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LA STORIA DI FORMIA (LT)

Il sorgere della vetusta ed incantevole
città di Formia è tuttora avvolto nei veli della leggenda.
Questa, assai nota a
poeti e dotti Greci e Latini, narra, al riguardo, che Formia era città e
capitale dei Lestrigoni, un popolo di giganti pericolosamente astuti, dotati
peraltro di una forza sovraumana. La ferocia inenarrabile dei Lestrigoni si
caratterizzava prevalentemente con la temibile pratica, da sempre diffusa fra
loro, dell'antropofagia.
Lo stesso Omero,
nell'Odissea (X, versi 106-174), racconta il tragico episodio relativo
all'approdo di Ulisse presso il terribile litorale.
Appena giunto in vista
del luogo, infatti, l'eroe ordina a tre dei propri compagni di andare in
esplorazione lungo le coste della terra appena raggiunta. Essi, una volta
sbarcati, fanno la conoscenza, presso la fonte Artacia, della figlia di
Antifate, il re.
La
fanciulla, interrogata in merito al sovrano di quel luogo, addita loro la casa
di suo padre: i compagni di Ulisse vi si recano e tosto inorridiscono alla vista
di una donna enorme, che scoprono essere la regina. Prontamente richiamato dalla
consorte, il gigantesco Antifate accorre ed afferra uno dei tre malcapitati,
ormai destinato a diventare la sua cena: gli altri due fuggono precipitosamente,
mentre in un batter d'occhio i Lestrigoni, già pronti all'assalto, distruggono
le navi greche lanciandovi contro enormi pietre. In un tale, imprevisto
frangente, l'unica nave a cui è possibile l'estrema ritirata è proprio quella di
Ulisse, rimasta provvidenzialmente fuori dal porto.
La città
dei barbari giganti della leggenda era chiamata appunto Lestrigonia, o
anche Lamia da Lamo, suo fondatore, all'epoca della guerra di Troia (XII
sec. a.C.).
Secondo
altri autori antichi, il nome Lamia derivava invece da quello di una
fanciulla libica che Giove, in occasione di una delle sue numerose infedeltà
coniugali, aveva rapito e portato appunto sul lido formiano.
Ancora
diversi secoli più tardi, quando la città era già nota con il nome di Formiae,
scrittori e poeti Latini continuavano a fare riferimento alla sua presunta
origine Lestrigone; è certamente il caso di Plinio il Vecchio, che nel I secolo
dopo Cristo, scriveva: «Formiae, Hormiae prius dictae olim, sedes antiqua
Lestrigonum» (ovvero: «Formiae, prima detta, un tempo, Hormiae, fu
antica sede dei Lestrigoni»).
Questa
leggenda, che colloca nell'ambito del litorale formiano mostri favolosi simili
ai ben più noti Ciclopi, non trova in realtà alcuna conferma dal punto di vista
geografico: la reale configurazione della costa formiana, infatti, non collima
affatto con la configurazione del luogo che può essere desunto dai versi
omerici.
Alla
difficile questione legata alla dubbia possibilità di una reale identificazione
di Formia con l'antica terra dei Lestrigoni, molti studiosi hanno dedicato, a
suo tempo, una grande attenzione. Uno di essi, Victor Bérard, rifacendosi ancora
una volta al testo dell'Odissea omerica, si mise meticolosamente alla ricerca
lungo le coste del Mediterraneo di una terra che corrispondesse, nei dati
geografici stessi, a quella indicata dal poeta quale sede dei Lestrigoni.
Partendo dal significato del vocabolo greco lestrigon (ovvero «pietra
delle tortore») e dall'etimologia del nome Artacia («fonte dell'Orsa»),
il Bérard scoprì infatti che nelle Bocche di Bonifacio, tra Corsica e Sardegna,
esiste un Capo che fin dall'antichità è detto «dell'Orso»: presso la località
Parau, sempre nella zona, v'è poi una fonte e nel porto esiste uno scoglio detto
«Colombo» (anticamente, Colombarium promontorium) per la grande quantità
di uccelli marini, specie colombi, che vi nidificano. È in tale luogo che
l'acuto studioso ravvisò l'omerica Lestrigonia.
Anche
Ettore Romagnoli accettò la teoria di Bérard: tanto più che, collocata in tale
luogo la mitica città di Lestrigonia, trova spiegazione anche il nome di
Telepilo, ad essa attribuito, e cioè «Porta lontana» (per i Latini Fretum
Gallicum). Resta tuttavia da chiarire il perché di un simile errore nella
tradizione leggendaria legata alla città di Formia.
Al riguardo
il Pais ricorda che, nel sec. VII a.C., ma con ogni buona probabilità anche in
epoca di gran lunga precedente ad esso, i Greci di regola non si avventuravano
mai a navigare lungo le coste di Aurunci, Ausoni, Volsci e Latini, ritenendole
luoghi pericolosi. Questa ripugnanza dei Greci, che identificavano Lestrigonia
con il territorio formiano, fece pure nascere il mito di Circe su un promontorio
non lontano da Formia.
Un'altra
antica leggenda meno cruenta delle precedenti collega invece il nome di
Caieta (la città di Gaeta, che anticamente era un porto formiano) alla
venuta dell'eroe omerico e virgiliano Enea: di nuovo, cioè, al contesto della
guerra d'Ilio.
Si narrava,
infatti, che Caieta, nutrice di Enea, capo dei Troiani scampati alla presa di
Troia ed approdati nella località, vi fosse morta e quindi vi fosse stata
sepolta pietosamente: di qui il nome del posto (Virgilio-Eneide, VII, versi
1-7).
Senza
contare che, per certi autori Latini (contrariamente a quanto afferma Virgilio
stesso, nel libro V dell'Eneide) avvenne presso Caieta anche l'episodio
delle donne Troiane che, stanche del lungo peregrinare, tentarono di distruggere
con il fuoco le navi.
La leggenda
del nome Caieta derivato dalla nutrice di Enea era, del resto, già
contestata ai tempi di Virgilio: infatti Strabone, geografo greco del I sec. a.C., faceva risalire tale appellativo al vocabolo greco Kaiadas, cioè
«cavità», allusione evidente al porto. Lo storico Diodoro Siculo, vissuto nel I
sec. d.C., indicava invece il luogo soltanto con il nome di «Porto Formiano».