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COSA VEDERE A PIGLIO (Frosinone)

Il Castello Baronale di Piglio
Nel vario paesaggio laziale sorsero, nel corso dei secoli, innumerevoli castelli di forma e dimensioni assai diverse con speciali caratteristiche difensive ed offensive, a difesa dei confini, come posti di vedetta, di segnalazione, di controllo e dominio di viabilità nel passaggio dei ponti e dei nodi stradali. Il Castello era anche il centro dell'azienda agricola del Feudatario; era in sostanza una piccola comunità, un microcosmo economico e sociale autosufficiente. Di varie dimensioni, poteva ospitare parecchie persone ognuna con un compito preciso, assegnatole dal Signore Feudatario che assumeva in sé tutti i poteri e le funzioni: politiche, economiche e giudiziarie e che sottostava solo all'autorità dell'Imperatore o del Pontefice. L'importanza dei castelli era in rapporto alla potenza della Chiesa e del Papato da una parte e, dall'altra, alla potenza delle famiglie baronali.
Il
Castello di Piglio risale intorno all'anno Mille; attorno ad esso e sotto la sua
protezione, sorse e si ampliò il borgo medioevale. La posizione del Castello e
del borgo, la scelta del luogo, la rete stradale esterna ed urbana,
costituiscono un interessante esempio di architettura militare ed urbanistica.
Il
Castello è costituito da due parti differenti costruite in epoche diverse: una
parte più alta (Palatium superiore) ed una parte più bassa (Palatium
inferiore) con un dislivello fra l'una e l'altra, di circa 25 metri. Il
Palatium superiore con la "Rocca" era il centro maggiore fortificato. Della
Rocca si ricorda una "Loggia Rocce", una "cisterna" e la "Platea Curie", la
piazza d'armi, e un "Palatium Rocche" cioè il Palazzo Baronale con una "Sala
Palatii" dove nel 1332 e nel 1348 si celebrarono solenni investiture da parte
del Signore feudale. Il Palatium inferius o Castellutium, aveva una Corte
(Platea) su cui prospettavano edifici di cui uno caratterizzato da "Camere
Pinte", cioè decorate di pitture.
La
parte più alta del Castello è posta su di una spianata sulla sommità della
collina scelta per il borgo; è costituita da un torrione a sperone verso la
montagna, da una cortina di torri lungo il lato Nord, da un ripiano centrale
sopraelevato, da una fila di ambienti sul lato Sud da cui si passa in ambienti
sottostanti e, mediante una scala, si scende verso la piazza dell'Arringo.La
costruzione della Rocca è senz'altro anteriore al Mille, in quanto è menzionata
per la prima volta nel 1088, nella Bolla di Papa Urbano II, come appartenente
alla Diocesi di Anagni. La parte inferiore del Castello, piano terreno ed
ammezzato, ha attualmente due piani con una sistemazione esterna ottocentesca ed
è la parte meglio conservata, posta al lato nord dell'abitato, dove inizia la
Via Maggiore, a guardia del più importante accesso di Piglio dove era la porta
principale, la Porta "da capo". Questa zona dell'edificio è stata edificata in
epoca più recente rispetto alla parte superiore, più antica per forma e per
struttura. L'ingresso al Paese è costituito dal grande arco, "l'Arco della
Fontana", che si apre nella parte inferiore del vecchio Castello con, alla sua
destra, una bellissima trifora tardo-romantica, una fila di archetti ciechi, in
alto, e subito dopo l'arco, a destra, tre alti archi di sostegno, circondati da
archetti ciechi.Il Paese non aveva mura di cinta ma le case stesse, costruite
sui bordi della collina in forte pendio, avevano senz'altro anche funzioni
difensive. L'abitato medioevale conserva ancora la sua struttura a "spina di
pesce" ed il suo asse viario principale è costituito dalla Via Maggiore che
dalla porta nord (Porta Maggiore) si addentra in esso fino all'altezza
dell'attuale Piazza Guglielmo Marconi. Lungo questa strada dovevano esistere
edifici a carattere residenziale ed edifici destinati ad uso commerciale. Presso
la Porta detta del Capitano, sono conservati due edifici (nn. catast. 65 e 102),
nei quali è ben individuabile la tipologia della casa-torre medioevale, con mura
a scarpa caratterizzati da notevole sviluppo in altezza. Sulla fronte del primo
si apre un portale a ghiera archiacuta leggermente sopraelevato rispetto al
livello stradale; mentre nel secondo si conserva una piccola apertura con
stipite ed architravi monolitici. In contrapposizione alla Via Maggiore, l'asse
viario principale della metà orientale del paese è rappresentata dalla Via
dell'Arringo, mentre altre due vie delimitanti la metà occidentale del borgo
sono la Via di Costa Fredda a nord e la Via di Costa Calda a sud. Ricordiamo
inoltre altre strade, come la Via Nuova che permetteva l'accesso agli Altipiani
di Arcinazzo, la strada vecchia del Serrone, che passava per la Fontana
dell'Abate, a sud del paese, e la via per Anagni.
Lo Statuto del 1479 (ASR, Coll. Statuti 822/15, in copia dei 1856 "pienamente
conforme all'autentico esemplare", come si dice a p. 37) contiene vari
provvedimenti per la pulizia e la manutenzione delle strade; erano infatti
preposti a questo ufficio due vicari "li quali abbiano da provvedere a governare
e far governare le vie del Castello del Piglio" (p. 15). Tra i provvedimenti si
ricorda il divieto di gettare "sporchizie e immondizie" nelle strade pubbliche
(p. 25), mentre un divieto particolare riguarda la via Maggiore, nella quale si
ordina che "niuno di d.o Castello butti acqua d'oliva dalla quale fu fatto
l'olio" (p. 25). È anche di particolare interesse per la pulizia dell'interno
del paese il divieto di far entrare in esso, nei mesi estivi bovini, ovini e
suini (p. 27). È inoltre vietato lavare i panni nella fontana del paese e nella
cisterna "vicino alla Roccia" (p. 26). Non si fa nello Statuto alcun accenno
alla pavimentazione delle strade; solo per quello che riguarda il mantenimento
si fa divieto di portare nocumento alla "via Nuova" - che è indicata presso
l'ospedale e conduceva agli altopiani di Arcinazzo - e "ad ogni acconcio fatto
per il governo e mantenimento di essa" (p. 27).
Il Castello inferiore è ricordato nei documenti a partire dall'anno 1365, epoca
in cui i Signori di Piglio erano i "De Antiochia". La datazione può
essere posta all'inizio del XIV secolo, ma si pensa che esistesse già all'epoca
dei "De Pileo". La parte superiore, la più antica, doveva essere stata
edificata prima del 1328, anno in cui, nelle Decime di riscossione, viene
nominata una "Ecclesia S. Petri de Castello vetulo de Pileo". Di tale
Chiesa di S. Pietro, che si trovava all'interno del Castello, non restano
tracce.
Il primo documento che fa esplicitamente menzione dell'esistenza di una
fortificazione all'interno è dell'anno 1290. Si tratta di una donazione di un
tal Stefano, detto Gerzo, a favore di un Cecco Capocci di Subiaco, fatta in nome
del signore del Castello: l'atto è rogato in "palatio Rocche"; il termine
"Rocca" fa individuare il monumento in questione col Castello superiore che
meglio si adatta a questa qualifica. In un secondo documento, datato all'anno
1300, si fa nuovamente riferimento alla "Rocca", cui viene dato un appellativo
ben preciso. Il documento, di cui si è già fatto menzione a proposito della
signoria della famiglia de Pileo sul borgo, è redatto in castri Pilei in
rocca qui dicitur Massitium. Non sappiamo la ragione e il significato di
questo appellativo Massitium, che non compare in altri documenti e può
forse servire ad individuare la fortificazione superiore da quella posta più in
basso; in via di ipotesi, si potrebbe riferire alle caratteristiche topografiche
del Castello, fondato su uno sperone emergente di roccia viva.
