LA STORIA DI BORGO VELINO (Rieti)

 

Il primo certamente antichissimo  insediamento umano - che può essere ritenuto “antenato” di Borgo Velino - è VIARIO. Situato sulle colline a destra del fiume Velino, a circa una trentina di metri sul livello del fiume, VIARIO induce a ritenere nei suoi primi abitatori, provenienti di là dalla montagna, due preoccupazioni, d'altro canto comuni in quei tempi: la difesa contro le piene del fiume e la difesa contro gli uomini, che qui, probabilmente, erano quelli - o soprattutto quelli - della legge, con la quale è opinione largamente accettata che la gente di VIARIO temesse di dover fare i conti e proprio da questo nasce, per Borgo Velino, la fama di paese di briganti, poi accreditata ai tempi del brigante PEZZOLA DEL BORGHETTO. Pare accertato però che VIARIO sorse prima di Roma - o addirittura ai tempi dei PELAGI -  fu rifugio a pastori provenienti dalla Sabina. Di VIARIO rimangono ormai pochi resti, abbandonati da secoli e fittamente ricoperti da terra e da rovi. Più tardi, l’abitato si spostò a valle, a sinistra del Velino, dopo che, sulle sue rive, furono apprestate rudimentali difese contro le alluvioni:  nacque così il “BORGHETTO" il cui insediamento umano si attestò ai margini della romana VIA DEL SALE, oggi Salaria, che attraversa tutta la valle del Velino da ovest ad est, per piegare verso nord all'altezza di Antrodoco. Secondo una tradizione ormai consolidata, l’attuale abitato di Borgo Velino, fino al secolo scorso chiamato Borghetto, sarebbe stato fondato nel corso del sec. XIV dagli abitanti del castello di Forca Pretula (località ai piedi del Monte Nuria) dopo che il loro abitato era stato distrutto dagli abitanti di Cittaducale, stanchi dei continui soprusi ai quali i primi sottoponevano le popolazioni dei villaggi del contado. Ancora oggi è possibile ammirare le antiche fondamenta del castello.  Insieme a Cittareale difendeva l’antico percorso montano della salaria. A margine della Salaria esisteva - e certamente nel periodo imperiale - un tempio pagano dedicato a DIANA che, successivamente, nel VII od VIII sec. d.C. trasformato in chiesa paleocristiana dedicata ai martiri Dionisio, Rustico ed Eleuterio e che ebbe inseriti nella sua struttura architettonica resti in pietra dell'antico tempio pagano, fra i quali un'AQUILA IMPERIALE e di notevole interesse, una antica epigrafe dedicata a DIANA, entrambe visibili nella sua facciata tipicamente romanico - abruzzese. Dopo molti rifacimenti che, via via, si sono succeduti all'interno in periodo BAROCCO, la chiesa, nell'ultimo secolo porta il nome di S. ANTONIO e grazie ad un recente progetto per il restauro ha ripreso le sue funzioni officiatorie e la sua importanza storica. Oggi attendiamo che sulle sue pareti ritornino gli affreschi, trasportati, a suo tempo, in custodia presso il museo all'interno del Municipio. Quello che, invece, sarà difficile che venga restituito al Tempio è il suo portale, che voce popolare vuole asportato e miracolosamente trasferito a S. MARIA EXTRA MOENIA in Antrodoco. Del periodo imperiale dei FLAVI è l'importante NINFEO di una villa romana che costeggiava la via Salaria e che è stato di recente restaurato per iniziativa del Comune e della Sovrintendenza ai Monumenti. Incorporato per secoli nell'adiacente convento francescano, devastato dal tempo e dall'incuria degli uomini, fa bella mostra di se da qualche anno come scenario del giardino pubblico. Ai tempi in cui fu costruito, la villa serviva probabilmente come accogliente sede di tappe per lunghi, faticosi viaggi sulla VIA DEL SALE, forse da parte degli stessi FLAVI nei loro frequenti trasferimenti da Roma alla nativa CITTAREALE nella, lontana valle FALACRINA. Il NINFEO era sicuramente arricchito di statue e mosaici. Con molta probabilità, tra le sue decorazioni in pietra, figurava il CIPPO MONOLITICO per anni abbandonato in un adiacente orto ed ora custodito, fortunatamente, nella sede municipale. Il suo bassorilievo frontale, che riporta una ALLEGORIA DELLA VITA E DELLA MORTE,  fa ritenere che si trattasse di MONUMENTO FUNERARIO. Come abbiamo detto, il convento di S. FRANCESCO fu costruito sui resti o sull'area della villa romana ed adiacente al NINFEO,  che ne era incorporato. il convento fa parte certamente di quel complesso di santuari, che caratterizzano la vallata reatina, detta appunto LA VALLE SANTA di S. FRANCESCO D'ASSISI. Certamente