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LA STORIA DI GERANO (RM)

Fin dalle origini l'importanza della valle è
data dalla sua storica posizione di terra di frontiera tra Ernici, Equi e
Sabini; facile viadotto verso le pianure del Lazio, oltre che punto di
transumanza del bestiame dagli alti pascoli. In epoca preromana la valle del
Giovenzano rappresenta l'estremo confine dei Latini e tra Praeneste (Palestrina)
e Tibur. Questi due centri erano collegati sul Giovenzano da un percorso che si
snodava sulle pendici dei monti Prenestini. Le vicende storiche e lo sviluppo
della valle seguono e sono legati ai rapporti dei Latini con i popoli limitrofi
(Ernici, Equi, Sabini) e con quelli dei Romani.
Le prime tracce di presenza umana sono individuate con la scoperta di un'ascia dell'età del Bronzo presso
Canterano e del vasellame dell'età del Ferro (VI sec. a.C.) sul Passo della
Fortuna, in Ciciliano. Nel V sec. a.C. sulla valle Giovenzana si stanziano gli
Equi. L'importante nodo stradale del Passo della Fortuna raggruppo i nuclei
sparsi nel territorio in un agglomerato urbano, Trebula Suffenas già a partire
dai primi secoli di Roma repubblicana fino al III sec. d.C. Roma scopre
l'importanza della valle come punto di transito ricco d'acqua infatti conferisce
il diritto di cittadinanza romana a Trebula Suffenas senza però il diritto di
voto. L'intero territorio viene diviso in appezzamenti e viene dato come
ricompensa ai soldati per meriti militari a alle famiglie patrizie che avevano
sostenuto le guerre; i nomi di queste potrebbero essere riconosciuti in vecchi
toponimi. Inizia così un periodo della valle del Giovenzano, con un potenziamento
delle vie di comunicazione, con un conseguente sviluppo delle attività
economiche e sociali. La vitalità romana sedimenta profonde tracce nelle
istituzioni civili e luoghi. Sul territorio geranese è possibile riconoscere
ruderi romani che vanno da capitelli, blocchi, ecc. Trebula scompare verso il
IV sec. d.C., con l'inizio della grave crisi economica delle "villae"; non
scompaiono invece i Trebulani che come vedremo, abbandonato il pericoloso nodo
stradale, risalgono il Giovenzano verso le sorgenti, occupando un entroterra
agricolo-boschivo più consono all'incipiente economia medievale.
Nel III-V sec. d.C. la decadenza dell'Impero Romano si riflette, fuori delle
città, nell'abbandono delle terre che si aprono al latifondo. La valle di
Giovenzano non è esente da
questo corso storico: i suoi terreni vengono accorpati secondo una nuova
organizzazione rurale-amministrativa, denominata Massa Giovenzana o Trellana.
l'organismo quasi autonomo, è gestito come un demanio imperiale, per mezzo di un
procuratore. La Chiesa si adopera per fronteggiare la grave crisi migliorando
con le elargizioni che riceve, il nuovo assetto agricolo, utile alla
cristianizzazione, al servizio religioso e per costruire chiese. Proprio in
questo periodo viene costruita la chiesa di S. Anatolia, che è sotto la
giurisdizione episcopale di Tivoli, ma rivendicata dal monastero di Subiaco. E'
proprio alla corte di S. Anatolia che viene ad intensificarsi la vita
socio-economico-religiosa della colonia Trellana, così da far gravitare su
quelle parti i nuclei abitati del vico-castello Trellano, identificato con
Gerano. Il complesso dei fertili poderi (boschi, pascoli,vigneti, oliveti)
dell'intera massa Giovenzana cambia gradatamente le sue località, da fondi in
casali, vici e castelli, proponendosi come il territorio più ambito. Gli "Homines
Trellanenses" sono i primi nella valle a riscattare la propria autonomia. Nel
958 i Trellanensi sono chiamati in giudizio davanti al papa Giovanni XII per
essersi indebitamente appropriati di alcuni beni del monastero di Subiaco; così
sono costretti a riconsegnare i terreni.
Dietro l'alveo di Trellano, sorge Gerano, quale erede della sua tradizione ed
economia, prima come fondo o monte (978-991), poi come castello sempre conteso
insieme alla massa Giovenzana (997-1005). Trellano e
Gerano convivono vicini per una cinquantina di anni, fino al pacifico travaso
dei Trellanesi a Gerano. L'alternarsi dei proprietari, preannuncia l'accanita
lotta per il possesso di Gerano, che è forse fin dalle origini tenuto in
comproprietà dall'episcopio di Tivoli e il monastero di Subiaco. Dal contrasto
tra sedi ecclesiastiche, ne approfittarono i vassalli che si resero
indipendenti, e un signorotto, Lando di Civitella che si impadronì, verso il
1065, di metà di Gerano. L'abate Giovanni V reagisce, fortificando il Poggio
Marino per stringere d'assedio Gerano e nel 1077-78 riprende la metà occupata da
Lando.
Per non perderlo di nuovo vi costruì un Palazzo, una Torre ed una Cappella (S. Maria).
Il gesto non viene gradito dal vescovo Adamo di Tivoli; da ciò scaturisce un
aspro litigio tra i due prelati, che fecero ricorso al tribunale pontificio.
Il Papa Gregorio VII, già a conoscenza come nunzio della controversia geranese,
dopo alterne trattative, decreta: "che Gerano resti sempre diviso in due
castellanie, ambedue i prelati vi possano liberamente accedere e difendersi, e
s'impegnino ad ultimare la Rocca (palazzo e torre)".
Retto da questo concordato, Gerano prospera per oltre un trentennio fino al 1112, quando se ne impossessa Bertraimo, occupandolo in assenza di Giovanni V.
L'abate pone in stretto assedio il castello e guidando personalmente un forte
esercito di abbaziali caccia il Bertraimo. Gerano, amministrato e governato
secondo il dettato di Gregorio VII, torna nelle mani dell'abate Giovanni V fino
al suo decesso (1121).
Sia la bolla di Pasquale II (1115) che l'accordo con il vescovo Manfredo
(1110-1119), benedettino come Giovanni V, parlano sempre di gestione in comune
delle proprietà geranesi.
Tuttavia la collaborazione dei feudatari fanno trascorrere, dopo centocinquant'anni
di dure lotte, giorni tranquilli ai Geranesi.
Con l'abate Pietro IV (1123-1145), si riaprono le ostilità circa il dominio di
Gerano. Da ciò seguono nuove lotte, tra i due prelati che dopo ambigui approcci
di pace, si placano solo con la "pace" di S. Anatolia. E' il 16 maggio 1169:
esattamente due secoli e mezzo dopo il sorgere dei primi conflitti per il
possesso della massa Giovenzana e del castello trellano-geranese. La pace-tregua
fu sottoscritta nella chiesa di S. Anatolia, zona quasi neutra, gestita da Tivoli
ma in territorio di Subiaco, primo e principale centro
agricolo-economico-religioso della valle del Giovenzano. Gerano, paese a lungo
conteso, seguiterà ad essere ambito per altro breve tempo, cioè fino all'estinguersi delle forze feudatarie e all'affermarsi della propria autonomia
comunale.
( tratto dal sito http://www.comunedigerano.it/inizio.htm )