I Feudatari di Piglio
Piglio
è stato dapprima "possesso" della Chiesa di Anagni; la Diocesi anagnina,
infatti, nel 1060 si ampliò aggregandosi la sede Episcopale di Trevi, il
Castello di Anticoli, Porciano, Acuto, Piglio, Pugliano, Vico, Moricino,
Carpineto, Sgurgola, Morolo ed altri paesi.
Piglio viene nominato come Pilleum nella Bolla di papa Urbano II del 1088, per
designarne l'appartenenza alla Diocesi di Anagni.
Il Moroni e altri Storici parlano di una pretesa donazione di Castelli fatta
nel 1088 da papa Urbano II alla Cattedrale di Anagni. Quel Pontefice, non fece
che risolvere una questione di giurisdizione spirituale, indicando i 18 Castelli
compresi nella Diocesi di Anagni, tra cui Piglio.
Durante la lotta tra potere papale e potere imperiale, che ha avuto come
protagonisti l'imperatore Enrico V ed il papa Pasquale II, Piglio si schierò
dalla parte dell'Imperatore e fu assalito dalle truppe del Duca di Puglia ed in
seguito ridotto in soggezione nuovamente dal Pontefice.
Al tempo dello Scisma della Chiesa del 1130, tutta la Campagna e quindi anche
Piglio, rimase coinvolta nella lotta politico-religiosa che travagliava le terre
della Chiesa. Dopo la morte di papa Onorio II, una parte dei Cardinali, con
l'appoggio della famiglia dei Frangipane, elessero papa Gregorio Papareschi di
Trastevere con il nome di Innocenzo II; un'altra parte di Cardinali ed il
popolo, diretto dalla famiglia Pierleoni, proclamarono papa Pietro Pierleoni,
con il nome di Anacleto II. In Roma e nella Campagna, in particolare nella
Diocesi di Anagni, Vescovo, Clero e parte della popolazione riconobbero per
legittimo Papa Anacleto.
Con il ritorno di Innocenzo II, nel 1137, in Italia (era riparato in Francia in
seguito alla defezione dei Frangipane che lasciarono il Pontefice senza difesa),
tutta la Campagna, con Piglio e gli altri feudi che si erano schierati con Papa
Anacleto, fu sottomessa dalle truppe di Enrico, Duca di Toscana, e di una parte
delle truppe dell' Imperatore Lotario, che sostenevano Innocenzo II,
riconosciuto dal Concilio di Etemps come Papa legittimo.
"Domus papa, celebrato concilio, quod in partibus Apuliae congregaverat,
rediens in Campaniam Pillum Pullanunque, in maritimis oppidum S. Silvestri in
sui ditionem convertit".
Qualche storico ha affermato che il Castello di Piglio fu in passato feudo
del Popolo Romano e poi degli Orsini; di sicuro si sà che il Castello appartenne
alla chiesa di Anagni e non al Popolo Romano e poi, per quanto riguarda la
Famiglia Orsini, nella storia di Piglio, di tale Casata non è mai fatto
cenno alcuno. Prima di quella di origina Imperiale e precisamente della Casa
Sveva, cioè dei
"De Antiochia", vi fu la Famiglia baronale dei "De Pileo".
I domini De Pileo
Nella
seconda metà del XII secolo troviamo infeudata del Castello di Piglio una
famiglia baronale, molto probabilmente anagnina o diramazione di qualche
famiglia romana, che prese la denominazione "De Pileo" e che mantenne la
sua giurisdizione sul paese per circa due secoli.
I De Pileo furono tutti "Nobiles Viri", "Domini", "Milites".
I primi "Domini de Pileo" ( XII - XIV sec.) di cui si hanno notizie,
risultano discendenti di un tal Tholomeus de Pileo che fu teste in un
Atto sublacense de 1161. In un documento del 1299 si parla di Bernardo,
figlio di Giovanni de Pileo, che sarebbe stato il più antico feudatario
noto del Castello di Piglio e Rettore della Consorteria feudale di Paliano che
faceva parte insieme al vicino Serrone, Lariano e Fumone, delle quattro grandi
Castellanie della Chiesa, in Campagna e Marittima, corrispondenti all'attuale
Lazio Meridionale e che rappresentavano un poderoso quadrilatero strategico a
difesa dello Stato della Santa Chiesa.
Altro membro ricordato della famiglia è Petrus de Pileo (1300), "Dominus Castri
de Pileo", detto
"Buccaporcus", che ebbe come figli:
- Johannes Buccaporcus, Rettore nel 1920 di Benevento, per conto di
Papa Nicolò IV.
- Guidus Buccaporcus, Rettore di Benevento nel 1302, Senatore di
Roma nel 1303, eletto da Papa Bonifacio VIII.
La famiglia de Pileo ebbe possedimenti anche nei vari paesi vicini: Trevi,
Filettino, Vallepietra, Tenuta di Collealto. In un documento dell'Archivio
Caetani, Petrus de Pileo, "Domini dicti castri", rinuncia a favore del
Conte Pietro II Caetani ad ogni diritto su Trevi, Filettino, Vallepietra
e tenuta di Collealto. L'Atto è redatto nell'anno 1300, 19 luglio, in "Castro
Pilei" in Rocca qui dicitur Massitium. Vi furono rapporti di
parentela fra le famiglie dei de Pileo e dei Caetani. Tutti i de Pileo
ricordati fra il XIII e il XIV secolo, figurano partecipi e presenti agli Atti
dei Caetani e di Pietro, Conte di Caserta.
Chiesa di S. Antonio Abate in Piglio
Orfeo
da Ludovico, della città di Arezzo, passando nel 1622 in Piglio fu invitato a
servire l'ospedale allora esistente. Orfeo accettò come avevano fatto gli altri
ospedalieri confermati da Mons. Antonio Seneca. Nell'anno 1625 il sopradetto
Orfeo non trovando in alcuna chiesa l'immagine di S. Antonio si adoperò per la
nascita della devozione al santo. Nell'anno 1626 realizzò una cappelletta in
onore di S. Antonio Abate che terminò nel 1627. Nell'ano 1630 il medesimo Orfeo
chiese ed ottenne dal Vescovo di Anagni, Mons. Gaspare Melis, di poter far
celebrare la S. Messa nella cappella, dopo l'avvenuta benedizione. I doni per
arredare la cappella del necessario per la celebrazione eucaristica furono
numerosi e sono elencati in un inventario conservato nell'archivio parrocchiale.
La chiesa fu dotata subito anche di un campanile e di una campana. Fu posto
nella chiesa anche un quadro di S. Antonio Abate fatto da Mattia Testa e un
quadro della Madonna del Carmine fatto da Pompilio Feraioli di Palestrina. Nel
1633 lo stesso Orfeo volle fondare la Confraternita annessa alla chiesa. Nel
1640 Orfeo, vedendo che la devozione della gente cresceva di continuo, volle
fare un'altra chiesa grande che terminò nel 1643.
Il Sig. Orfeo lasciò come disposizione che alla sua morte fosse sepolto in mezzo
alla chiesa da lui costruita.
La Chiesa di S. Nicola e la Confraternita del Nome SS.mo di Maria
Nel
1729 i fratelli della Congregazione dell'Immacolata Concezione di Maria
rivolgono istanza al vescovo Giambattista I Bassi per ottenere licenza di
costruire una nuova Chiesa nel sito cedutogli dal capitolo di S. Maria. Il
Vescovo, con proprio decreto, concesse la facoltà di costruire la Chiesa sul
luogo dove sorgeva l'antica Chiesa di S. Nicola allora diruta. Il Vescovo dette
inoltre facoltà alla confraternita di seppellire i loro cadaveri nella nuova
Chiesa. Concesse ancora una certa autonomia alla nuova Chiesa, prescrisse che vi
si celebrasse la messa il 15 agosto, il 6 e l'8 dicembre fino a tre messe, e
stabilì che si realizzasse un quadro raffigurante la Madonna con S. Nicola. Sul
quadro tuttora esistente nella Chiesa si legge in basso "ex devotio R: D: Io:
Francisci Nardi ….Anno Jub. 1750".
