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LA STORIA DI CANALE MONTERANO (Roma)

Il ritrovamento di molti manufatti in pietra e la presenza di caverne naturali
lungo il corso del torrente Lenta, possibili abitazioni primitive, rivelano la
presenza di insediamenti preistorici nel territorio canalese. I reperti
testimoniano la presenza dell'uomo preistorico e rendono quasi certa l'esistenza
di insediamenti remoti nella zona, ricca di caverne naturali.
Gli studi finora resi noti, fanno risalire probabilmente i reperti al periodo
tardo-preistorico, almeno due millenni a.C., e accennano allo sviluppo a
Stigliano di culture appenniniche, analoghe a quelle riscontrate nel versante
marittimo dei monti della Tolfa.
Anche nel resto del territorio monteranese sono ritenuti probabili altri
insediamenti preistorici. In particolare, per quanto concerne più propriamente
il territorio monteranese, alcuni rilievi hanno rilevato importanti indizi e
tracce di presenza di culture preistoriche analoghe a quelle accertate per i
monti della Tolfa e per Stigliano. Come molte città etrusche, Monterano fu
costruita alla sommità di un'altura, difesa in maniera straordinaria e
inespugnabile. I pendii sono alti circa cento metri, sono ripidissimi e talora a
picco sul fondovalle, rendendo estremamente difficoltoso l'accesso alla sommità.
L'opera degli etruschi ha reso, nel corso dei secoli, l'abitato ancora più
difendibile attraverso, tra le altre cose, strade scavate nel tufo, assai
facilmente controllabili, e opere murarie a complemento essenziale di quanto
fornito naturalmente dalla morfologia del luogo. Le genti che verosimilmente
popolavano la campagna e le valli monteranesi trovarono nel pianoro il luogo
ideale dove concentrarsi per fondere il più munito agglomerato urbano della
zona.
L'aspetto esteriore, la struttura e i monumenti di Monterano etrusca sono quasi
del tutto sconosciuti per la mancanza di ricerche archeologiche sistematiche,
per la deperibilità del materiale usato nelle costruzioni e per la
sovrapposizione nello stesso luogo di insediamenti successivi. Le tecniche
edilizie etrusche non hanno permesso di lasciare resti consistenti nel corso dei
secoli, poiché per le abitazioni e i templi venivano impiegati legno e argilla,
mentre la pietra era usata solo per le cinte murarie, le porte e le tombe.
Allo stato attuale, dunque, l'aspetto della città etrusca può essere solo
immaginato, facendo riferimento alle conoscenze generali su questa civiltà. Gli
edifici di abitazione dovevano essere bassi e affiancati, poggiavano sulla
roccia viva o su fondamenta di pietra. Le pareti erano costruite in mattoni
crudi o con intelaiature di pali, canne e rami ricoperti da strati di argilla.
Il focolare era addossato al muro o al centro della stanza.
Nel pianoro non esistevano sorgenti, l'acqua era trasportata con un ingegnoso
acquedotto dall'altopiano di Oriolo e conservata in cisterne scavate nella
roccia. Appena fuori dall'abitato si iniziava a estendere la vasta necropoli,
che rappresenta ciò che di più significativo rimane dell'insediamento etrusco.
Le tombe più antiche sono quelle più prossime all'abitato, mentre quelle del
periodo medio, coincidente con la massima prosperità, sono quelle più lontane.
Infine le tombe dell'ultimo periodo etrusco si trovano nuovamente nelle
vicinanze del perimetro urbano.
Sull'altopiano della Palombara si scorgono i resti di una seconda serie di tombe
che iniziando dallo stesso pianoro monteranese seguono il tracciato di un'antica
via etrusca e arrivano fino alla località Pozzo Tufo. La necropoli più ricca,
tuttavia, è quella che si estende sul colle della Bandita. Alle due tombe più
conosciute, utilizzate nei secoli da pastori e agricoltori quale rifugio, è
stato dato dalla tradizione popolare il nome Grottino della Bandita e Grotta di
Tabacco.
