoma, la sua
chiesa, il suo santo protettore, il suo sacerdote. Ed anche gli stessi
immigrati, per godere pienamente dei diritti di cittadinanza, dovevano essere
aggregati a certe condizioni ad uno dei sesti, quello di Forcamelone.
Per capire la storia di Leonessa bisogna necessariamente inserirla entro questa
intelaiatura fondamentale: città di origine demaniale, e non feudale, a struttura
federativa, ubicata in una zona strategica di confine, e perciò blandita e resa
fedele dai regnanti di Napoli con larghe concessioni di autonomia
amministrativa, che la ponevano, in pratica, nelle condizioni di libero comune.
Vivevano in essa, accanto alle magistrature comunali democraticamente elette (e
cioè a priori, i massari del popolo, i membri del gran consiglio e, con la
dinastia aragonese, pure il podestà), i rappresentanti dell'autorità regia, e
cioè il vacario, il giudice ed altri ufficiali minori, tutti dipendenti dal
Capitano della montagna, cui incombeva l'onere di risiedere sul posto almeno un
mese all'anno: ma tra le due magistrature non sempre corse buon sangue, ed i
leonessani furono spesso costretti ad invocare l'intervento del sovrano. Verso
di esso, angioino o aragonese che fosse, mostrarono sempre fedeltà, né presero
mai parte a gravi sommosse dirette a sconvolgere l'orine costituito,
particolarmente durante gli avventurosi regni delle due Giovanne (1343-1381), e
(1414-1435) e nel turbolento periodo della "congiura dei baroni" sotto
Ferdinando I (1458-1494). C'è anzi, per la loro lealtà di trono, subirono non
poche azioni di rappresaglia da parte dei rivoltosi di turno.
Soprattutto nei secoli XV-XVI fiorirono le industrie, principalmente quella
laniera, la quale trovava sbocchi in numerosi centri commerciali, dai mercati di
Farfa a quelli di Ascoli Piceno. Per una migliore tutela furono redatti nel 1466
brevi capitoli che salvaguardassero quell'"honore et utile della Terra". In
seguito l'arte della lana volse al declino, pur continuando ad assorbire una
considerevole parte dell'artigianato locale; né molto valsero a risollevarne le
sorti i tentativi esperiti nel 1587 per un nuovo più adeguato statuto. Altre
attività meritatamente famose furono quelle concernenti la lavorazione delle
carni suine e dei latticini, l'esportazione di grano e legumi, le industrie
artigianali dei tessitori di lino, dei cappellai, degli armaioli, dei battitori
di metallo, dei fornaciari e cavatori di gesso etc. Questa condizione di
relativa agiatezza dette credito alla città, ed i leonessani sempre più
frequentemente vennero richiesti come pacieri e come garanti dalle comunità
vicine in lite tra loro, e crebbero in stima un po' ovunque, come indica - ad
esempio - la cittadinanza spoletina concessa loro in perpetuo nel 1569. Il
maggior benessere economico favorì pure largamente lo sviluppo dell'edilizia e
consentì l'ingresso di molte opere d'are nelle chiese della città.
Un'altra iniziativa merita qui d'essere ricordata. Su precisa e ripetuta
testimonianza dell'Antinori, "nel 1446 fu, per cura di Antonio di Colandrea
piovano, meglio ricoverato il Monte di Pietà in Lagonessa, edificata forte
stanza pè depositi e pegni presso alla piazza; sopra di essa fu poi adattato
campanile per la campana e orologi del pubblico".
Nel dare questa notizia, l'Antinori rimanda ad una iscrizione da lui stesso
letta a Leonessa ella sua visita del 1770, alla quale può essere collegata una
pietra di antico portale rozzamente incisa, ritrovata negli scantinati del
convento di S. Francesco, sulla quale si legge: "ATONIUS/COLE.PLEBA/NI. FIERI.
