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COSA VISITARE A VEROLI (Frosinone)

PORTA ROMANA
Venendo da Alatri, sui tornanti che
salgono a Veroli già si offre allo sguardo l'ampio panorama della Valle del
Sacco. Giunti ad un centinaio di metri da Porta Romana, sulla sinistra, si può
vedere la caratteristica fontana fatta costruire da Cardinale Quiñonez nel 1535.
Più avanti, in alto, sulla parete del colle che scende a picco, si stagliano nel
cielo, destando grande stupore, le tre imponenti absidi della Basilica di Sant'Erasmo,
animate da archetti ciechi e da colonnine pensili. Davanti a Porta Romana si
consiglia di lasciare l'automobile e di proseguire a piedi, per iniziare la
visita dei principali monumenti della città.
Oltrepassata la monumentale Porta Romana, costruita alla fine del '700 su
disegno dell'architetto Giuseppe Subleyras, voltando sulla prima strada a
destra, Via G. Sulpicio, è il Palazzo Aliprandi De Gasperis, con elegante
portale che immette nei locali oggi occupati dal ristorante "La lega ernica"
(civico 29). Qui nel 1494, furono ospitati papa Alessandro VI e Carlo VIII, re
di Francia. Proseguendo e poi girando a sinistra, si raggiunge facilmente Piazza
Giuseppe Mazzoli, dove si affacciano la Cattedrale di Sant'Andrea ed il Palazzo
del Municipio.
Poco prima di raggiungere la piazza, lungo Via Vittorio Emanuele, sulla
sinistra, c'è il cortile di Casa Reali protetto da un cancello, che non
impedisce però la visione dell'interno con la sua perfetta architettura
medioevale: con le bifore, il pozzo, gli archi. Murata su una parete è ben
visibile una rilevante testimonianza di epoca romana: il calendario dei Fasti
Verulani.
BASILICA DI SANT'ERASMO
A pochi metri da Porta Romana, salendo
per Via Garibaldi e passando davanti ad archi e bifore e tra pareti fortificate
di abitazioni medievali, si giunge alla Basilica di Sant’Erasmo.
La Basilica fu fondata su un preesistente oratorio costruito da San Benedetto e
dai suoi discepoli, che si erano fermati a Veroli nel 529, durante il viaggio di
trasferimento da Subiaco a Montecassino. La costruzione venne finanziata da un
cittadino di Veroli, Valentiniano, che poi raggiunse San Benedetto a
Montecassino, seguì la vita monastica e per molti anni fu abate del monastero di
San Pancrazio, presso il Laterano. Dopo, fu proprio Valentiniano una delle fonti
da cui San Gregorio Magno attinse le notizie utili per scrivere la vita del
Santo Patriarca. I Benedettini restarono a Sant’Erasmo fino al XII sec., quando
vennero sostituiti da canonici regolari.
Nel corso dei secoli, la chiesa è stata più volte ristrutturata, ma ha
conservato lo stile romanico della facciata con portico a tre archi del
1104-1127, nel campanile con bifore romaniche (già antica torre romana come
quella della Cattedrale) e nelle tre imponenti absidi, ben visibili dalla strada
sottostante, uscendo da Porta Romana. La parte superiore della facciata fu
modificata da un architetto di nome Martino con l’apertura di ampie finestre
settecentesche; alle basi delle cornici che sovrastano i due archi laterali si
possono osservare alcune figure di “mostri”, dalle cui bocche escono motivi e
fregi ornamentali: tali figure risentono dell’influenza delle credenze e delle
leggende medievali e del fantastico e misterioso mondo orientale. Le altre
decorazioni della facciata, come pure la cornice centrale, furono eseguite,
secondo il parere del Prof.A.Scaccia Scarafoni, da maestranze benedettine, che
lavorarono anche in altri centri e monumenti abruzzesi. La doppia scalinata che
immette nel portico fu costruita nel ‘700.
Nell’interno, una grande tela posta in fondo alla navata sinistra, voluta da
Mons.Giovardi e dipinta nel 1747 da Sebastiano Conca (o forse da T. Kuntze,
secondo M. Stirpe), ricorda l’incontro avvenuto nel 1170 nella Basilica di Sant’Erasmo,
alla presenza di sedici cardinali e dei rappresentanti della Lega Lombarda, tra
il Papa Alessandro III ed Everardo Vescovo di Bamberga, inviato dell’Imperatore
Federico Barbarossa, per cercare le condizioni di una possibile pace.