Per raggiungere le rovine di Monterano attualmente occorre percorrere sentieri
impervi, ma la situazione era ben diversa nel periodo etrusco, quando una fitta
rete viaria carrabile collegava il fiorente abitato con altre città e con le
campagne circostanti. La strada più importante era diretta a Caere, l'attuale
Cerveteri, capoluogo della regione. Appena fuori dell'abitato la via scendeva
per il Cavone, in una gola scavata nella roccia, fino alla valle del Bicione.
Superato il torrente, risaliva il colle della Madonella nella strettoia del
Canalicchio e, dopo aver attraversato per una ventina di chilometri gli attuali
territori di Manziana e Castel Giuliano, giungeva a destinazione.
Una seconda strada si dirigeva verso un'altra grande metropoli dell'Etruria,
Tarquinia. Scendeva il colle scavata nel tufo e attraversava il torrente Mignone
con un ponte di legno, non molto dissimile da quello usato qualche decennio fa,
e proseguiva poi sulla riva destra del torrente in direzione della città.
Si può tentare una descrizione della vita economica e sociale della Monterano
etrusca in base alla storiografia antica e alle pubblicazioni sulle scoperte
archeologiche locali.
Le principali risorse economiche della città erano legate alla produzione
agricola (frumento, vino, olio), all'allevamento, al taglio dei boschi e allo
sfruttamento delle risorse minerarie (ferro). Non doveva mancare una certa
attività artigianale, come la lavorazione dei metalli, del legno, del cuoio,
della ceramica nonché la tessitura della lana. Di tali prodotti si faceva un
significativo commercio, in prevalenza con Caere, la città egemone alla quale
Monterano rimase legata sia nell'espansione, sia nella decadenza.
Il miglioramento dell'agricoltura e dell'artigianato, rispetto ai precedenti
insediamenti primitivi, introdussero una maggiore divisione del lavoro che
accentuò le differenze sociali. L'adozione della scrittura, appannaggio di
pochi, e l'organizzazione religiosa costituirono due potenti strumenti di
controllo sulle classi più deboli: la ricchezza andò concentrandosi in poche
mani, e gli aristocratici, in cambio di protezione, dominavano sui ceti medi e
inferiori, mentre i servi e gli schiavi erano praticamente privi di diritti
civili. Dopo la conquista, i Romani cancellarono rapidamente la struttura
sociale etrusca sostituendola con la loro, meno rigida, dove trovavano spazio i
ceti intermedi dei ricchi artigiani e commercianti. Il territorio di Stigliano è
particolarmente ricco di memorie archeologiche, fin dai tempi della preistoria.
Gli Etruschi vi fondarono un villaggio, come testimoniano le necropoli e gli
oggetti antichi ivi ritrovati. L'abitato etrusco, localizzato probabilmente nel
bosco a nord dell'attuale stabilimento termale, era sorto in corrispondenza
della via di comunicazione che congiungeva Caere a Tarquinia attraverso Castel
Giuliano, le Pietrische e la media valle del Mignone.
La presenza delle acque salutari e la passione dei Romani per le terme salvarono
Stigliano dalla decadenza in cui erano precipitati i centri etruschi
dell'entroterra dopo la conquista romana. Mentre Monterano si andava spopolando,
Stigliano entrava nel periodo più felice della sua storia. La fioritura
economica e culturale del centro romano è testimoniata principalmente dai resti
di una strada selciata, la Selciatella, e dai ruderi delle terme e del tempio,
dedicati al dio Apollo, guaritore delle malattie. Il nome del villaggio romano
era infatti Acquae Apollinares.
La Selciatella collegava le terme di Stigliano con l'importante via Clodia. Lungo questa antichissima strada, colpiscono i resti di un'imponente opera di edilizia stradale, che permetteva alla Selciatella di attraversare un fosso e la relativa valle, il Ponte del Diavolo. Il viadotto è lungo circa 90 metri, largo 6 e alto 9 e supera il fosso con un'unica arcata, la cui luce è di quasi 7 metri. E' costruito in grandi blocchi di peperino che raggiungono fino a 2 metri di lunghezza, incastrati tra loro a secco senza malta di collegamento. La datazione del monumento non è conosciuta. Con ogni probabilità, da un primo esame delle tecniche di costruzione che rivelano tra l'altro chiare influenze etrusche, il ponte risale alla fine del periodo repubblicano, nel I secolo a.C.