FEC. / 1446". Se l'informazione antonoriana è esatta, dovremmo porre proprio a
Leonessa il primo Monte di Pietà sinora documentato, preesistente peraltro al
1446, dal quale poté trarre ispirazione il b. Domenico da Leonessa che ne fondò
uno ad Ascoli Piceno nel 1458. Stando a quel che dice l'Antinori, il Monte di
Pietà leonessano era ubicato in posizione centrale, nel pubblico arengo, e sopra
il locale fu poi innalzata la torre civica, quella stessa distrutta all'inizio
del secolo. La notizia e quanto mai suggestiva, ma attende più precisa conferma
documentaria.
A questo punto, accertate nei termini che si son detti la storia delle origini e
quella delle istituzioni di Leonessa, se ne possono brevemente riassumere i
fasti e i nefasti principali nella loro successione cronologica.
Di ordinaria amministrazione furono all'origine le contese, spesso
sanguinosissime, per vere o presunte violazioni di diritti o per abusi nello
ius repraesaliarum (=rappresaglia) o nelle "cavalcate" di armati predisposte
dalle stesse autorità, le quali contese, alternandosi con alleanze e
pacificazioni, fiorirono per tutto il secolo XIV contro le comunità vicinori di
Monteleone di Spoleto, Cascia, Norcia, Posta, Cantalice, e persino con Aquila,
Rieti, Spoleto, Roma... Memorabile la lotta che i leonessani intrapresero con
Rieti a breve distanza dalla fondazione della loro città, e che si concluse nel
1287 con un trattato di scambievole amicizia.
Altre celebri contese, che si protrassero per lo spazio di un secolo, furono
quelle con la comunità di Cascia: nel 1289 è il primo trattato di pace tra
Cascia e Leonessa, stipulato con la mediazione della comunità di Accumoli; nel
1331, durante una lotta tra Norcia e Cascia, i leonessani dettero man forte ai
nursini occupando il castello di Civita e fortificandovi per molto tempo,
subendo poi la rappresaglia dei casciani; altra reviviscenza di lotta si ebbe
nel 1371, finché si giunse ad un nuovo trattato di pace nel 1385. Altra
controversia fu quella con Posta per il possesso di villa Santogna, al margine
orientale del territorio leonessano, controversia che nel 1325 si estese alla
comunità di Aquila e causò non pochi litigi, fino a tempi relativamente recenti.
Baruffe per contestazioni di confine si ebbero un po' sempre, concludendosi con
reiterate promesse di pace: del 1471 è un ennesimo trattato di pace con Cascia,
del 1480 una convenzione con Norcia, nel 1502 un capitolato e del 1504 un
trattato di pace con Monteleone.
Accanto a queste endemiche baruffe si posero conflitti ben più gravi, di natura
politica, come nel 1347, il saccheggio e la distruzione della città, ad opera -
secondo quel che narra il Villani - dell'esercito di Luigi d'Ungheria, sceso
in Italia per vendicare l'uccisione di suo fratello Andrea, marito della prima
Giovanna; o le devastazioni perpetrate in quegli stessi anni dalle bande
dell'aquilano Lalle Camponeschi, nemico degli Angioini. Ad aggravare la
situazione si aggiungevano di volta in volta le scorrerie delle compagnie di
ventura: nel gennaio 1364 fu la volta della famigerata compagnia "dei
cappelletti", e qualche anno più tardi, nel 1379, della compagnia di S. Giorgio;
o quelle di occasionali bande di fuoriusciti: come, nel 1382, quella dello
spoletino Tommaso Petrucci alleato dei monteleonesi, che tanti lutti e
distruzioni ebbe ad arrecare alle genti del contado; e, nel 1386, quella di
Rinaldo Orsini. Altre memorabili incursioni in territorio leonessano furono
quelle del 1486, da parte di truppe aquilane e pontificie, e del 1528, ad opera
dello Sciarra e del conte di S. Secondo durante la guerra tra gli eserciti
francese e spagnolo.