posteriore e meno importante dei santuari di Greccio, di Fonte Colombo, della Foresta e di Poggio Bustone, tuttavia, come quello non lontano di Cittaducale, è testimonianza della spiritualità francescana che illuminò anche la valle del Velino. Apparteneva alla Custodia di Rieti; i suoi edifici presentavano fino a qualche decennio fa un pregevole CHIOSTRO a forma rettangolare con elegante colonnato a due piani, con affreschi che rappresentavano scene della vita e dei miracoli del FRATE  POVERELLO. All'interno della Chiesa, oltre all'altare maggiore, simile all'attuale altare barocco di S. RUST1CO ELEUTERIO e DIONISIO, i erano quelli dedicati a S. ANTONIO DA PADOVA ed all'IMMACOLATA CONCEZIONE.  La storia tramandata, vuole che il convento dei Minori fosse stato fondato proprio da S. Francesco e che, prendendone possesso, Lui stesso piantò vicino alla porta d'ingresso, un albero d'olivo da lui tagliato. Lo storico PISANO in un suo studio identificò il convento del Borghetto con il LOCUM VALLIS o convento della valle la cui fondazione è da attribuire proprio a S. FRANCESCO. La tradizione vuole ancora che a Borgo Velino vi dimorò S. Francesco d’Assisi durante i suoi pellegrinaggi attraverso la Sabina. I pochissimi atti notarili (che peraltro evidenziano qualche intreccio politico-economico), non sono utilizzabili, a causa della loro esiguità, per ricostruire, attraverso le compravendite, gli affitti, le donazioni, i testamenti e le permute, la “vita intima” del Borghetto, delle sue istituzioni (dalle Confraternite al Convento), delle colture e dell’economia. Dai documenti farnesiani sappiamo però solo che quest’ultima, purtroppo nel ‘600 andò sempre più deteriorandosi non solo per l’attività dei banditi, ma soprattutto per l’incidenza di altri fattori, tra i quali principale l’eccessivo aggravio fiscale. Non solo, ma il vero colpo di grazia fu dato dalla natura; un fortissimo terremoto infatti, nel 1703, semidistrusse Borghetto, provocando atra l’altro anche 30 morti e numerosi feriti. La chiesa di S. Matteo venne quasi distrutta dalle onde del sisma… «la chiesa Madre ha in parte il tetto smantellato, è al tutto intraperta di maniera che farà d’uopo affatto ruinarla»  Per risarcire l’edificio il Reggimento di Borghetto destinò la somma di 80 scudi annui prelevandoli dalle esigue rendite del mulino pubblico. I lavori terminarono soltanto nel 1787, ma la Chiesa venne ampliata da altri edifici sacri.  Anche il convento francescano fu vittima di questo terremoto ma i frati seppero restaurarlo in poco tempo. Per far ciò dovettero fortemente indebitarsi, ben 2600 scudi papali, per far fronte ai quali furono costretti a privarsi di moltissimi beni immobili e a chiedere ulteriori prestiti. Il convento esisteva ad ogni modo, già nei 1472, quando SISTO IV tassò per la somma di 3 once e 8 grana i poveri fraticelli del Borghetto. Ora, quasi tutti i locali del convento sono distrutti non tanto dal tempo, quanto dall'incuria degli uomini, che, del suo complesso, hanno fatto un centro aziendale, finendo così di  rovinare quanto si era salvato. Sul pavimento della chiesa si notava, quando il pagliaio non la ricopriva, una piccola LAPIDE, più volte forzata per un presunto tesoro sulla quale veniva ricordato che la vedova di GIACOMO PEZZOLA aveva lasciato ai fraticelli del convento una somma in denaro per le messe in suffragio del di lei marito molto più noto come il BRIGANTE DEL BORGHETTO. Siamo rimasti al 1472 e fino al 1624, la storia del Borghetto non presenta avvenimenti di rilievo tali che si pongono al centro di quell' insieme di intrecci politici, economici e giurisdizionali che caratterizzano il resto della valle del Velino e in particolare il distretto di Città Ducale di cui faceva parte (‘500–‘800). Le altre notizie che si hanno su Borghetto, sono poche e frammentarie e non contribuiscono, quindi, a delineare un quadro ben preciso dello sviluppo sociale e politico del paese: dalle sue origini (comitatus contro civitas) fino all’infeudamento a favore di Margherita d’Asburgo, troppo pochi sono i fatti di rilievo consegnatici dalla storia. Situato ai confini del Regno di Napoli con lo Stato della Chiesa, Borgo Velino seguì le vicende nel corso dei secoli; nei primi anni della sua esistenza dovette sostenere lunghe lotte, principalmente per questioni di confine, con il vicino castello di Antrodoco, che sotto l’influenza