COSA VEDERE A MONTE PORZIO CATONE (Roma)

 

Sacro Eremo Tuscolano

Il Sacro Eremo Tuscolano è la Casa Generalizia degli Eremiti Camaldolesi di Montecorona, una delle Congregazioni in cui è suddiviso oggi l'antico Ordine di Camaldoli, fondato da San Romualdo di Ravenna all'inizio dell'XI secolo.
Iniziatore, invece, della Congregazione di Montecorona è stato il Beato Paolo, della nobilissima famiglia veneta dei Giustiniani, il quale si staccò da Camaldoli nel 1520. Nell'Eremo si conduce vita integralmente contemplativa nel silenzio e nella clausura. La giornata dell'eremita inizia alle ore 3,30 e termina alle ore 20,30; è occupata prevalentemente dalla preghiera, dal lavoro e dalla lettura. I pasti si consumano sempre da soli, eccezion fatta nelle principali festività dell'anno. Non vi sono ammesse né la radio né la televisione, ma l'Osservatore Romano tiene informato i religiosi sui principali avvenimenti sociali ed ecclesiali. La costruzione dei fabbricati, iniziata nel 1607, si protrasse per alcuni decenni e si concluse con la solenne dedicazione della Chiesa il 12 giugno 1660.
Munifico benefattore fu il papa Paolo V che donò il terreno, appartenente alla Camera Apostolica, e largheggiò anche in offerte in denaro; numerosi nobili ed alti prelati contribuirono generosamente alla fabbrica.
Le celle degli eremiti sono casette separate tra esse da un giardinetto, per creare un clima di maggior silenzio e solitudine, fattori essenziali per la vita contemplativa.
La Chiesa venne ricostruita quasi ex novo nella seconda metà del XVIII secolo con linee tardo-rinascimentali; essa è decorata prevalentemente a stucco, con raffigurazioni della vita di San Romualdo. Abbelliscono le pareti della Chiesa alcuni quadri, di cui il più pregevole è "il sogno di San Romualdo".
L'attribuzione di questo quadro è incerta: la critica tradizionale faceva il nome di Antiveduto Grammatica, ma oggi alcuni studiosi optano a favore di fra Venanzio da Subiaco, un religioso dell'Eremo stesso, che decorò anche le Chiese di altri Eremi, sia in Italia che in Polonia.
Nei vari locali dell'Eremo o nell'ampio cortile d'ingresso fanno bella mostra di sé alcuni busti, stemmi gentilizi e lapidi marmoree che ricordano i Papi o i Cardinali ce hanno visitato e beneficato il luogo sacro: Paolo V Borghese, Gregorio XVI, Pio IX, Giovanni XXIII, il cardinale Enrico duca di York ed il cardinale principe Aldobrandini.
Per antichissima tradizione agli Eremiti defunti si dà sepoltura nel recinto dell'Eremo, in una Cappella appositamente destinata. A motivo della clausura l'Eremo non è aperto alle visite turistiche; solo nella domenica di Pasqua vengono celebrate le messe che danno la possibilità (ai soli visitatori uomini) di visitare l'Eremo.

 

Il primo Duomo di S. Gregorio Magno

Come tramandano tutte le fonti il Duomo di San Gregorio Magno fu voluto da Papa Gregorio XIII, il quale, visitando i dintorni di Frascati e spingendosi fino a Monte Porzio Catone, colpito dalle condizioni di vita della popolazione, priva di assistenza spirituale, il 1 giugno 1580 decretò con propria Bolla che venisse costruita una chiesa dedicata a San Gregorio Magno. La Parrocchia di San Gregorio Magno venne eretta canonicamente l’anno seguente, nel 1581. La Chiesa venne edificata nel punto più alto del colle (451 m.), sul terreno donato da Giovanni della Molara. Secondo quanto disposto nella Bolla essa fu costruita ampia e capace, con fonte battesimale e cimitero, ornata di pitture ed arredi; venne poi dotata di rendite, fu assegnata in giuspatronato alla famiglia del Papa (i Boncompagni) e, per evitare che dovesse sottostare alla Chiesa di Frascati, venne elevata ad Arcipretura, con privilegio di nomina ai Cardinali della famiglia papale. Purtroppo non ci è giunta alcuna notizia sulla sua prima edificazione, se non è un disegno ad essa coevo. Si è invece conservato il suo portale d’ingresso: esso è l’attuale portale d’ingresso della casa parrocchiale, ove è ancora ben visibile e leggibile l’iscrizione dell’architrave “D. GREGORIO” (A San Gregorio).