Dopo la conquista i Romani organizzarono il territorio dello Stato di Caere secondo gli interessi politici, economici e commerciali di Roma. La regione dei monti Sabatini fu interessata da una nuova corrente di traffico che seguiva il tracciato della via Clodia, la strada che collegava Roma con il lago di Bracciano e passava per gli attuali territori di Manziana e di Oriolo. Il territorio monteranese, tagliato fuori dalla nuova strada, rimase legato alla rete viaria romana solo in parte, attraverso la Selciatella che raggiungeva le terme di Stigliano. A partire dal II secolo a.C., la regione fu oggetto di un'intensa colonizzazione romana. Col crescere degli insediamenti fu avvertita l'esigenza di fornire di un centro urbano adeguatamente attrezzato i piccoli villaggi rurali e i casali sparsi nella campagna. Prese così importanza l'abitato sorto lungo la via Clodia verso la collina di San Liberato, sul lago di Bracciano, cui venne dato il nome di Forum Clodii.
A partire dal IV secolo d.C., i popoli germanici iniziarono a invadere l'impero romano, ormai in piena crisi economica e sociale, crisi dovuta principalmente al crollo dell'agricoltura in seguito all'estensione dei grandi latifondi e al relativo sistema schiavistico che fornendo manodopera qualificata a basso costo aveva impedito lo sviluppo delle tecniche di produzione. Come risultato le campagne si impoverirono e divennero facile preda degli invasori dal nord, i Longobardi. Sotto la nuova ennesima dominazione, le condizioni della popolazione non migliorarono e neppure cessò il sanguinoso susseguirsi dei conflitti. L'invasione longobarda riveste una particolare importanza nella ricostruzione delle vicende storiche monteranesi.
La paura delle continue invasioni dei popoli germanici spinse il vescovo
cristiano e i residui abitanti di Forum Clodii ad abbandonare la propria città,
posta su un territorio scarsamente difendibile e reso forse malarico
dall'incuria dei campi, e a cercarsi un luogo più sicuro dove rifugiarsi.
La scelta cadde nel vicino villaggio di Monterano, situato alla sommità
dell'imprendibile colle, un tempo sede della fiorente città etrusca. L'abitato
venne ampliato e fortificato, furono sistemate le strade di accesso, ripristinate
le opere di difesa e costruite le mura; attorno agli edifici di culto, alle
residenze del vescovo e degli ecclesiastici, si addensarono le dimore e gli
abituri della popolazione.
In questo modo Monterano tornò a essere nuovamente il centro più importante
della regione dei monti Sabatini e tale restò fino al X secolo, quando la
diocesi fu assunta da Sutri.
Venuto a mancare il vescovo e i funzionari della curia, la città perse
nuovamente importanza e si ridusse al solo castello, abitato dal proprietario o
dagli amministratori del feudo e da pochi braccianti e servitori.
Solo dopo il 1300 iniziò la ripresa culturale, economica e demografica
dell'antico insediamento, quando ormai il primato della zona si era spostato
nuovamente, e questa volta per sempre, sulle rive del lago, a favore
dell'emergente centro di Bracciano.
Nell'anarchia che accompagnò la disfatta dell'impero romano e le invasioni
germaniche, il vescovo cristiano, inizialmente capo spirituale eletto dal clero
e dal popolo, assunse anche poteri civili e rimase l'unica autorità pubblica che
riuscì a garantire una certa continuità amministrativa alle città. La formazione
dello Stato Pontificio, sorto nell'VIII secolo sulle rovine del bizantino Ducato
Romano, sancì definitivamente il potere politico della Chiesa su Roma e sul
territorio circostante.
Nella regione sabatina il vescovo si stabilì naturalmente nel suo centro più
importante, Forum Clodii dove rimase fino ai primi anni del 500, per poi
trasferirsi a Monterano. L'ultima notizia di un vescovo monteranese è del 998, e
intorno all'anno 1000 la diocesi venne trasferita a Sutri.
I foroclodiesi trovarono nel pianoro di Monterano un eccellente rifugio alle
scorrerie degli invasori, ma in sostanza le loro condizioni non migliorarono di
molto; l'economia monteranese dell'epoca era basata su una povera agricoltura di
sussistenza alla quale erano dedite le masse di miseri e asserviti braccianti.