dei Pretatti, una delle più potenti fazioni aquilane, mantenne sempre un atteggiamento ostile nei confronti del re di Napoli. Le condizioni di vita del paese rimasero ancorate all'agricoltura ed a piccoli allevamenti di bestiame, praticati per la sola sopravvivenza, e a qualche sporadico caso di grossi armentari ovini e caprini. Si ricordano in questo periodo i perpetui contrasti con Antrodoco per motivi di confini, come nel giugno del 1486, allorché Antrodoco fu messa al SACCO dai borghettani. Queste rivalità di confine, però, coinvolgevano enormi interessi economici delle due parti, come lo sfruttamento della montagna di PISCIGNOLA. Solo nel 1564 fu possibile riverificare i confini contesi, confini che comunque ancora oggi vengono messi in discussione. Questa revisione fu voluta caparbiamente da MARGHERITA D'ASBURGO - MADAMA D'AUSTRIA - che aveva fatto di queste zone un suo FEUDO. Proprio da MADAMA D’AUSTRIA - si ha un mutamento profondo della comunità di Borghetto, dovuto soprattutto all’eccessivo aggravio fiscale chiesto al feudo e all’introduzione dei Capitoli, una sorta di codice di comportamento che i borghettano dovevano tenere nei confronti delle autorità e della cittadinanza stessa. Fino a tutto il 1600 però e nei primi decenni del 1700 il concetto stesso di confine geografico non era chiaro come lo è oggi. Spesso a segnare un confine c’era una pietra, una lapide e non mancano i casi in cui si faceva riferimento ad alberi e arbusti. La documentazione più consistente su Borghetto inizia proprio quando nel 1539 il paese, venne incluso nel distretto di Cittaducale, cioè entrò a far parte dei possedimenti di Margherita d’Austria. Figlia naturale dell’imperatore Carlo V, sposata in seconde nozze ad Ottavio Farnese duca di Nepi, fece redigere uno statuto speciale appositamente per “Borghetto”, i Capitoli, Accanto alla nuova struttura municipale che si andò articolando con la concessione dei “Capitoli”, che avviarono il processo che portò all’autonomia da Città Ducale, la comunità di Borghetto stava cominciando ad avviare un mutamento che ben altri sbocchi avrebbe potuto forse avere se Madama non fosse scomparsa immaturamente. Alla morte di Margherita, avvenuta ad Ortona nel 1586, i suoi feudi passarono, per successione, ai Farnese, ai quali rimasero fino al 1731, anno in cui, morto senza prole Antonio Farnese, i beni della famiglia furono ereditati da Carlo di Borbone, primogenito di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, che il 3 luglio del 1735, nella cattedrale di Palermo, fu incoronato re di Napoli e di Sicilia. I beni, tuttavia, vennero sempre amministrati personalmente dalla famiglia Borbone, entrando a far parte del complesso dei beni allodiali, fino alla soppressione dei feudi. Nel 1642, fa la sua prima comparsa sulla scena storica il BRIGANTE GIULIO PEZZOLA del BORGHETTO. Il capomasnada borghettano (una masnada era una sorta di piccolo plotone di briganti), fu certamente sepolto a Napoli, dove era stato rinchiuso, nelle carceri di CASTEL DELL'OVO, dallo stesso FRANCESCO II di BORBONE , del quale era stato per lungo tempo al servizio nella guardia reale, prima di inimicarsi la Corte a causa del suo carattere iroso, insofferente ma soprattutto per le sue imprese criminose ai confini tra lo STATO PONTIFICIO ed il REGNO di NAPOLI. La storia del PEZZOLA, tuttora incerta e per molti aspetti arricchita dalla fantasia popolare, ha fatto di lui il brigante che ha segnato una lunga pagina della storia borghettana (1598 – 1673). La leggenda ha ovviamente nobilitato le sue gesta – con la costante caratteristica di difesa dei poveri e degli oppressi dalle prepotenze dei potenti e dei ricchi al punto di fare del PEZZOLA un irriducibile nemico degli alti prelati della Curia Romana, ma devoto amico dei FRATICELLI del CONVENTO di S. FRANCESCO.  Tra le curiosità legate a questo controverso personaggio ricordiamo che fu proprio lui ad importare da Napoli il gioco di carte TRES SITIS oggi TRESSETTE, appena codificato nella città partenopea dal CHITARRELLA dipendente dalla Corte Borbonica. A questo punto è il caso di ricordare sinteticamente come il PEZZOLA segnò quasi 100 anni della storia del BORGHETTO e ci viene in aiuto lo studio storico di GIORGIO MARINELLI con il suo "IL BRIGANTE GIULIO PEZZOLA DEL BORGHETTO E IL SUO MEMORIALE "dato alle stampe nel giugno del 1982 a cura del Comune di Borgo Velino:

1624 - G.P. viene nominato Capitano di confine dal Viceré di Napoli - Duca D'Alba;

1635 - In una imboscata, Giulio, viene ferito all'interno della chiesa di S. Matteo, oggi chiesa parrocchiale di Borgo Velino;

1647 - Combatte contro Masaniello e le truppe Francesi per liberare Napoli dai tumulti popolari; 

1652 - Viene ricevuto con tutti gli onori a Madrid dal Re di Spagna; 

1659 - Giulio cade in disgrazia e gli vengono confiscati tutti i beni in Borghetto; 

1660 - Giulio con il figlio Giacomo vengono carcerati a Napoli; 

1673 - Giulio, tenta una rocambolesca fuga da Castel dell'Ovo a Napoli e muore sfracellandosi sulle rocce.

Legato alla storia del PEZZOLA che è nato, si badi bene, non a Fondi, come il famoso PEZZA, ma a ROCCA DI FONDI, è  il PALAZZO che si apre su un lato della Piazza Umberto I

Pur con qualche rifacimento discutibile, il PALAZZO PEZZOLA, questa la sua denominazione popolare - mantiene una sua spiccata signorilità tardo rinascimentale che fa spicco tra le tante casupole del centro storico e che contribuisce in modo decisivo a fare della piazza il "SALOTTO di Borgo Velino”. All'interno del palazzo, ora suddiviso in tanti piccoli appartamenti, la vecchia sala di rappresentanza con soffitto a cassettoni in legno di castagno ha uno splendido CAMINO, che occupa tutta la parete di fondo, ed è circondato elegantemente di fregi e sculture in cotto, ancora integre che possono ricondursi allo stile impero e molto probabilmente alla mano del CESI notissimo incisore Antrodocano. Sul lato destro del camino un viso di uomo in cotto, molto simile a quello ritrovato sul calcio ligneo di un FUCILE A TROMBONE, forse dello stesso PEZZOLA. Sulla piazza si affaccia anche, con lo splendido sfondo di MONTE GIANO, il centro storico che risale molto probabilmente al ‘700. L'accesso era rappresentato dall'ARCO DI PIAZZA, dotato di un robusto portale, del quale esistono ormai solo i massicci cardini in pietra. Da tempi più recenti invece, sorge su tale arco una caratteristica torre campanaria che domina la piazza. Sempre sulla pizza, al lato dell'arco una FONTANA a tre CANNELLE recante lo stemma dei FARNESE (LEONARDO), con la scritta "IN TE DOMINE SPERAVI" e la data MDLXXXV. Dall'alto di una dolce collina, domina il cosiddetto CASINO DEI BLASETTI dal nome della famiglia antrodocana che ne fu a lungo proprietaria. La fantasia popolare fa di questo fabbricato una sorta di fortezza, rifugio del PEZZOLA, il quale, nei momenti di pericolo, attraverso un cunicolo segreto, vi si trasferiva coi suoi briganti dal palazzo di piazza. Borgo Velino, fino al 1860 fa parte del Regno di Napoli; ai tempi della spedizione in Italia di NAPOLEONE fu baluardo all'avanzata delle armate francesi. In tale epoca Borgo Velino visse insieme ai paesi limitrofi, un esaltante momento di fedeltà al legittimo sovrano contribuendo a fare strage di soldati francesi diretti verso Rieti. Fedele ai Borboni, deve a questa sua fedeltà il motto del suo stendardo comunale "INSIGNIA FIDELIS BURGETTI". La sicurezza dei confini del Regno di Napoli infatti, dalle parti di Rieti, Norcia e Cascia venne seriamente messa in discussione e poi violata dalle truppe francesi, nel dicembre del 1798. A subire i danni maggiori dell’invasione furono proprio le località lungo la Salaria (scelta come una delle direttrici di penetrazione) e cioè Città Ducale, Canetra, Borghetto e Antrodoco, costrette a più riprese a ospitare gli