LA STORIA DI CORCHIANO (Viterbo)

 

La nascita dell'insediamento

Il territorio in questa fase è caratterizzato dalla presenza di vari abitati di piccole dimensioni, posti in luoghi strategici e ben difesi naturalmente. Uno di questi si trova in corrispondenza dell’attuale località di Pianaglioni, come testimoniano una necropoli con tombe a pozzetto e un argine in blocchi di lava, mentre un altro era situato in località Selvotta. Contemporaneamente si sviluppa anche l’insediamento di Corchiano, probabilmente nell’area dell’attuale centro storico, ben difesa su tre lati dalle scoscese rupi scavate dal Rio Fratta ed, in misura minore, dal Fosso Ritello. Le sepolture in questa fase, dal numero dei reperti ritrovati, avvennero in tombe a pozzetto, costruite, nel caso più semplice, da una buca di forma più o meno cilindrica. Le ceneri del defunto possono essere disposte direttamente sul fondo della buca stessa oppure all’interno di un cinerario, solitamente un’olla. Quest’ultima può avere una copertura, costituita da una ciotola, cui in genere si accompagna un elemento caratterizzante il sesso del defunto: come un coltello o il rasoio. L’elevato rango di una sepoltura può essere indicato per mezzo di un cinerario con ciotola di copertura in metallo, nonché, dalla presenza di custodia di tufo, dentro la quale viene deposto il cinerario stesso. Il corredo del defunto è costituito da oggetti di ornamento ed uso personale quali catenelle, spiraline, fibule con arco rivestito da dischi di ambra, pendagli. A questi di aggiunge il corredo vascolare, che nelle tombe di Corchiano e tuttavia piuttosto scarso, contrariamente al tomba 26 del secondo sepolcreto del Vallone, con una interessante serie di anforette che per la forma rimandano ad ambiente Veiente, una in particolare mostra i resti della tipica decorazione a lamelle.

La formazione della città

La formazione della necropoli dell’abitato di Corchiano è il dato più rilevante dell’età arcaica. Intorno alla seconda metà-fine del IV sec. a.C. con la crescita demografica, dovuta forse a un sinecismo di insediamenti minori sparsi nel territorio, e con l’estensione dell’area abitativa (circa 27 ettari) sul pianoro del Vallone, si rese necessaria la pianificazione urbanistica dell’area cimiteriale del sito. Questo si dotò, sul versante nord-ovest, privo di difese naturali, di una cinta difensiva del tipo “ad aggere” costituita cioè da un fossato largo 15 metri e profondo 5, rinforzato da mura in grossi blocchi di tufo e terrapieno. L’impianto ortogonale della necropoli con tombe di tipo modulare, realizzato extra moenia, fu collegato alla città tramite il decumano (una strada pavimentata con lastre di tufo della larghezza di circa 8 m.) che venne così prolungato verso ovest (Via Antica). Tale via attraversava il fossato con un ponte, e, fiancheggiata da tombe, attraverso le zone del Vallone e di S. Antonio, si biforcava all’altezza di un crocicchio segnalato da un’edicola, costituita da un podio rettangolare con colonnina, luogo sacro per sacrifici e per la deposizione di offerte e di ex voto. Le tombe occupano spazi preordinati e proporzionati tra loro, evidente espressione di un certo egualitarismo all’interno del ceto sociale intermedio. Il vasellame presente nei corredi comprende, bucchero e ceramica di produzione locale, mentre rare sono le importazioni attiche. La realizzazione del progetto urbano deve aver avuto come presupposto la presenza di un potere politico centrale, costituito dal ceto medio, in grado di stabilire le direttive generali nella sua attuazione e di regolamentare l’uso di aree ben delimitate. I ceti più agiati che, secondo tali direttive, non potevano costruire tombe monumentali che emergessero dalle altre, cercavano probabilmente di distinguersi e di ribadire il loro ruolo sociale attraverso ornamenti da parata estremamente preziosi e raffinati.