Nel 1616 questa Chiesa fu trasferita, in stato di completo abbandono, in giuspatronato alla famiglia Borghese e Scipione Borghese, tra il 1616 e il 1623, si preoccupò di restaurarla per riconsegnarla al culto divino. Dai resoconti delle visite apostoliche del 1636 e del 1660 abbiamo notizie del suo aspetto interno: di forme “ampie e magnifiche”, a navata unica con tre altari, il Duomo conteneva pale e arredi liturgici pregevoli. Nulla si sa dell’architetto che la progettò (forse Martino Longhi, architetto di fiducia di Gregorio XIII ed attivo a Frascati negli anni precedenti) e degli artisti che vi lavoravano per abbellirla con le loro opere.

Questo primo Duomo di San Gregorio Magno venne poi distrutto nel 1666, quando fu abbattuto per costruire l’attuale, utilizzando l’area già occupata dal vecchio con l’aggiunta di una parte di terreno retrostante.

L’attuale Duomo di S. Gregorio Magno

La prima pietra dell’attuale Duomo di San Gregorio Magno (che sorge sulle rovine del primo del 1580) fu posta, secondo le fonti, il 20 luglio 1666. Il Principe Giovan Battista Borghese, proprietario di Monte Porzio Catone, affidò la direzione dei lavori all’architetto Carlo Rainaldi (1611-1691), il migliore allora attivo a Roma (sue sono la Chiesa di Santa Maria in Campitelli, la facciata di S. Andrea della Valle, la tribuna di Santa Maria Maggiore, la risistemazione di Piazza del Popolo) ed architetto di fiducia della Famiglia Borghese. Costruito – secondo alcune fonti – grazie ad un lascito di 100.000 scudi che tal Orazio Ricci di Novara destinò a Paolo V per la costruzione di una nuova chiesa, il Duomo (che costò 48.224,15 scudi) si impone ancora oggi in tutta la sua maestosa grandezza.   Lodato per la sua munificenza fin dalla Visita Apostolica del 1680, il Duomo è citato in tutte le fonti edite ed inedite, antiche e recenti, relative a Monte Porzio Catone. I lavori di costruzione del Duomo furono completati nel 1672, quelli di decorazione e rifinitura nel 1684 ca.