accampamenti e a fornire vettovaglie e denari al nemico. Così sul finire del 1798, il quadro politico italiano vede la Francia quasi padrona di tutta la penisola (restano indipendenti la Sardegna e gran parte del Regno di Napoli). Il 26, martedì dopo Pasqua, i francesi venuti da Rieti riprendono la via del ritorno con il pingue bottino ottenuto saccheggiando il capoluo­go abruzzese e «pagarono ilfio della di loro empietà» (memoriale di G. Salomone). Passando fra Sassa e Scoppito essi sono avvistati dalle masse di Sassa, Gensano e Tornimparte e assaliti alle spalle. In rotta precipitosa dopo aver perduto parte dei carriaggi, gridando «Pace, Pace» e sempre inseguiti dai realisti, essi riescono a superare alcune imboscate a Rocca di Corno e a Antrodoco. Solo verso notte giungono a Borghetto dove subiscono un massacro da parte degli abitanti (uomini e donne, con l’elemento fem­minile che prepotentemente per la prima volta entra sulla scena da pro­tagonista) che tirano precise schioppettate e gettano dall'alto pietre, tegole e olio bollente. La tragedia nella quale incorrono i francesi è narrata con vivacità dal Chimenz che descrive gli abitanti del Borghetto appostati nelle vi­gne e sui portoni, e le donne salite sui tetti. «1 Francesi incalzati passavano rapidamente per questo Paese, quando una Donna, avendo dal tetto scagliato una grossa pietra, colpì la testa di uno de’ due cavalli che tiravano il primo cannone, per cui cadde a terra semivivo, ed il Vetturino dell'altro cavallo, essendo stato con un colpo di fucile ucciso, il cavallo rimasto solo senza guida, nel proseguire il camino attraversò il primo cannone; onde avvenne, che restò incagliato anche il secondo, e terzo cannone, ed indi tutte le vitture. Li soldati, che confusi si sban­darono per i continuati colpi di fucili, che da tutte le parti gli tiravano dalli nostri, e dalle pietre che   da' tetti scalgiavano le Donne, dovettero lasciare tutto il bottino. Gli armati in massa parte si diedero ad occupare il bottino istesso, e parte seguitarono a battere il nemico, che in qual­che numero andò a riunirsi nel Ponte di S. Margherita. Rimane ucciso pure l'ufficiale che in S. Bernardino aveva soppres­so con le sue mani cinque dei 27 frati. Come detto dal Chimenz si salva il comandante (rimasto comunque ferito) con circa 80 uomini, 5 dei quali ridotti alla cecità dalla cenere lanciata dalle donne di Canetra. Vanno persi i tre cannoni, le cavalcature e l'intero bottino fatto all'Aquila for­mato principalmente da oggetti sacri e che valeva circa 100.000 ducati: esso scompare rapidamente nelle tasche degli assalitori. Per tentare di arginare le Masse e in seguito forse anche per vendi­care questa prima strage di Borghetto, ma certamente per saccheggiare e procurarsi vettovaglie, i francesi organizzarono diverse azioni punitive. Dopo una serie di aspri e duri scontri, dove persero la vita molti civili, arrivò una seconda vittoria nuovamente a Borghetto. Il 2 maggio infatti, un’altra strage attese i Francesi, costretti per l’evolvere non positivo della guerra. Le masse erano pronte ed imboscate, e al grido del capomassa, Angelo Clementi - «Noi non ci spostiamo se prima non si sente se quale strada vole prendere l’inimico…» - assalirono i francesi, i quali erano già stati assaliti dagli abitanti di Rocca di Corno e Scoppito in località «vena del soldato». Dopo, la colonna principale, seguita da vicino dalle masse di Scoppito e Rocca di