In un inventario dei beni della Collegiata di S. Maria, tra il 1818 e il 1821,
troviamo scritto: "L'Oratorio del Nome di Maria, non è filiale; ma ha il diritto
di Ufficiare nella festa di S. Nicola di Bari, titolare dell'Oratorio, perché
l'antica Chiesa diruta allora fu ceduta ai fratelli dagli antichi nostri
Beneficiati, a cui spettava per costruire la Chiesa presente Grande; e si
riservarono quelli per tutti i tempi futuri il diritto di ufficiarla in d.o
giorno, senza la minima dipendenza de Priori del med.o. Riscontra questa notizia
l'Istromento Rogato dal Sig. Carlo Locci Notaro del Piglio sotto l'anno
esistente nei suoi Protocolli all'Archivio Pubblico".
Il 10 novembre 1926 viene inviata richiesta al superiore del Convento di S.
Giovanni per benedire ed erigere le stazione della Via Crucis nella Chiesa di S.
Nicola. Notizie più antiche circa la Confraternita del Nome di Maria si
ritrovano sul libro delle "Regole e Statuti della Venerabile Archiconfraternita
del Santissimo Nome di Maria" edito nel 1689 e conservato nell'archivio
diocesano. Leggiamo scritto a mano su questo libro: "Sono state riformate le
cariche della congregazione come nella consulta generale tenuta il 17 maggio
dell'anno 1778". Da questo libro veniamo a sapere che, a ricordo della
liberazione di Vienna, avvenuta nella domenica fra l'ottava della Natività della
Vergine Maria, il 12 settembre 1683, il Papa Innocenzo XI, istituì la festa
liturgica del Nome di Maria, per riconoscenza alla Vergine Maria implorata a
difesa delle minacce degli Ottomani. Nel 1688 nella Chiesa di S. Stefano del
Cacco in Roma, tenuta dai Monaci dell'Ordine Silvestrino, fu istituita la
Confraternita del Santissimo Nome di Maria.
Altre notizie circa la Confraternita del Piglio si desumono dal registro dei
verbali dal 1815 al 1910 e conservato nell'archivio parrocchiale.
Il 31 aprile 1924 si tiene una riunione per la ricostituzione della
Confraternita di S. Nicola e del SS. Nome di Maria "per contrapporre sana e
santa propaganda alle mene di protestanti che hanno presa dimora nelle adiacenze
della Chiesa"
Il 6 marzo 1930 il Vescovo Gaudenzio Manuelli approva e riconosce come
regolarmente e canonicamente istituita la Confraternita del Nome di Maria.
La Chiesa e il culto di S. Sebastiano a Piglio
Il
documento più antico che nomina l'esistenza di una chiesa di S. Sebastiano lo si
trova nell'archivio della Curia Vescovile di Anagni dove è conservato un
inventario dei beni di detta chiesa inserito negli atti della visita pastorale
del 1642.
Nell'archivio parrocchiale di S. Maria invece troviamo un inventario dei beni
del 1720 nel quale ci sono elencati anche i beni della chiesa di S. Sebastiano,
il cui cappellano fu Don Loreto De Santis.
In altro inventario del 1725 nell'elencare i beni terrieri della chiesa di S.
Sebastiano "fuori delle muraglie" si fa notare che "il frutto di dette
possessioni servono per il mantenimento del tetto e chiesa e per soddisfare le
Messe che si celebrano nella mattina della festa di detto Santo…".
In un documento del 26 giugno 1773 si legge: "La comunità della terra del Piglio
e per essa il Sindaco Giuseppe Andrea Pietrangioli … promette e si obbliga di
rifar tutti li danni che per cagion dello scavo potessero succedere nella Chiesa
di S. Sebastiano da farsi per rifondere la campana …"
In un documento del 1815 si legge che esisteva una Cappellania, vacante per la
morte del Cappellano Don Lorenzo Favale, sotto il titolo di S. Sebastiano,
annessa ad una piccola chiesa dedicata al S. Martire ma all'epoca ormai "tutta
diruta e rovinata dalla disgrazia de tempi".
In un altro documento coevo vengono elencati anche i vari cappellani succedutisi
tra il De Santis e il Favale: Don Gaspare De Rossi, Don Giovanni Domenico Borgia
e Don Pietro Antonio Marchetti. Vi troviamo affermato anche che già da circa
quarant'anni la chiesa era rovinata.
In altro documento ancora si afferma che la riedificazione di detta chiesa "è
impossibile: e per la spesa, e per il sito, che è divenuto nello spazio di anni
50 dalla caduta accidentale, un immondezzaro non solo, ma ripieno del tutto di
breccia; … è presso al ridosso della montagna, e per conseguenza ritornerebbe
umida la chiesa fatto anche un antemurale".
In un inventario del 1817 vengono elencati i beni della Cappella di S.
Sebastiano e vi si trova scritto: "Questa Cappella avea inoltre la sua Chiesa
fuori la porta della Fontana, che rovinò per ingiuria de tempi, ed altre cause;
la Sacra Congregazione nominata ordinò una Cappella alla Madonna delle Rose da
erigersi in onore del Santo, che ancora deve farsi". Nello stesso documento
leggiamo ancora che fu comprato un "quadro con cornice dorata, che esiste nella
Chiesa Collegiata rappresentate S. Sebastiano di ottimo pennello e buonissimo
prezzo per fortuna trovato". Tra i terreni inventariati ve ne è uno definito
"piuttosto Mondezzaro di Capacità Coppe una in Contrada gli Palucci, ossia
dietro la Chiesa diruta di S. Sebastiano, confinante la strada di S. Lorenzo, e
l'osteria publica".
Vi leggiamo ancora che il predetto Canonico Favale godette la Cappellania per lo
spazio di 40 anni circa.
In un documento del 27 settembre del 1854 leggiamo che "Ottaviano Bottini,
perito muratore, riferisce essersi portato in un terreno … posto in contrada li
Palucci e precisamente dove vi era la Chiesa di S. Sebastiano…" per la stima e
la misurazione del terreno.
Il 9 ottobre 1864 Giuseppe Mari fu Pietro Antonio espone con lettera, ai
canonici del Capitolo di S. Maria, il desiderio di migliorare un terreno della
chiesa di S. Maria, di circa sette coppe, posto nella contrada S. Sebastiano
confinante con gli eredi del fu Tomaso Pietrangeli e PP. Conventuali di S.
Lorenzo. Il 30 gennaio 1865 con scrittura privata, nella quale si fa menzione
della contrada Colle S. Sebastiano, viene concessa la locazione del terreno al
predetto Mari.
Sul libro di amministrazione della Collegiata di S. Maria il 10 settembre 1867
viene registrata una spesa fatta per "accomodare il quadro di S. Sebastiano onde
innalzarlo sull'Altare Maggiore ed esporlo all'adorazione del Popolo per esser
liberati, mercé la di Lui intercessione dal Colera …". Il 24 settembre 1884 Don
Ferdinando Tardiola scrisse alla madre che il giorno precedente terminò il
triduo di S. Sebastiano per ottenere la liberazione dal colera che in Italia
andava "scemando, non essendo più fiero come sul principio".
In un atto di vendita di un terreno del 1916 si dice che tale terreno è posto in
contrada Borgo Sant'Antonio o Borgo San Sebastiano.