Lungo la stessa navata è situato un quadro: il Battesimo di Gesù, che viene
attribuito ad un anonimo allievo del Maratta. Nella cappella del Sacramento è
custodito un prezioso calice in argento dorato, della fine del XIV secolo, dove
l’Ostia consacrata il 26 Marzo 1570 operò grandi prodigi, confermati e
convalidati poi da testimonianze giurate e da processi. Adesso il calice viene
utilizzato per la celebrazione della Santa Messa, una volta l’anno, il martedì
dopo Pasqua. Vi sono conservati, inoltre, un “encolpio” bronzeo, una croce
pettorale del secolo XI, con le figure del Crocifisso, della Madonna e di vari
santi, e un martirologio pergamenaceo del secolo XII. Quest’ultimo, scritto in
caratteri gotici italiani, è stato restaurato a cura del Vaticano, ed in seguito
ne è stato trascritto, catalogato e pubblicato il primo volume con le pergamene
relative agli anni 937-1199. Il volume è inserito nei Regesta Chartarum Italiae,
curati dall’Istituto Storico Italiano per il Medioevo.
PORTA E PALAZZO SANTA CROCE
Quasi attaccati l’uno all’altro vi sono
tre monumenti omonimi: la chiesa, la porta ed il palazzo di Santa Croce. La
chiesa parrocchiale, situata nella piazza antistante la porta, fu fatta erigere
dal Cardinale Quiñonez all’inizio del sec. XVI.
La porta, una costruzione medioevale a pietra viva, già antica torre dimezzata e
resa più solida da due speroni laterali, immette nel quartiere di Santa Croce.
L’antico borgo ha conservato l’architettura e l’ambiente medievali, non soltanto
grazie alle sue antiche case con elementi romanici e gotici, con archi e bifore,
ma anche per le sue attività artigianali che ancora vengono esercitate con
perizia e pazienza nelle "botteghe", lungo le strette e tortuose vie. Prima di
salire verso Via Cavour, si nota il palazzo di Santa Croce, che fu dimora del
Cardinale Quiñonez, Prefetto di Veroli nella prima metà del '500. Una graziosa
bifora gotica rende più elegante la facciata (sulla quale spicca una croce
traforata, simbolo del titolo del Cardinale di Santa Croce), mentre nella parte
posteriore, la corte, ancora ben conservata, dà un aspetto caratteristico a
questo palazzetto austero ed elegante.
Al n°9 di Via Cavour, una tipica casa medievale, riportata anche nelle pagine
dell’Enciclopedia Treccani, suscita non solo curiosità, ma interesse ed
attenzione.
ABBAZIA DI CASAMARI
L'Abbazia appare imponente e solitaria
sulla vasta piana che si estende tra Frosinone e Sora. Il suo nome è di chiara
origine latina: Casa Marii, Casa di Mario, il celebre condottiero romano, come
attestano alcune epigrafi rinvenute nel corso degli scavi archeologici.
Sul nucleo di età romana, nel 1035, per volere di alcuni "chierici di Veroli"
(del cui territorio comunale il complesso abbaziale fa parte) fu fondata
l'abbazia, prima affidata ai benedettini, nel secolo successivo ai cistercensi;
oggi vi dimorano una cinquantina di religiosi, appartenenti ad una congregazione
decretata " sui iuris" nel 1929, nel solco della tradizione benedettina.
Il complesso ci si presenta con il singolare edificio della casa abbaziale, oggi
adibita a foresteria, caratterizzata da un amplissimo ingresso ad arco, che
contiene nel proprio interno due archi goticheggianti affiancati. Il tutto è
sormontato da una serie di bifore che trasformano l'intera facciata, accentuando
l'alternanza fra pieni e vuoti che costituisce l'elemento distintivo
dell'edificio. È evidente l'influsso gotico, sia pure in una versione italiana,
nella quale l'arco a sesto acuto tipico di questo stile non giunge mai alle
altezze vertiginose degli edifici gotici dell'Europa centro-settentrionale. Sarà
proprio questo, come vedremo, il filo conduttore, dal punto di vista artistico,
della nostra visita all'abbazia, la cui chiesa, insieme alla sala capitolare,
costituisce uno dei primi esempi di stile gotico-cistercense in Italia.
Pur edificata, come abbiamo visto, nell'XI secolo, l'abbazia di Casamari ebbe la
sua fondamentale struttura architettonica nel Duecento, nel corso del grandioso
fenomeno dell'insediamento di centri religiosi di origine cistercense in varie
regioni europee.