Il Rainaldi si contornò, per la fabbrica del Duomo, di collaboratori preziosi, artisti prestigiosi ben noti negli ambienti artistici romani: Pietro Jacomo Mola (costruzione, decorazione interna); Francesco e Cosimo Fancelli (decorazione plastica); e, per quanto riguarda i pittori delle tele degli altari, Giacinto Brandi, Ciro Ferri e Guglielmo Courtois, che sono tra le figure più importanti dell’ambiente artistico romano nel 1670-80. Il Duomo venne consacrato dal Card. Enrico Duca di York, 115° vescovo di Frascati, il 1 giugno 1766. La facciata è a doppio ordine di lesene, in pietra sperone, con capitelli dorici e ionici, alternata a specchiature in piccoli mattoncini, ed è coronata da un frontone triangolare contenente un grande stemma marmoreo. Al centro si apre il portale d’ingresso (sormontato dalla scritta: DIVO GREGORIO MAGNO DICATUM – dedicato a San Gregorio Magno), con frontone ricurvo, cui corrisponde, nell’ordine superiore, una grande e luminosa finestra rettangolare con cornice sagomata. Ai lati della facciata, leggermente arretrati, sono i due campanili con orologio e cella campanaria. La Chiesa, a pianta a croce greca con un’accentuazione della profondità del presbiterio rispetto alle braccia laterali, ha tre altari e due piccole cappelle vicino all’ingresso. All’incrocio delle braccia si imposta la cupola ribassata. Gli altari, chiusi da balaustre, sono inquadrati da un imponente arco a tutto sesto poggiante su una trabeazione a dentelli alta e continua, sostenuta da alte paraste concluse da eleganti capitelli compositi. Nelle quattro brevi pareti sono altrettante aperture (che conducono alla sacrestia, alla casa parrocchiale e alle due cappelle laterali), sormontate da quattro coretti ornati dal drago (nella parte inferiore) e dall’aquila (nella parte superiore) che sono nello stemma araldico dei Borghese e, oggi, anche nel gonfalone di Monte Porzio Catone. All’interno, oltre gli Altari e le Cappelle sono da notare i quattro confessionali (disegnati da Rainaldi ed eseguiti da A. Aleggi, costituiscono una testimonianza del legame tra il Duomo e la chiesa romana di S. Maria in Campitelli, anch’essa opera di Rainaldi, perché identici nelle due); i 14 quadri della Via Crucis (XVIII sec.); la statua di S. Antonio Abate (XVII sec.) e il grande organo (XIX sec.) posto sopra la bussola.

Altare maggiore - Presbiterio

La pala dell’Altare Maggiore, opera di Giacinto Brandi (Poli 1621 – Roma 1691), raffigura San Gregorio Magno, rivestito dei paramenti liturgici e ben riconoscibile per l presenza di una colomba – simbolo dello Spirito – sulla sua testa, inginocchiato di fronte alla Vergine (così come è raffigurata nell’icona della Salus Populi Romani conservata in Santa Maria Maggiore, basilica nella quale è presente una cappella Borghese e alla quale Rainaldi lavora) che, assisa in trono e circondata da angeli, ha in braccio il bambino Gesù. Attorno al papa stanno varie persone imploranti, alcune delle quali recano una croce astile e un cero. Sullo sfondo, a destra, è riconoscibile il profilo di Castel Sant’Angelo con un angelo in atto di rinfilare la spada nel fodero. Il soggetto raffigurato si riferisce ad un episodio della vita di San Gregorio (590-604) che, durante una terribile pestilenza che colpì Roma, ordinò che durante la processione di San Marco, da lui istituita, i fedeli si facessero un segno di croce sulla bocca e innalzassero suppliche a Dio. Ciò fatto l’epidemia regredì e terminò completamente quando un angelo, in atto di rinfoderare la spada, comparve sulla sommità della Mole Adriana, da allora chiamata dai Romani Castel Sant’Angelo. La scelta del soggetto è probabilmente da mettere in relazione alla nuova epidemia di peste che si era diffusa a Roma nel 1656, pochi anni prima cioè della realizzazione della pala, dipinta tra il 1666 e il 1674. Nel presbiterio sono da segnalare il coro ligneo e i due “stendardi” delle Confraternite cittadine di Sant’Antonio Martire (a destra) e del Santissimo Sacramento (a sinistra). Il primo risale alla metà del Novecento e raffigura la gloria di S. Antonino; il secondo, datato 1807, eseguito a spese dei Confratelli di allora e della famiglia Borghese, raffigura il Santissimo e i patroni della Confraternita.