In altro documento del 1921 si fa menzione ancora del "Colle S. Sebastiano".
La Madonna del Monte
In un
Inventario delle prebende delle chiese parrocchiali di S. Maria e S. Lucia a
proposito della Madonna del Monte troviamo delle notizie redatte intorno al
1820. Vi leggiamo che i "Sig. canonici l'officiano nella sua Festa la Domenica
fra l'Ottava dell'Ascensione; e si mantiene colle sue entrate; e la custodia di
un Romito, che abbita nel suo Romitorio unito; ma questo si mantiene piis
elemosinis. Si notifica , che questa Sacra Miracolosa Immagine del Monte si
palesò nell'antica sua Cona li cinque Marzo dell'ano 1756 con gran fama di
miracoli, il di cui primo fu una nella persona di una Filettinese Ossessa, che
all'apparire di questa Sacra Immagine allora fra gli albori, vomitò fava, ed un
pezzo di mattone tuttora visibili. Oggi però la devozione Popolare, Diocesana e
de Paesi Limitrofi, e Città; e venuta meno, e non ha più quella affluenza di
concorso che era ammirabile; principalmente nella Festa a cui si univa una
Processione Solenne, e quella notturna, che faceva il Popolo col lume di Canne;
ed altri Legni: Cosa, che durò molti anni. Sia per notizia istorica anche
questa; e prima di raccontare la promessa della Storia Canonicale.
N.B. Ecco il fatto genuino sopra la Madonna SS.ma del Monte. Correva l'anno di
nostra salute 1756, il di 5 marzo, e si conduceva da una Compagnia di
Filettinesi, una donna per nome Domenica Rosa Pontesilli ossessa, per esser
liberata dai Spiriti maligni dalla Virgine SS.ma di Genazzano. Quanto al passar
per il sito ove fra vespri (?), e Spine stava in una Conta (?) la S. Immagine;
incominciò la donna a strepitare, a vomitare, e gridò di esser libera. Tutti
stupirono al sentir la Madonna l'ha liberata" "Vera Effige della Madonna SS. Del
Monte scoperta il di 5 Marzo 1756 nella liberazione di una donna Ossessa di
Filettino, posta in una antica Cona nel mezzo della Montagna della terra di
Piglio Diocesi di Anagni dove vi concorrono giornalmente quantità di fedeli che
ne ricevono continue grazie Jacobus Altomonte del. Roma Sup. permissu" In data
22 maggio 1838 il Preposto Don Vincenzo Bonacci scrive ad un certo Don Salvatore
per avere notizie relative a Maria Domenica Pontesilli di Filettino ossessa
liberata il 5 marzo 1756.Molte volte nel libro dell'esito leggiamo che il 5
marzo si celebra nella chiesa della Madonna del Monte la messa per la festa
della manifestazione dell'immagine della Madonna. A partire dall'anno 1760
vennero creati molti censi a favore della Madonna del Monte. In una Sacra Visita
fatta l'8 luglio 1768 si legge che l'amministrazione delle rendite spettanti
alla Chiesa di Madonna SS.ma del Monte fu esercitata dal 21 agosto 1767 fino a
quella data dal Sig. Gianfrancesco Nardi. Nel 1769 eremita della Madonna del
Monte fu Fra Agostino , nel 1774 Fra Gioacchino e nel 1779 Fra Sigismondo . Il
20 aprile 1860 l'eremita della Madonna del Monte, Fra Andrea Barnaba, scrisse al
vescovo di Anagni, Clemente Pagliari, per ottenere il permesso di essere sepolto
nella medesima chiesa dopo la sua morte. Nel 1883 Achille Tosti eseguì diversi
lavori alla chiesa della Madonna del Monte. Nel 1887 venero eseguiti dei lavori
al tetto. In una lettera del 19 luglio 1890 viene citata la notizia storica
dell'erezione della chiesa e della casa annessa alla chiesa come riportata in
"Filippini Tenderini S. Visit. Anni 1768 fal. 254 N. 1006". In un registro delle
messe per i legati dal 1903 al 1945 vengono registrate le messe celebrate anche
alla Madonna del Monte. E' del 1962 un elenco di offerte per la Madonna del
Monte compilato dal parroco D. Orazio Cerrocchi.
La Chiesa di S. Rocco - S. Maria in Valle - Madonna della Valle
In una
copia di atto notarile del 1599, appartenente all'archivio Colonna, riferentesi
al suo documento originale del 1527, si nomina S. Maria in Valle.
In un inventario del 1634 si nomina sia la Madonna della Valle sia S. Rocco.
Un libro di contabilità relativa agli anni 1753-1782 porta come titolo "Ven.
Compagnia della SS. Concezione unita alla Ven. Chiesa di S. Rocco".
Di detta Compagnia si fa menzione già in un inventario del 1720 e, dal Libro
Mastro di S. Maria, veniamo a sapere che nel 1744 il Priore fu Giovanni Battista
Sansone.
Diverse notizie si ricavano dal libro di contabilità della SS. Concezione.
Camerlengo (tesoriere) della Confraternita, nel 1753, fu il sacerdote Giovanni
Andrea Federici.
In quegli anni, nella Chiesa di S. Rocco, tutti i mesi fu celebrata la Messa.
Più di una volta si dovette mettere mano al tetto di S. Rocco.
La Chiesa fu dotata anche di una campana.
Dall'inventario dei beni della confraternita, annotato sul medesimo libro, si
ricava la notizia che nella Chiesa di S. Rocco esisteva oltre l'altare dedicato
al Santo anche un altare della Concezione con il relativo quadro.
Alcune notizie fanno anche sorridere, ad esempio quella registrata il 4 luglio
1768:
"Nota delle bestie Vaccine spettanti alla Ven. Chiesa di S. Rocco, unita alla
Ven. Compagnia della SS.ma Concezione, che si ritengono in soccida dagli
infrascritti.
Ambrogio Favale
Una Vacca, chiamata Pomposa di anni otto, di pelo castagnaccio.
Una Giovenca, chiamata Bellacima di anni due, di pelo castagnaccio.
Un Giovenco di anni tre, chiamato Guardabasso, di pelo castagnaccio…".
Priore della confraternita nel 1756 fu Giuseppe Consalvi mentre dal 1759 al 1768
Gaetano Pasqualone; l'8 luglio 1768 fu nominato Venanzio Ceccaroni (Ceccarone,
Ciccaroni); il 13 luglio 1774 fu nominato Giovanni Antonio Rosati; nel 1775 fu
il sacerdote Don Giovanni Crisostomo Passa.
Il libro si chiude con una nota del 7 agosto 1782 in cui venne riportato un
elenco di beni registrato dal sacerdote Giocondo Evangelista (Vangelisti,
Vangelista), Priore della Confraternita del Beato Andrea, della Concezione e
della Chiesa di S. Rocco riunite insieme. A causa dell'unione delle
confraternite, notizie su S. Rocco vennero registrate, negli anni 1782-1790, nel
libro di amministrazione della Confraternita del Beato Andrea Conti.
In questo modo veniamo a sapere che in quegli anni furono fatti ancora lavori di
riparazione alla Chiesa di S. Rocco: al tetto, ai muri, all'altare e alle
finestre. Nel 1785 venne annotata una spesa per il pittore che ripulì la statua
di S. Rocco.
Più di una volta si menzionano i festaroli di S. Rocco e vengono registrate
offerte, consistenti in denaro o tovaglie, per la festa di S. Rocco..
Don Giocondo Evangelista rimase in carica come priore fino al 1788 e al suo
posto venne nominato Don Giuseppe Biasiotti che svolse l'incarico fino al 1804.