Fedeli al motto benedettino "Ora et labora", i cistercensi non si limitarono a
diffondere il loro pensiero religioso, il loro austero modo di vivere la fede,
ma anche una nuova economia agricola, basata sullo spirito organizzativo,
sull'ammodernamento delle tecniche, in una parola sulla razionalizzazione.
La severità della regola e l'attivismo sono perfettamente rispecchiati
nell'architettura cistercense, di cui l'abbazia di Casamari e la non lontana
abbazia di Fossanova costituiscono dei veri e propri "incunaboli" in Italia.
La prima pietra dell'abbazia di Casamari fu posta nel 1203, e l'edificio sorse
molto rapidamente: fu infatti consacrato nel 1217 da papa Onorio III. Presenta
alcuni elementi tipici cistercensi, come l'abside volta ad oriente, la pianta a
croce egizia, il transetto rettangolare.
La chiesa si affaccia sul cortile d'ingresso, sulla sommità di un alta
gradinata, con un prospetto singolare, sostenuto da contrafforti laterali,
preceduto da un portico a tre archi.
Nell'interno i cistercensi, pur lasciando le equilibrate proporzioni romaniche,
adottarono l'arco acuto e la volta a crociera ogivale, elementi tipici dello
stile gotico. Questi caratteri architettonici spiccano in tutta la loro forza
espressiva, grazie alla quasi totale assenza di elementi decorativi. Unico
ornamento, il ciborio settecentesco in marmi e stucchi policromi che sormonta
l'altare. È la luce che, correndo sotto le arcate ogivali, rifrangendosi fra i
costoloni della volta, riverberandosi sul colore delicato del travertino,
inventa la più raffinata decorazione per la spoglia essenzialità di questa
architettura. Tutto ciò corrisponde perfettamente all'austerità della regola
cistercense, affermata dalle parole di San Bernardo in un suo testo famoso,
l'"Apologia a Guglielmo", nel quale attaccava violentemente il lusso decorativo
di chiese e chiostri condannando una Chiesa che "copre d'oro i suoi monumenti e
lascia andare nudi i suoi figli".
Attraverso il vivace chiostro circondato da un ambulacro scandito da eleganti
bifore e rallegrato dalla policromia delle aiuole, si raggiunge un altro
splendido esempio dell'architettura cistercense di Casamari, la sala capitolare,
anch'essa divisa in tre navate da pilastri compositi. Ancora una volta, la nuda
architettura riesce ad esprimere in modo eloquente la forza e la vitalità di
un'epoca, quel tardo Medioevo, nel quale l'Europa era percorsa dai fremiti della
nascita della nuova epoca umanistico-rinascimentale. Niente poteva rendere
questo travaglio con maggiore espressività dell'energia compressa dei fasci di
colonnine che avvolgono i pilastri e sembrano esplodere verso l'alto nelle
modanature ogivali, da cui è movimentata l'intera volta.
TENUTA DEL MASSIMO FEUDO
La denominazione del locale si
ricollega al Marchesato, istituito dal sommo pontefice Benedetto XIV nel 1753
con conferimento del titolo di "Marchese di Castelmassimo" ad Agostino
Campanari. Agostino Campanari, proprietario del palazzo e del Feudo Terriero
sito in agro di Veroli, era discendente della famiglia Campanari, le cui origini
risalgono all'anno 1110, per merito di Fra' Angelo Maria Campanari, Castellano
di Rodi, reduce della prima crociata.
Il Fabbricato sorse verso la metà del 1500, incorporando l'antica torre
campanaria, della quale rimane solo una piccola traccia e nel 1711 fu costruita
l'attigua chiesa, ancor oggi aperta al culto, dedicata agli apostoli Pietro e
Paolo. Successivamente la chiesa fu donata dalla Famiglia Campanari al Vescovo
di Veroli.
Il castello fu teatro di vari avvenimenti storici.
Ospitò il Generale Gioacchino Murat e l'eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi.
Nel 1943 il Prefetto di Frosinone vi fece alloggiare i battaglioni della divisione Piave.
Nel settembre del 1943 fu sede dell'ottava armata Germanica agli ordini del Generale Frido Von Senger.
Nel giugno del 1944 fu sede del comando Inglese agli ordini del Generale Matthew Wilson.
(tratto dal sito http://www.prolocoveroli.it/index.frame.html )