Dal 1384 sino all'inizio del '400 si ebbe una breve denominazione dei Trinci,
signori di Foligno, dapprima con Corrado, che interpose i suoi buon uffici per
una pacificazione generale tra Leonessa, Norcia e Cascia, quindi con Ugolino,
ambedue proposti dai leonessani come governatori della loro città e confermati
nell'incarico del sovrano. Ma il timore, nient'affatto infondato, che l'incarico
temporaneo potesse trasformarsi in signoria di tipo feudale, mise in agitazione
i leonessani, i quali nel maggio del 1401 ottennero da Ladislao il ritorno del
territorio sotto il pieno dominio regio, con l'annullamento di qualunque
concessione ai Trinci e la solenne promessa di non infeudare giammai la terra di
Leonessa. Tuttavia l'anno seguente si ebbe, a quanto sembra, una strana
infeudazione della città al maresciallo del regno Jacques l'Eténdard, ma il
provvedimento non dovette avere alcun seguito.
Nel 1420 Leonessa corse altro grave rischio di infeudazione mediante vendita,
giacché la seconda Giovanna aveva bisogno di denaro per sostenere il suo trono e
quello dell'adottato Alfonso d'Aragona contro le pretese di Luigi III d'Anjou ed
i suoi alleati. I leonessani manifestarono per lettera tutto il loro accorato
dolore, e ne ebbero per risposta una "epistola consolatoria pulcherrima" che li
rassicurava sulla loro sorte ed insieme li esortava a difendere fedelmente il
regno, ad essi affidato "prout ad custodes hostiorum et clavigeros";
l'espressine piacque molto, e ad essa sembra di poter far risalire il motto del
nuovo stemma della città: "SUM CONNEXA VERA CLAVIS MONTANAQUE SERA".
Altra breve cessione temporanea fu fatta, per ragioni politiche, da Alfonso
d'Aragona, il quale, dal1443 al 1447, lasciò Gonessa, Cittaducale ed Accumoli a
papa Eugenio IV in cambio del vicariato di Benevento. Il dominio pontificio però
non fu gradito in alcun modo ai leonessani che si tennero pronti
all'insurrezione armata, optando "pro conservatione libertatis in regia
fidelitate". Re Alfonso, grato per questo attaccamento, trasmise nel 1452
all'università di Leonessa la cura e la custodia dell'arce, sempre sino ad
allora affidata ad un castellano di nomina regia, ultimo dei quali fu appunto in
quell'anno Laudadeo Tau di Legognano. Si ha pure ricordo di un tentativo non
riuscito, durante il regno di Federico il Bastardo (1496-1501), di distaccare
Leonessa, Amatrice, Cittaducale dal regno di Napoli per trasferirle di nuovo
sotto il dominio del papa.
Infeudazione vera e propria si ebbe solo nel 1539. Con Carlo V, infatti, cessò
del tutto la già turbata demanialità di Leoessa. L'imperatore, con privilegio
del 17 marzo 1539, diede in feudo Leonessa, insieme alle libere università
abruzzesi di Penne, Campli, Cittaducale e Montereale (i cosiddetti "stati
farnesiani d'Abruzzo"), a sua figlia naturale Margherita d'Austria, andata sposa
ad Ottavio Farnese, per costituirle il reddito dotale annuo di 6000 ducati
d'oro. Si trattò però di una infeudazione all'origine non eccessivamente gravosa,
con soli diritti giurisdizionali e fiscali da parte del feudatario e non
territoriali; ed i leonessani, tanto gelosi per natura e per tradizione della
loro autonomia e della loro libertà, non mostrarono di soffrirne molto. Va anche
detto che Margherita d'Austria si comportò con prudenza e magnanimità
rispettando leggi, operando un saggio decentramento amministrativo, onorando e
beneficiando i nuovi sudditi: ai leonessani fece dono una elegante fontana
ubicata nella piazza maggiore (1548), e per i poveri dispose, con testamento
rogato dal leonessano G. Battista Atti il 3 gennaio 1586, alcuni lasciti, come
doni nuziali, destinati a delle ragazze povere di Leonessa. A quest'epoca
risale, come vuole la tradizione, la concessione del titolo di "città" da parte
di Carlo V, successivamente confermato dalla congregazione pisana dei Cavalieri
di S. Stefano: ma è notizia che attende conferma.