Dopo quella data venne nominato un solo amministratore di tutti i Luoghi Pii
nella persona di Francesco Borgia. Altre piccole notizie si ricavano dal libro
di amministrazione dei Luoghi Pii, relativo agli anni 1820-1829, dove vennero
annotate spese relative a manutenzioni varie e pulizia della Chiesa. In un
inventario del 1817 leggiamo che la Chiesa di S. Rocco si manteneva ancora "coll'aiuto
delle rendite, anche poche, della Compagnia della SS.ma Concezione"; nello
stesso inventario vi troviamo ancora un unico elenco di beni, redatto nell'anno
1821, spettanti alle Confraternite della Concezione e B. Andrea. Nel 1826 il
Preposto della Collegiata espose al Santo Padre che nella Chiesa di S. Rocco si
venerava "una antichissima Imagine di Maria SS.ma detta della Valle tenuta in
grandissima venerazione non solo dai abitanti, ma dai forestieri dei limitrofi
paesi, che in devote processioni vi si portano nei sabati, e grazie ne ricevono
dalla Augusta Regina. Vi si istituì anche un sodalizio di donne a mantenere viva
la devozione". Nello stesso esposto si legge ancora che il Proposto desiderando
richiamare la devozione "con farne celebrar la Festa col concorso del Popolo
nella Domenica fra l'ottava della Natività di Maria SS.ma, e prevedendo che a
maggiormente riuscirvi, e a mantenerla anco in futuro molto vi giova il Tesoro
delle Indulgenze", pregò il Santo Padre di concedere la facoltà di poter
conseguire l'indulgenza plenaria perpetua. La facoltà di fatto fu concessa
dall'allora pontefice Leone XII ma solo per sette anni. Sul Libro Mastro delle
partite dei Luoghi Pii, nel 1828, venne annotata una spesa per raccomodare il
tetto di S. Rocco e un'altra per il compenso dato al sagrestano per pulire la
chiesa di S. Rocco. Nel 1829 venne riportato l'importo dato alla figlia di
Cecilia Cucchiaro per essere andata a pulire la chiesa di S. Rocco per la messa
cantata nella festa di S. Marco. Della Confraternita della SS. Concezione si
trova menzione ancora in un elenco di beni del 1832. Nel 1839 la Chiesa era in
condizioni che richiesero un restauro a causa del tetto cadente. Interventi al
tetto di S. Rocco avvennero anche nel 1855 e nel 1860, come risulta dal libro di
amministrazione della Collegiata di S. Maria. Dal medesimo libro veniamo a
sapere che il 16 agosto 1869 venne celebrata una Messa cantata nella chiesa di
S. Rocco. In un registro di contabilità del 1875 si annotò ancora una spesa per
il tetto di S. Rocco.
Nel 1902 vennero eseguiti altri lavori, soprattutto al tetto, ad opera di
Raffaele Consalvi di Piglio e Bottini Giuseppe di Anagni. Nel 1924 molte persone
offrirono denaro per il restauro della Chiesa, infatti nella relazione della
visita pastorale del 1925, redatta da Don Pio Appetecchia, leggiamo che "la
Chiesa di S. Rocco, per causa dell'intemperie e per i danni cagionati dal
terremoto del 1915 era ridotta in uno stato deplorevole, tanto che si dovette
chiudere. Colle offerte del popolo e specialmente dei Pigliesi residenti in
America, si sta restaurando quasi a fundamentis e si spera riaprirla al culto
nel prossimo Agosto. In essa vi è la Cappella della Madonna della Valle dipinta
sul muro. La medesima minaccia di sparire senza speranza di salvare la pittura
per i muri cadenti. Sopra l'altare maggiore vi era la statua del Santo in terra
cotta…". Nella relazione della visita pastorale del 1929 scrissero che il
restauro fu terminato e la Chiesa sarebbe stata riaperta al culto nel mese di
novembre.
La chiesa e la Confraternita della Madonna delle Rose
Le
notizie più antiche relative alla chiesa della Madonna delle Rose si rinvengono
nei documenti conservati nell'archivio della Curia Vescovile di Anagni. E' da
questi documenti che veniamo a sapere che a seguito della liberazione dalla
peste avvenuta nel 1656 la comunità del Piglio volle edificare una chiesa dove
era collocata l'icona della Madonna delle Rose. La fabbrica della chiesa
cominciò il 16 novembre del 1668.
Il 6 maggio 1674 fu benedetta la nuova chiesa e vi fu celebrata la prima messa
dal Vescovo di Anagni Mons. Gian Lorenzo Castiglioni.
In un inventario del 1 settembre 1782 si afferma che nella chiesa esisteva un
solo altare, dedicato alla stessa B.V., "fatto fare nuovo di stucco con suo
ornato da una persona divota benefattrice nel corrente anno 1782". La medesima
data è stata rinvenuta sul cemento della cornice dell'affresco durante l'ultimo
restauro del medesimo avvenuto nel 2001. Le notizie più antiche sulla chiesa
della Madonna delle Rose, che si rinvengono nell'archivio parrocchiale, partono
dal 1720. Di quella data è un inventario che elenca, tra gli altri, i beni della
chiesa della Madonna SS.ma delle Rose il cui cappellano fu Don Gaspare Rossi.
Nel Libro Mastro di S. Maria, nell'anno 1737, venne registrata una spesa
sostenuta per "far rivoltare tutto il tetto della Madonna delle Rose per ordine
dell'Arciprete Rossi". Il medesimo intervento venne ripetuto nel 1744. Nel
medesimo anno fu registrata una spesa per una fune messa nella campana della
Madonna delle Rose. Nel 1745 venne registrata la spesa di "due rubbie di calce
portata alla Madonna delle Rose con ordine del Sig. Don Gaspare De Rossi e per
pittura di essa scudo uno". Nel 1747 venne registrata la spesa "per rifare la
chiave della Chiesa della Madonna delle Rose per ordine del Sig. Arciprete".
Andrea Gabrieli per gli atti di Carlo Locci del 4 ottobre 1766 creò un censo a
favore di questa chiesa (Madonna delle Rose?) sopra la casa .
Nel verbale del capitolo di S. Maria del 5 gennaio 1800, tra le varie
proposizioni di quella seduta, si legge: "Si propone il riattamento della Mad.a
SS.ma delle Rose a norma delli veneratissimi ordini di Sua Sig.a Ill.ma e R.ma";
e qualche riga più avanti, tra le risoluzioni prese, leggiamo: "Che si faccia il
sud.o lavoro a qualsiasi spesa dal nostro Camerlengo" che fu Don Stefano
Marchetti. Nel verbale del 29 novembre 1802 si fa menzione invece del tetto
della Madonna SS.ma delle Rose che dovette essere risistemato.
Il 1816 il capitolo di S. Maria chiese al Vescovo Amministratore della Chiesa di
Anagni, Mons. Biordi, la facoltà di costruire il Romitorio ai lati della chiesa
della Madonna delle Rose, specificando che il Romito Fra Felice Fantini di
Piglio era disposto a farlo a proprie spese.
Nel 1818 venne costruito un piccolo Romitorio da Fr. Felice Fantini del Piglio
che, in qualità di Romito, custodiva la chiesa.
Nel 1819 e nel 1828 la chiesa della Madonna delle Rose viene nominata nei
decreti delle visite pastorali.
La Madonna delle Rose viene menzionata anche in una richiesta di denaro per
cattedratico del 20 luglio 1825.
Con decreto del 5 settembre 1827 la S. Congregazione dei Riti concesse il rito
doppio maggiore su richiesta del Preposto Don Vincenzo Bonacci.
Il Bonacci chiese ed ottenne anche dal papa Leone XII, per sette anni,
l'indulgenza plenaria per coloro che avessero visitato la chiesa della Madonna
delle Rose nel giorno della sua festa dopo Pentecoste e nelle domeniche di
maggio. Il 26 aprile 1834 chiese ed ottenne dal papa Gregorio XVI la proroga di
altri sette anni della facoltà dell'indulgenza.