I mezzi usati per coltivare la terra erano anch'essi miseri e poco efficaci e di
conseguenza la resa dei campi era irrisoria: ogni sacco di grano seminato ne
restituiva al massimo due di raccolto, le carestie erano ricorrenti e i
braccianti sottoalimentati.
Dopo l'anno 1000, tuttavia, il miglioramento delle tecniche agricole rese meno
miserabili le condizioni di vita del popolo: vennero introdotte le rotazioni
triennali delle colture, l'aratro di ferro, i legumi (fagioli), i mulini ad
acqua.
Nel XII e nel XIII secolo l'aumento degli scambi commerciali portò come
conseguenza l'inizio del superamento della servitù della gleba verso altri
sistemi di conduzione dei campi, quali la mezzadria e l'affitto, e tuttavia le
condizioni di vita non migliorarono vistosamente né cessò l'asservimento di
fatto del bracciante al proprietario della terra.
Alla fine del '300 e agli inizi del secolo successivo Monterano divenne noto per i suoi capitani di ventura, Coluzia e Gentile. Di Coluzia da Monterano si hanno scarse notizie, si sa che fu inviato nel 1382 dal Papa a sedare la rivolta di Corneto, l'attuale Tarquinia; Gentile da Monterano, invece, era più conosciuto. Era comproprietario del feudo monteranese e partecipò alle vicende legate all'anarchia baronale e alle lotte di successione del regno di Napoli, venendo considerato uno dei più celebri capitani del suo tempo.
Negli ultimi secoli del medioevo Monterano non era famoso solo per i suoi
condottieri, ma anche per il suo vino, definito la migliore bevanda della
penisola. La fama del vino monteranese trova particolare eco in una
lettera-relazione del 1549, redatta da Sante Lancerio, l'esperto bottigliere di
papa Paolo III:
" ... Il vino di Monterano si porta all'alma Roma per terra da un castello così
chiamato, distante da Roma una grande e grossa giornata. Questo è un castello
antico di casa Orsina et vi è una grandissima selva denominata Lamantiana.
Questo vino è tanto buono, che a volere narrare la sua propria bontà et scrivere
assai, sarei troppo lungo et non potrei tanto scriverne et laudarlo, quanto più
merita essere laudato.
Tale vino credo certo, secondo il mio giudizio et la mia esperentia, non habbi
pari bevanda in tutta Italia ...". Nel '500 la crisi commerciale, artigianale e
manifatturiera che iniziava a colpire l'Italia, nonché il contemporaneo
attenuarsi nello Stato Pontificio dei conflitti tra i vari potenti locali,
incoraggiarono gli investimenti agricoli e spinsero i latifondisti a impiegare
capitali nello sviluppo dei loro possedimenti. Anche gli Orsini di Monterano e
di Bracciano furono presi dal desiderio di rendere produttivi i loro terreni con
l'impianto di redditizi vigneti e colture più razionali. Nello stesso periodo
una grave crisi politica era in atto negli stati toscani, dove i governi
repubblicani di tradizione libertaria vennero sostituiti dal dominio assoluto
della famiglia dei Medici, che fondò il Ducato di Toscana. In conseguenza ai
lunghi conflitti e alle relative devastazioni, molti toscani e molti umbri,
prevalentemente taglialegna e boscaioli, decisero di abbandonare la propria
terra e si trasferirono nella Silva Mantiana, ben accolti dai proprietari
locali. I nuovi venuti si organizzarono in vari nuclei di capanne,
principalmente ai piedi del monte Sassano, l'attuale Monte dell'Eremo. Quando le
capanne vennero sostituite da edifici in miniatura, ebbero origine, con varie
vicende, i primi insediamenti stabili degli attuali centri di Canale,
Montevirginio, Manziana, Quadroni e Oriolo. La discendenza umbro-toscana delle
popolazioni della zona è tutt'ora testimoniata da vari elementi: aspetti del
carattere, motivi religiosi, e soprattutto dall'inflessione del linguaggio.
( tratto dal sito http://www.monterano.it/antica.htm )