Altare della Madonna del Rosario

La pala d’Altare, opera di Guglielmo Courtois (St. Hippolyte 1631 – Roma 1676), raffigura la Madonna del Rosario. A sinistra della tela, in alto, assisa sulle nuvole è la Vergine con il Bambino Gesù contornata da angeli. Al centro del dipinto sono altri angeli in volo con panneggi dai colori vivaci (rossi, azzurri, verdi), che si rivolgono verso S. Domenico e S. Caterina inginocchiati, in primo piano, nell’atto di ricevere il Rosario. Accanto a S. Domenico è raffigurato il cane, suo simbolo. Commissionata dal Principe Giovan Battista Borghese, la tela risale con tutta probabilità al 1673. Sotto l’Altare è posta l’urna contenente il corpo di Santa Laconilla, vergine e martire. Non si hanno di Lei che le scarne notizie desumibili dalle due iscrizioni marmoree poste sulle pareti laterali della cappella stessa: dalla prima, rinvenuta presso la sua sepoltura catacombale, il nome e l’età (30 anni); dalla seconda che il 12 ottobre 1783 il Cardinale Duca di York, con rito solenne, ne traslava il corpo (donato dall’agostiniano Giovan Domenico Segarelli) dalle catacombe di San Lorenzo in Roma, ove era stato rinvenuto, al Duomo, ponendo Egli stesso l’urna della Santa sotto l’Altare che consacrava.

Altare di S. Antonio da Padova

La pala dell’Altare, opera di Ciro Ferri (Roma 1634-1689), raffigura S. Antonio da Padova. In primo piano a destra inginocchiato è S. Antonio vestito dal saio francescano con le mani giunte posate su un libro aperto su un tavolo. Vicino al libro sono alcuni gigli, simbolo iconografico del Santo. Il volto del Santo è rivolto a sinistra, in alto, verso Gesù Bambino che cinto in un panneggio azzurro, è seduto su una nube dorata sollevata da una gloria di angeli. Commissionata anch’essa dal Principe G. B. Borghese, la tela risale al 1674 e risente dell’opera di Pietro da Cortona, maestro del Ferri. Sotto l’Altare è posta l’urna contenente il corpo di Santa Giustina, vergine e martire. Non si hanno notizie certe su di Lei. Secondo uno scritto agiografico del 1866, questa giovanissima romana si consacrò a Dio sin dalla più tenera età. Ricevuto da un tiranno l’ordine di sacrificare a Giove, rifiutò, fu torturata e imprigionata. In carcere scacciò visioni infernali facendosi il segno della Croce. Di nuovo ricevuto l’ordine di tradire Cristo, di nuovo rifiutò avviandosi al martirio il 6 ottobre 306. Il suo corpo fu tumulato prima nelle catacombe di S. Agnese sulla via Nomentana a Roma, poi in una chiesa. Per molto tempo il corpo di questa martire è stato custodito nella cappella del palazzo della famiglia Statuti a Monte Porzio Catone. Dopo una permanenza nell’Oratorio della Confraternita di S. Antonino, è ora in Duomo.

VILLA PARISI

Il Cardinale Taverna acquistò dagli Altemps un terreno adiacente Villa Angelina e sottostante Mondragone, e diede inizio alla costruzione della Villa nel 1604 con disposizione a tema di quadrilatero attorno al salone centrale a doppia altezza, sperimentato da Martino Longhi.
Nel 1615 il Taverna vendetta la proprietà a Scipione Borghese, che compose così il grandioso complesso Borghesiano, il cui accesso monumentale, il cosidetto Portale delle Armi, doveva costituire il punto d'arrivo di un grande viale di congiunzione con Roma, mai realizzato. Autore del Portale e di un notevole ampliamento della villa fu Girolamo Rinaldi, architetto dei Borghese, che racchiuse il corpo centrale con due ali laterali formanti due ampi cortili e, sul retro, un ninfeo ad esedera abbracciato da due rampe che conducono al Parco e al Giardino all'Italiana.
Nel '700 vennero modificate le ali al pianterreno sulla facciata, a formare due portici con semicolonne bugnate e sovrastanti loggiati.
Le sale del piano nobile presentano un ricco apparato decorativo, il cui ciclo più importante è quello settecentesco, opera in gran parte dei fratelli Valeriani (Sala della Festa, Loggia, Sala della Caccia), di I. Heldman, detto il Bavarese, autore delle fantasie paesaggistiche, della galleria delle Statue, dell'Eremitorio e della Galleria del Pergolato, nonchè del polacco T. Kuntze, che decorò la Sala delle Colonne.
Un secolo più tardi un secondo ciclo completò l'apparato decorativo con ulteriori paesaggi e con la sala da Pranzo, con il motivo illusionistico di personaggi della famiglia Borghese affacciati ad una balaustra