Nel Libro Mastro di Partite dei Luoghi Pii nel 1827 venne registrata la spesa
per la cera servita per la processione della Madonna SS.ma delle Rose. Nel 1829
venne registrato un rimborso "a Pasqua Colavecchi come dall'ordine del Sig.
Preposto per esser da qualche tempo sagrestana della Madonna SS.ma delle Rose".
Si conserva nell'archivio un "Triduo per la festa di Maria SS.ma delle Rose che
si celebra il 30 ottobre in ricordanza dell'ottenuta liberazione della
Pestilenza" del 1837.
Risale al 10 marzo 1839 un legato per la celebrazione di una messa cantata nella
chiesa della Madonna delle Rose.
Il 4 maggio 1843 il ministro Generale dei Minori concesse al preposto Don
Vincenzo Bonacci l'autorizzazione di erigere le stazioni della Via Crucis nella
chiesa della Madonna delle Rose.
Nel 1844 già si tumulava nella chiesa della Madonna delle Rose. Con lettera del
7 giugno Angelo Ambrosetti chiese al vescovo di Anagni la dispensa dal pagamento
di altri tre scudi per la sepoltura della moglie. Nel 1867 vi fu tumulato
l'Eremita di Maria SS.ma del Monte . Invece nel 1868 il cadavere di Luigi Borgia,
un ladro ucciso in una tenda di campagna, venne rifiutato sia dalla Compagnia
della Madonna delle Rose sia dall'Oratorio.
In un libro di amministrazione della Collegiata di S. Maria, dall'anno 1850 in
poi vennero annotate più volte le entrate derivanti dalle bussole della Madonna
delle Rose; vi si parla anche delle messe dei legati celebrate alla Madonna
delle Rose e della sagrestana.
E' del 30 settembre 1859 il decreto a seguito della prima visita pastorale per
la chiesa della Madonna delle Rose fatta da Mons. Clemente Pagliari.
Il 4 ottobre 1861 vennero approvati gli statuti della Confraternita del SS.
Rosario eretta nella chiesa delle Madonna delle Rose. Trattasi di nuovi statuti
della confraternita che già esisteva ma che continuò a portare oltre che questo
nome anche quello di Maria SS.ma delle Rose. Nel "Libro dell'amministrazione
della confraternita e la Chiesa di Maria SS.ma delle Rose", che parte dal 6
ottobre 1861, vi si parla infatti ancora della festa del S.mo Rosario. Anche il
1 ottobre del 1893 si celebrò la messa della Madonna del Rosario. Il 6 ottobre
1861 viene fondata la Confraternita di Maria SS.ma delle Rose da Luigi
Dell'Orco; nella congregazione generale della nuova Confraternita vennero eletti
in quel giorno gli officiali: Priore Luigi Dell'Orco, Camerlengo Luigi Fantini e
Segretario Alcibiade Borgia. Il 18 dicembre 1861 viene espulso dalla
Confraternita Andrea Raini.
In data 22 maggio 1862 Luigi Dell'Orco richiese al Vescovo la facoltà di poter
celebrare la festa del santuario nel lunedì 9 giugno con qualche dimostrazione
maggiore del solito e con l'intervento del concerto musicale di Genazzano. Il
Vescovo concesse solo per quella volta la facoltà, invitando per le volte
successive a riservare il denaro per i restauri della chiesa.
Compito della nuova Confraternita fu proprio quello di ingrandire la chiesa
ormai angusta. Luigi Dell'Orco richiese al Vescovo che tutti i doni che i fedeli
avrebbero fatto nella festa del 9 giugno e in avvenire rimanessero a beneficio
della chiesa della Madonna delle Rose "ora che tutto si dirige all'erezione di
una chiesa più ampia". Nel luglio 1862 Luigi Dell'Orco rivolge istanza per
ottenere anche la facoltà di vendere gli oggetti preziosi donati alla Madonna
delle Rose per ingrandire la chiesa molto angusta.
Nel mese di Novembre del 1863, alle ore 22 circa, 14 fratelli della
Confraternita di Maria SS.ma delle Rose si radunarono in Congregazione Segreta
per rinnovare tutti gli Uffciali per il biennio 1864-65. Essi erano:
Ceccaroni Francesco nominato Infermiere, Colavecchi Giovanni eletto Depositario,
Massimi Giuseppe nominato Cantore, Tomasselli Luigi, Pozzuoli Luigi, Graziani
Giuseppe, Appetecchia Raffaele nominato Maestro dei Novizi, Salvi Raffaele
nominato Maestro di Cerimonie, Leonardo Biasiotti nominato sindacatore,
Mazzucchi Giuseppe, Luigi Dell'Orco che fu rinominato Priore, Luigi Fantini
nominato Camerlengo, Loreti Lorenzo nominato Infermiere. Fu nominato Cappellano
Don Gaspare Massimi. Furono elette, tra le altre, per la componente femminile:
Angela Colavecchi quale Priora e Teresa Ceccaroni quale Sotto Priora.
Il 20 agosto 1865 venne registrata la spesa di due scudi pagati a Raimondo
Bottini "per aver demolito l'Eremitorio, onde seguitare la fabbrica della
Chiesa.
Nel 1867 Cappellano della Madonna delle Rose fu Don Ferdinando Loreti.
Il 13 febbraio 1867 furono versati al muratore Raimondo Bottini scudi 2 e
baiocchi 15 per opere servite nella demolizione dell'atrio posto innanzi la
chiesa di Maria SS.ma delle Rose.
Il 9 maggio 1867 Ferdinando Massimi donò il Campanello per la processione.
L'8 giugno 1867 Clemente Bruni e Luigi Ricci donarono un tronco di legno mentre
Raffaele Appetecchia donò la tracolla del tronco.
Il 22 dicembre 1867 il Vescovo concesse il permesso di effettuare un pagamento
all'ingegnere Ceccaroni. Nella lettera che il Priore Alessandro Massimi scrisse
al Vescovo leggiamo che la chiesa di Maria SS.ma delle Rose "trovasi in
costruzione da gran tempo, e non può terminarsi per insufficienza di mezzi, che
provengono da semplici offerte ed elemosine. Dovendosi pagare l'Ingegnere Sig
Venanzio Ciccaroni per la perizia e disegni di detta Fabbrica…"
Il 16 febbraio 1868 furono versati ad Eugenio Bottini "per demolizione della
chiesa, per un uomo tenuto a far lo scavo per gittar le fondamenta delle
colonne, più per quattro donne tenute a spurgar dette fondamenta … Lire 21
Centesimi 90". Il 7 maggio 1873 furono date a Raimondo Bottini 10 £ in conto
della volta della piazza avanti la Chiesa.
Un elenco dei fratelli degli anni 1873-1893 ne riporta circa 160.
Il 21 aprile 1877 il Vescovo di Anagni, Domenico Pietromarchi, in risposta alla
richiesta del canonico Ferdinando Loreti, autorizzò il Preposto, Don Ferdinando
Tardiola a benedire la nuova chiesa della Madonna delle Rose "mancando alla
completa costruzione della medesima il solo mattonato". Il 22 aprile 1877 fu
benedetta la nuova chiesa alla presenza dei Sig.ri Canonici Felli D. Andrea,
Bottini D. Domenico e Loreti D. Ferdinando, nonché dei Padri Missionari Sig.ri
Leone Leoncini, Montini Angelo e Luigi Sterpaglia. Il Sig. Montini sollecitò i
presenti a fare una buona elemosina per realizzare il mattonato della chiesa .
In quell'anno l'Eremita della chiesa fu Antonio Nardi.
Nel 1879 furono registrate diverse uscite relative allo stendardo realizzato dal
pittore Luigi Scifoni (di Anagni?). Sullo stendardo vi si legge anche il nome di
Ferdinando Loreti. Nel 1880 furono registrati ancora pagamenti effettuati a
Bottini Eugenio per stabiliture.