Corno, tentò a marce forzate di raggiungere Antrodoco, ma fu sorpresa dai realisti, fra i quali anche la massa di Castel S. Angelo, fra Rocca di Corno e la Madonna delle Grotte. Proprio qui, i comandanti dello squadrone, avevano deciso di tendere un’imboscata e nei giorni precedenti avevano ordinato di guastare la strada per rendere più difficoltoso e più lento il passaggio alle truppe e al carriaggio; «Allora fu che i nostri fecero fuoco da tutte le parti contro del nemico, che fu posto in una rotta rilevante, essendo ivi rimasti uccisi quasi tutti gli ufficiali e si avvilì talmente che non potendo i nostri far fuoco per la gran pioggia, giunsero ad uccidere i francesi coi stili, sciabole, accette e bastoni. Il comandante francese, e tutt’i soldati gridavano “Prigionia, prigionia”; ma non erano esauditi». A decine (300 afferma Salomone) cadono francesi e cisalpini sotto i colpi di arma bianca e di calci dei fucili  dei realisti e dei 400 antrodocani accorsi. Il grosso della colonna francese, abbandonati i carriaggi e i cavalli, riesce a invadere Antrodoco per trovarvi riparo; attaccato dalla popolazione incitata da Ferdinando Carconi e lasciatosi dietro altri caduti, dopo appena un'ora i francesi vengono costretti a proseguire verso Borghetto. E all'interno di questo paese che si verifica il vero e proprio attacco finale. Quando i soldati si sono tutti inoltrati a Borghetto, passaggio tanto obbligato quanto pericoloso, gli abitanti sbarrano sia la via d'uscita sia quella della ritirata, intrappolando così il nemico lungo la strettissima strada: come un mese prima, dalle finestre inizia una pioggia di mattoni, tegole, sassi, acqua e olio bollenti e fucilate. Sopraggiungono da Antrodoco anche le masse che stanno inseguendo l'esercito repubblicano; i francesi sono sospinti verso il fiume Velino e in tal modo la strage diviene ancora più tragica: «Quei, che si sottrassero ala morte, si diedero alla fuga, lasciando tutto il bagaglio: ma non pertanto furono lasciati d'inseguire fino ad obbligarli a buttarsi disperatamente nel fiume Velino, e di questi, pochi se ne salvarono, così che i nostri, che l'inseguirono, viddero, che l 'acqua del detto fiume divenne color sanguigno (...). Si camminava sulli  cadaveri, e le strade erano talmente insanguinate, che niuno poteva passarvi senza sporcarsi di sangue le scarpe». Rimangono sul terreno o affogano non meno di 1.000 francesi, come ricordano le cronache dell'epoca. Cade, e il suo corpo non verrà mai ritrovato, anche il barone teramano Alessio Tulli che era al seguito delle truppe partite il 29 aprile da Teramo. Muore anche il comandate della piazza dell'Aquila insieme con tanti ufficiali; oltre 100 sono i feriti trasportati a Rieti e per più giorni sul fiume Velino galleggiano cadaveri di soldati d'oltralpe. Nel bottino che finisce in mano alle masse c'è anche la cassa militare. Il giorno dopo inizia la conta dei morti. Nella piazza grande della cittadina, alla Porta del Ponte, lungo la regia strada che porta all'Aquila, al Fosso del Rivo che scorre a fianco di questa strada, sulla collina che sta accanto, gli  incaricati contarono, 120 cadaveri di soldati dell'eser­cito straniero e un solo caduto da parte delle masse, rinvenuto alla chiesa di S. Maria delle Grotte. Ma il conteggio è soltanto «sino a quest'ora».

 

( tratto dal sito http://www.borgo-velino.it/ )

 

 

 

 

 

 

 

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