Da Margherita i feudi farnesiani d'Abruzzo passarono per successione ereditaria
ai Farnesi di Parma. Leonessa (come gli altri feudi, del resto) continuò pur
sempre in certi rapporti di sudditanza verso il regno di Napoli, sudditanza
concretizzatasi, a partire dal 1652, in alcune tassazioni che andavano a
sommarsi ai gravami fiscali di natura feudale (mastrodattia, giurisdizione sulle
seconde cause, zecca e portolania, adoho). La situazione economica, fattasi già
abbastanza precaria, ebbe un grave colpo in seguito ai violenti terremoti del
1703, nei quali rimasero distrutti molti edifici pubblici e numerose frazioni, e
trovarono la morte circa 800 persone e gran quantità di bestiame: fu il colpo di
grazia che ridusse Leonessa allo stremo, favorendo l'emigrazione massiccia - già
iniziata nel secolo precedente - verso Roma e le città dello stato pontificio;
né a porvi rimedio valsero molto gli aggiustamenti e le restrizioni imposte nel
1735 dall'uditore generale Francesco Carfora. Tuttavia, nel 1737, e poi nel
1746, pur afflitta da gravi ristrettezze economiche, Leonessa visse la sua ora
di trionfo con la beatificazione e la canonizzazione del suo figlio più
illustre, il cappuccino Giuseppe Desideri.
In seguito alla pace di Vienna del 1735, per la quale Carlo I di Borbone aveva
ottenuto tutti i beni extraterritoriali già appartenuti ai Farnese e ai Medici,
Leonessa ritornò sotto il pieno dominio della casa reale di Napoli e venne
compresa tra i cosiddetti "stati allodiali" di privato patrimonio della corona.
Ai Borboni di Napoli rimase fedele durante i moti rivoluzionari del 1799, ed i
suoi uomini combatterono con impegno tra le "masse" del gen. Salomone
nell'assedio di Rieti.
Finalmente, con la legge eversiva della feudalità (1806), Leonessa fu nuovamente
libero comune, e si organizzò secondo i nuovi criteri amministrativi introdotti
dalla rivoluzione. Prese parte alle lotte politiche del tempo e nel settembre
1820 ebbe anch'essa la sua "vendita" carbonara, subito presa di mira dalla
polizia borbonica.
Con l'avvento del regno d'Italia fece parte della provincia di Aquila tramite il
circondario di Cittaducale. Nel 1927 fu però aggregata alla provincia di Rieti
di nuova istituzione.
Nelle due ultime guerre mondiali molti lutti si sono abbattuti sulla città: più
di 161 furono i soldati morti della prima guerra, e 27 quelli della seconda
guerra. Notevole contributo di vite umane Leonessa diede al movimento di
liberazione, patendo saccheggi e distruzioni ed il barbaro massacro di ben 51
suoi figli. A ricordo di questi ultimi, sul luogo ove morirono le 23 vittime del
massacro nazista del venerdì santo 7 aprile 1944, tra le quali era il cappellano
delle brigate partigiane don Concezio Chiaretti, è stata eretta una
stele-sacrario disegnata dal reatino Arduino Angelucci.
Il civico gonfalone è stato decorato di medaglia d'argento di valor civile
(decreto del Presidente della Repubblica, 8 luglio 1959) con la motivazione: "Resisteva
con intrepido coraggio allo straniero accampato in armi sul sacro suolo della
patria, offrendo la vita di numerosi suoi figli per la causa della libertà".
( tratto dal sito http://www.leonessa.org/ )