In una lettera che Don Ferdinando Tardiola scrisse alla madre il 24 settembre
1884, leggiamo: "Del resto ora non resta a dirti che preghi perché il Signore
tenga lontano il colera. Qui abbiamo fatto dei tridui alla Madonna delle Rose
che ancora sta esposta, l'abbiamo fatto a S. Rocco, ieri terminò quello di S.
Sebastiano, domani daremo principio a quello del SS. Crocefisso, e siamo certi
di essere liberati. Per ora va scemando in Italia, non essendo più fiero come
sul principio. Il triduo alla Madonna si fece con discorsi, due ne feci io, uno
D. Tommaso…".
Sul Libro dell'Introito leggiamo: in gennaio 1885 fu fatta una questua per il
Paese onde riportare l'immagine della Madonna dalla chiesa Collegiata alla
chiesa della Madonna delle Rose; il 13 giugno 1886 venne registrato che la
festarola Maria vedova Nardi donò un cancello di ferro; il giorno della festa
della Madonna, 6 giugno 1892, Adolfo Nardi fu Luigi donò la rosa d'argento al
Bambino. In quel tempo era Eremita Mazzucci Giuseppe. Per la prima volta
leggiamo che, dal 6 giugno al 30 ottobre 1892, l'immagine della Vergine fu
tenuta esposta alla chiesa Collegiata. Il 16 aprile 1898 venne registrato che in
quel giorno "s'incominciarono i lavori per la decorazione della Chiesa della
Madonna. Ne sia lode al Sig. Adolfo Nardi munificentissimo benefattore. I
pittori furono i Fratelli Caronti di Subiaco".
Nel 1899 il Priore della Confraternita rivolse istanza al fine di ottenere il
permesso di vendere gli oggetti preziosi per ultimare la costruzione del
campanile della Madonna delle Rose e per poter costruire un locale ad uso
magazzino.
Nel 1890 si registrarono uscite per la fabbrica del Romitorio.
Sul Libro dell'Esito si legge che nel 1891, prima della festa del 18 maggio,
"venne in pensiero alla Società Agricola di questo Paese di aprire una strada
nuova che conduce al Santuario. I lavori sul principio cominciarono con
un'attività febbrile da parte dei soci. Giunto il tempo di proseguire i lavori
campestri furono sospesi i lavori. Il Priore di questa Confraternita, coadiuvato
da alcuni fratelli, riprese la lavorazione venendo in suo soccorso per tale
opera uomini e donne mandati e pagati dalla liberalità di molte famiglie di
questo Comune".
Sul Libro dell'Introito la domenica 14 maggio 1899 venne registrato: "In questo
giorno nelle ore pom. il Rev.do D. Pio Appetecchia Ab.e Curato di S. Lucia, per
facoltà avuta da Monsignor Antonio Sardi Vescovo di Anagni, benedisse la Campana
del peso di circa 33.dec. donata alla Chiesa della Madonna delle Rose dal Sig.
Nunzio Santarelli e Luisa V.a Spirito. Il nome impostole fu Maria - Rosa -
essendo Padrini il Sig. Angelo Loreti fu Giuseppe e Giuseppina Santarelli
consorte del d.o Nunzio". Più avanti venne riportata anche una "Nota dei doni
venduti dal dì 7 Ottobre 1899 fino al 31 Dicembre. Per rescritto avuto dal S.
Congregazione del Concilio in data 11 Settembre 1899 fu incominciata quest'oggi
la vendita degli oggetti donati al Santuario delle Rose fino alla somma di £
1300".
Dal Libro dell'Esito:
1902 - lunedì 19 maggio, "festa della Madonna solennizzata dalla Pia Unione
delle figlie di Maria, la quale offrì in dono:
1: una scaletta a chiocciola di ferro-ghisa da servire per l'orchestra del
prezzo di £. 200
…….
Fu donato un confessionale del prezzo di £. 80 di cui £. 50 donate da Luisa V.a
Spirito e £. 30 dalla Pia Unione delle Figlie di Maria.
Fu donato un incensiere dalle Sig.re Rosina Felli - Santini Argene - Anna
Parenti.
……."
1906 - sabato 2 giugno, per la prima volta si fa menzione esplicita del
trasporto della statua dal Santuario alla Chiesa Collegiata nella vigilia di
Pentecoste. Dal Libro dell'Introito:
1903 - lunedì 1 giugno, "Festa della Madonna delle Rose solennizzata dalla
Società Operaia di mutuo soccorso, la quale, per dono fece aprire le due porte
laterali nella chiesa del santuario fornendole di tutto il necessario e
spendendo £. 405. … Il Sig. Andrea Peroni Romano offrì i due scalini di marmo
dell'altare, della somma complessiva di £. 115" (la data e il nome sono incisi
sul lato destro del marmo che copre la base della nicchia dell'affresco).
1904 - 23 maggio, "Festa della Madonna solennizzata dai Sig. festaroli Mozzi
Vincenzo - Francesca Desantis e Mari Francesco, i quali offrirono in dono la
nuova macchina del prezzo di £ 1500".
1909 "nei giorni 12-13-14 febbraio previo invito Sacro del Parroco D. Pio
Appettecchia, ebbe luogo un triduo solenne nel Santuario della Madonna, in
riparazione dello sfregio fatto all'Immagine della Vergine la notte del 6 corr.
In cui ignoti ladri forestieri rubarono due collane d'oro ed un paio d'orecchini
anche d'oro che si trovavano dentro il quadro dell'altare".
Il 29 ottobre 1911 "il R.mo Sig. D. Pio Appetecchia Parroco di S. Maria, per
facoltà avuta da Mons. Vescovo di Anagni, benedisse solennemente la nuova
Campana donata dai Festaroli dello scorso Giugno. Alla medesima fu imposto il
nome del SS.mo Salvatore. Padrini furono Ambrosetti Raffaele del fu Domenico e
Rosati Rosa in Lolli. L'importo della Campana non compreso il trasporto della
med.a, vitto ed alloggio al Campanaro, fu di £ 600. Il peso un quintale e
mezzo".
1 giugno 1914 "Ricorrenza della 1^ Festa in onore di Maria SS.ma delle Rose,
solennizzata per cura dei Pastori …. In tale occasione furono donati dai
festaioli dell'anno scorso n. 18 banchi da mettersi nella Chiesa"
1915 "Il giorno 13 gennaio circa le 8 antem. Una forte scossa di terremoto
arrecò danni gravissimi al Santuario della Madonna. La navata centrale rovinò
tutta fino all'arco principale; grave lesioni si verificarono nelle navatelle,
nella Cupola e nella facciata. Redatta un'accurata perizia dell'Architeto Sig.
Rodolfo Meriggi Romano, essa raggiunse la somma non indifferente di £.
12.393,67. Il Santuario non ha beni patrimoniali, essendo sorto dalle fondamenta
collo spontaneo contributo del popolo. Onde far fronte alle spese che dovevano
incontrarsi per i restauri,si costituì un comitato per raccogliere le offerte
della popolazione. Si domandò alla S. Congregazione la facoltà per vendere i
doni in oggetti di oro e coralli; si fece appello ai festaroli dell'anno 1916-17
perché rilasciassero il residuo della festa a beneficio della Chiesa. In ultimo
si fece a proprie spese la calcara, e dalla vendita della calce si poté
raggranellare altra somma. Nonostante tutto questo, non fu possibile adottare il
progetto Meriggi, ed Allora fu affidato il lavoro a trattativa privata
all'Ingegnere Sig. Domenico Salasso per il prezzo di £. 5.800. Come da regolare
contratto sott.o dal d.o Ing.e e dai Confratelli D. Pio Appetecchia - D. Getulio
Ambrosetti - Passa Loreto - Atturo Lorenzo - Mazzocchi Giovani - Rammenne
Lorenzo - Lolli Emilio - Tufi Demetrio - Celletti Loreto - Fantini Benedetto. I
lavori furono incominciati nel mese di Agosto del 1916 ed ultimati nel dicembre
dello stesso anno."