La romanizzazione

Dopo la conquista romana di Falerii Veteres (241 a.C.), si assiste anche a Corchiano, ad un notevole spopolamento, Le attestazioni di epoca romana si dispongono in particolare lungo il tracciato della Via Amerina  a ribadire il ruolo fondamentale nell’ambito dell’agro falisco di questa importante arteria. Rinvenimenti di tegole, vasellame domestico e pozzi, effettuati nel 1800 sul Vallone, indicano che l’occupazione in età romana non si limitò alla campagna, ma che si estese anche sul luogo del precedente abitato falisco. Da una iscrizione incisa su una parete di tufo lungo il Fosso di Fustignano, si intuisce la presenza di un sistema di opere idrauliche per la coltivazione dei campi dette “prata”. Collegato ai prata sarebbe anche la realizzazione dell’acquedotto di Ponte del Ponte. Probabilmente assegnabile allo stesso periodo è l’iscrizione, di lettura incerta, della tagliata della Spigliara, che testimonia la frequentazione delle vie cave anche in epoca romana. L’occupazione da parte dei contadini del territorio è documentata poi in età augusto-neronica da una iscrizione funeraria della Contrada Aliano. Essa ricordava Marco Quinzio Chilone, tribuno militare e primipilo, cittadino di Falerii Novi (originario di Sentinum nelle Marche), che si era stabilito nella campagna corchianese. Le presenze romane si diradano dal II sec. d.C. fino ad arrivare ad un vero e proprio abbandono nel IV e V secolo d.C.

L'Età Orientalizzante

Nel corso dell’orientalizzazione l’abitato di Corchiano rivela un notevole incremento demografico, testimoniato dal numero delle sepolture, mentre altri insediamenti del territorio (Pianaglioni-Selvotta) scompaiono e sopravvivono in forma ridotta. Nella comunità và formandosi una classe sociale relativamente agiata che, nelle sepolture, fa sfoggio delle sue capacità economiche, attraverso oggetti anche notevoli, ma pur sempre legati al patrimonio della cultura materiale falisca. Mancano quasi del tutto importazioni di un certo pregio e questo fa pensare ad una esclusione almeno parziale del centro dei grandi traffici dell’Agro Falisco, imperniati sui poli di Falerii e Narce. Tra i materiali rinvenuti vi è molta ceramica di impasto. Le forme e gli schemi decorativi, tipici dell’area falisca presentano in alcuni casi particolarità stravaganti, difficilmente inquadrabili tipologicamente. Oltre alle olle, ai grandi holmoi, ai Kantharoi, sono da segnalare i biconici biansati con corpo globulare ad alto collo. Tra i più tipici prodotti locali si presume la presenza di una bottega specializzata nella decorazione di vasi a pittura rossa su ingabbiatura bianca e viceversa. L’analisi dei corredi evidenzia l’esistenza di contatti con Narce, Veio, Vulci e soprattutto con la vicina Falerii, già da questa fase costante punto di riferimento politico ed economico per la comunità di Corchiano

Etruschi a Corchiano

Le origini etniche dell’antico centro di Corchiano si esplicano, oltre che negli aspetti e nelle manifestazioni culturali di ambito funerario, anche nelle numerose attestazioni epigrafiche che documentano l’uso continuo e costante della lingua falisca. Tuttavia tra la fine del IV e il III secolo a.C., si evidenzia nel sito anche una forte presenza etrusca. Il nome stesso della città, che in passato si è proposto di identificare con Fescennium, è stato recentemente ricollegato al gentilizio etrusco Churcle, attestato nell’Etruria interna a Norchia. Gli stretti legami tra questi due centri sono avvalorati, d’altra parte, dalla presenza nel territorio di documenti funerari riconducibili al tipo delle tombe rupestri con facciata a portico che, peculiari nel territorio di Norchia, non si riscontrano altrove nell’agro falisco. Tombe di questo tipo sono ancora oggi visibili, oltre che nella necropoli della Madonna del Soccorso, anche in località Ponte del Ponte. Accanto agli elementi forniti dai resti monumentali, preziosi riscontri si trovano ancora una volta nei dati epigrafici, sia in iscrizioni vascolari, sia in iscrizioni monumentali a carattere pubblico, quali quelle incise sulle pareti della suggestiva tagliata viaria di S. Egidio. Inoltre, caso unico nel territorio falisco, sono state rinvenute numerose tegole di chiusura dei loculi di deposizione che riportano dipinti o graffiti e nomi personali e gentilizi etruschi, alcuni dei quali resi in una lingua ormai falischizzata che attesta l’avvenuta integrazione di persone di origine straniera nella fiorente comunità falisca.

La crescita dei ceti urbani

Nel V sec. a.C. la città è in fase di crescita e la necropoli con impianto ortogonale si estende verso ovest nella zona di S. Antonio. Collegato forse a tale sviluppo è l’arrivo, tra la fine del VI e gli inizi del V sec. a.C., nella comunità falisca di Corchiano di genti etruscofone, documentato da due iscrizioni vascolari con gentilizi che sono stati riferiti dagli studiosi alla zona di Vejo, di Volsinii (Orvieto) e di Chiusi. Già durante la prima metà del V sec. all’interno del ceto medio, che probabilmente gestisce la cosa pubblica, emerge un limitato nucleo di persone, che pur non appartenendo ad un’aristocrazia gentilizia, è dotato di un notevole potere di acquisto. Questo gruppo agiato fa costruire le proprie tombe nella zona di S. Antonio. Segno tangibile della ricchezza dei proprietari delle nuove tombe di S. Antonio è l’abbondanza di ceramica attica presente nei corredi tombali. Giungono infatti a Corchiano prodotti di notevole livello artistico di pittori attivi tra il 475 ed il 450 a.C.: Codrus, Koropi, Marlay, Orchard, Alchimachos, di Pentesilea, di Villa Giulia, di Telephos e di Veio. Le famiglie proprietarie delle tombe del Vallone, risentirono dal punto di vista finanziario, dell’ascesa del nuovo ceto. Ciò si evidenzia dal corredo tombale che, pur mostrando un quadro abbastanza ricco, sono meno cospicui rispetto a quelli che avevano deposto nel VI secolo. La ceramica attica in esse rinvenuta è costituita da produzioni per lo più di serie cioè, ceramica a vernice nera, Kantharoi del tipo Saint Valentin  e Glaukes. Anche la ceramica attica figurata, tutta inquadrabile nella seconda metà o alla fine del V sec. a.C., è presente con semplici produzioni standardizzate e di livello artistico non elevato.

L'Età Ellenistica

Il IV secolo a.C. rappresenta certamente il momento di maggiore floridezza per il territorio di Corchiano, in concomitanza con la situazione particolarmente favorevole che caratterizza in questa fase Falerii Veteres, delle cui vicende politiche ed economiche Corchiano appare sempre più partecipe. E’ in questo periodo che sorge una serie di piccoli insediamenti sparsi aventi una funzione strategica nei confronti della crescente  espansione romana, mentre si assiste ad una capillare occupazione della campagna, come è evidenziato dai nuclei di tombe disseminate intorno al centro abitato. Tra gli stanziamenti minori spicca quello di Ponte del Ponte, un villaggio fortificato a nord di Corchiano, dotato di un imponente acquedotto in opera quadrata di tufo e di un complesso sistema di cunicoli; certamente pertinenti a questo insediamento sono una serie di tombe rupestri tra le quali si segnalano, per le interessanti caratteristiche architettoniche, la Tomba del Capo e quella delle Maschere. Il collegamento tra Corchiano ed i centri minori è assicurato da un fitto reticolo di tracciati viari a volte di notevole impegno costruttivo, come la Via Vaca di S. Egidio, interamente scavata nel tufo che, assolvendo anche alla funzione di via sepolcrale, costituisce una delle zone più ricche di testimonianze monumentali del territorio. Una vera e propria necropoli rupestre, la cui tipologia mostra stretti contatti con quelle di Norchia, è tuttora visibile nei pressi della Chiesa della Madonna del Soccorso.

La dispersione del patrimonio

Le intense ricerche archeologiche condotte alla fine del secolo nel territorio falisco furono determinate, oltre che da pressanti esigenze di carattere scientifico, legate alla nascita nel 1889 del Museo di Villa Giulia e alla elaborazione della Carta Archeologica d’Italia, anche da interessi di imprenditori privati, che investivano negli scavi il proprio patrimonio allo scopo di recuperare oggetti di valore da rivendere sul mercato antiquario. 

Non sfuggirono all’epoca a questa logica di mercato nemmeno i ricchi corredi funerari scavati tra il 1885 e il 1894 nel territorio di Corchiano. Oggetti provenienti dalla collezione privata Hoffman  furono acquistati dal Museo Archeologico di Firenze, mentre un Kantharos a figure rosse, comprato nel 1893 da un certo Dr. Hartwing e poi passato di mano, pervenne a San Simeon nel 1929 tramite un’asta di Sutheby's. Non rimane più traccia delle splendide oreficerie rinvenute nel 1886 in una tomba a camera del sepolcreto di S. Antonio nella proprietà Marcucci, di tale rilievo da suscitare l’interesse dello Helbig, che le avrebbe volute per il museo di Berlino. Il processo di dispersione avveniva, dunque, attraverso canali pienamente legittimi, in quanto risale solo al 1909 la legislazione che sancisce la proprietà dello Stato per tutti i beni archeologici riportati in luce attraverso attività di scavo.

 

( tratto dal sito http://www.comune.corchiano.vt.it/ )

 

 

 

 

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