1915 - 24 maggio "In questo giorno ebbe luogo la 1^ Festa in onore di Maria
SS.ma delle Rose solennizzata a spese dei pastori. Dato lo stato di guerra
proclamata oggi stesso dall'Italia all'Austria, la ricorrenza ha rivestito un
carattere puramente religioso. Vi è stata messa solenne con musica della
Cappella Anagnina, processione e nel pomeriggio funzione nella Chiesa di S.
Maria". Nel 1918 venne registrata la spesa di £ 200 per la "Decorazione della
Statua da un pittore profugo". Dopo la prima guerra mondiale la confraternita
subì un rilassamento causato dalla morte dei priori e dalla guerra stessa. Nel
1924 si pensò alla riorganizzazione della medesima.
In retrocopertina di un Offizio della Veata Vergine Maria è stato scritto: "24
giugno 1925 chiusura confraternita".
Nella relazione della visita pastorale del 6 settembre 1925 troviamo menzionata
la Confraternita della Madonna delle Rose o del Rosario. Di essa si dice che è
iscritta alla Primaria del Rosario nella Chiesa della Minerva dei P. Domenicani.
Vi si legge ancora che, dopo la morte del Priore e le avvenute vicende
politiche, si verificò un quasi totale abbandono da parte dei Confratelli, in
maggioranza contadini. Veniamo a sapere inoltre che ricostituitasi la
Confraternita "da circa due anni, si va verificando la quasi impossibilità di
osservare tutte le regole dei vecchi statuti".
Nella relazione della visita pastorale datata 24 ottobre 1929 si trova scritto
che i componenti della confraternita erano numerosi: 139 fratelli e 105 sorelle.
Il Cappellano, o padre spirituale propriamente detto non c'era. Avevano
possibilmente, un sacerdote francescano che celebrava la messa nei di festivi
dal 1 novembre al 24 giugno. Gli officiali furono: 1) Passa Isidoro = Priore; 2)
Fantini Benedetto = Cassiere; 3) Ceccaroni Giovanni = Segretario; Consultori =
4) Galeffi Attilio 5) Sansoni Francesco 6) Atturo Angelo 7) Federici Luigi 8)
Spirito Achille 9) Noro Maria 10) Noro Vincenzo 11) Rosati Raffaele 12) Atturo
Lorenzo 13) Lolli Andrea 14) Rammene Andrea.
Il 6 gennaio 1930 34 fratelli accettarono lo statuto del Vescovo Gaudenzio
Manuelli promulgato il 1 novembre 1929.
A seguito di ciò il 6 marzo 1930 il Vescovo Manuelli istituì di nuovo la
Confraternita della Madonna delle Rose.
Nella Visita Pastorale del 1936, il 23 maggio il Vescovo Attilio Adinolfi impose
alla Confraternita della Madonna delle Rose di sostituire la pietra sacra
dissacrata nell'altare del Crocifisso con una nuova.
Il 17 gennaio 1938 nella chiesa di Maria S.S. delle Rose si riunirono in
congregazione 63 confratelli per il rinnovo delle cariche. Furono eletti: Priore
Federici Luigi, Consiglieri Mons. Adelmo Loreti, Ceccaroni Domenico, Ricci
Ernesto e Noro Vincenzo fu Pasquale, Camerlengo Atturo Luigi di Vincenzo,
Segretario Ceccaroni Giovanni, Maestro dei Novizi Rammene Andrea.
Nel 1941 Filippo Pacetti eseguì lavori di ammattonatura nella chiesa.
Nelle risposte al questionario per la visita pastorale del 1950 leggiamo che i
"Reggitori" della Confraternita furono i seguenti: Priore - Federici Luigi;
Camerlengo - Atturo Luigi; Segretario - Corbi Luigi; Consiglieri - Rammene
Andrea - Giorgi Enrico - Atturo Luigi fu Demetrio - Colavecchi Angelo. I
Confratelli erano n. 263. Le Consorelle n. 124. Il Cappellano fu il Parroco di
S. Maria.
Il 2 febbraio 1958, alla presenza del Cappellano Don Orazio Cerrocchi, 50
confratelli nella chiesa di Maria SS. Delle Rose elessero 8 amministratori i
quali nella successiva riunione dell'8 febbraio assegnarono le cariche come di
seguito: Priore Atturo Luigi fu Demetrio, Camerlengo Atturo Luigi di Vincenzo,
Segretario Celletti Marco, Maestro dei Novizi Federici Luigi.
Il 19 marzo 1965 nella chiesa della Madonna delle Rose, alle ore 14, 54 votanti
elessero il nuovo Direttivo. Successivamente il 27 marzo vennero eletti dal
Direttivo Atturo Luigi quale Priore, Musa Guglielmo Camerlengo e Celletti Marco
Segretario.
Dalla relazione della visita pastorale del 1976 si apprende che gli iscritti
alla Confraternita erano 230. La Confraternita fin dalle origini si è sostenuta
con il pagamento delle quote dei confratelli. E' conservato nell'archivio
parrocchiale il Libro di riscossione del 1866 dei 57 fratelli, di cui, alcuni
pagavano in quartucci di grano, altri in baiocchi a partire da 15 baiocchi
minimo. All'epoca Massimi Alessandro fu il Priore. Nel medesimo libro venne
riportato che il 21 aprile 1867 fecero la professione Mercuri Giuseppe di
Vincenzo, Sollazzi Francesco di Giuseppe e Graziani Vincenzo di Biagio, mentre
il 5 maggio dello stesso anno professarono Domenico Franceschetti del fu
Tommaso, Gabrieli Vincenzo del fu Luigi e Pelle Pietro.
Nel 1867 venne annotata nel registro delle entrate la riscossione delle decime
che, a norma delle regole, i fratelli e sorelle dovevano versare. Negli anni
successivi si parla semplicemente di quote.
Altro registro di riscossioni riguarda gli anni 1871-1876. L'elenco riporta 81
fratelli.
Nel libro dell'Introito della Confraternita, nell'anno 1900, il sindacatore
Alcibiade Borgia "deplora la scarsa ed infelice riscossione delle quote annue
dovute dai fratelli e sorelle, la quale dovrebbe esser curata con più premura ed
attività, e affidata a persone che riscuotino fiducia". A questa lamentela si
associa Don Pio Appetecchia, il quale scrive che "tale deficienza di quote
dipende parte dai fratelli e sorelle abbastanza morosi e di cattiva volontà,
capaci unicamente di mormorare a carico del prossimo, parte da coloro incaricati
per la riscossione, i quali, specialmente in quest'anno, non hanno avuto premura
di soddisfare il loro impegno".
Nel 1924 la confraternita si sosteneva con le quote dei confratelli, stabilita
in 5 lire, e delle consorelle, stabilita in 2,5 lire.
Nello statuto delle confraternite del 1929, promulgato dal Vescovo Manuelli, al
n. 52 si legge: "Entro il gennaio di ogni anno, i fratelli verseranno al
Camerlengo la quota fissata da ciascuna confraternita, e nello stesso tempo
anche le sorelle, in proporzione della metà: chi mancasse a questo dovere, dopo
un solo avviso del Camerlengo decade da associato".
Nel 1950 la confraternita si sosteneva unicamente con le quote dei Confratelli e
Consorelle e con le oblazioni dei fedeli.
In un dattiloscritto, redatto forse da Don Orazio Cerrocchi, si fa ancora
menzione delle quote dei confratelli.
( tratto dal sito http://www.piglioonline.it/home.html )