 

VILLA MONDRAGONE

La più grande delle Ville Tuscolane nacque dunque dall'esigenza dell'Altemps di ospitare il Papa Gregorio XIII Boncompagni nelle sue frequenti visite.
Nel 1573 ebbero inizio i lavori diretti da Martino Longhi il vecchio, sul luogo di una grandiosa Villa Romana attribuita ai Quintili.
La prima costruzione corrisponde al corpo centrale del lato a valle, consistente in un blocco rettangolare che si sviluppa intorno ad un grande salone a doppia altezza, poi detto "degli Svizzeri", ai cui lati sono due ali residenziali simmetriche a due logge, quella detta "Comune" a monte e quella detta "Segreta" a valle.
Quattro anni dopo il Cardinale fece costruire un secondo edifici, la "Retirata", ora inglobato nell'ala opposta del fabbricato. Venne così a costituirsi un organico complesso immerso nel verde, formato dalla Villa Angelina, da allora detta "Vecchia" e dai due nuovi edifici.
Il nome di Mondragone deriva dal drago Boncompagni, in onore del Papa che in questa villa emanò la bolla di Riforma del Calendario Giuliano, sostituito dal Gregoriano nel 1582.
Caduto nel disinteresse degli eredi del Cardinale, il complesso venne comprato nel 1613 dal Cardinale Scipione Borghese, nipote di Papa Paolo V che, con l'acquisto dell'adiacente Villa Taverna, compose il "Burghesianum", straordinario sistema di ville inserito nello "Status Tusculanus", vastissimo territorio unificato dalla proprietà Borghese.
Sul disegno del Vasanzio, il Casino Altemps venne allora inglobato in una fabbrica ben più grandiosa, un quadrilatero che arrivò ad ottenere la "Retirata" creando un vasto cortile interno, cui era adiacente l'ampio giardino all'italiana, concluso a valle con un portico e a monte con un "Teatro d'acqua". Ampi terrazzamenti mistilinei, con al centro la Fontana dei Draghi, furono realizzati sul fronte verso Roma.
Tramontato il periodo d'oro, con la scelta definitiva da parte di Urbano VIII Barberini di Castel Gandolfo quale sede estiva dei Papi, il complesso, divenuto troppo dispendioso, decadde e visse fasi di abbandono fino al 1865 quando venne acquistato dai Padri Gesuiti che ne fecero sede di un rinomato Collegio, provvedendo ad alcune modifiche dell'impianto realizzate dal Busiri Vici nel 1929. Dopo il nuovo recente abbandono la villa è stata acquistata dall'Università di Roma, Tor Vergata, per il relativo restauro. Seppure offuscato dalle alterazioni e dal degrado, lo splendore della villa appare ancora in tutta la sua evidenza, dal viale d'ingresso piantato a cipressi nel '700, allo scenografico terrazzamento segnato dalle bizzarre colonne, al maestoso cortile che prelude al portico d'accesso: ovunque dominano il caldo calore della "pietra sperone" e gli emblemi dei Borghese, il drago e l'aquila. Delle decorazioni interne rimangono tre sale della "Reiterata" (Sala della caccia, dell'Orlando Furioso e delle Battaglie), probabile opera del fiammingo Cornelius de Witte, la Cappella di S. Gregorio, la Cappella del S.S. Sacramento, la sala detta "delle Cariatidi", da cui la vista spazia mirabilmente verso Roma. Un crescendo di intensità accompagna il visitatore al Giardino Segreto, attraverso il portico, fino al teatro d'acqua, con al centro la Fontana della Girandola, che l'attuale restauro sta ricomponendo nelle sue linee originarie.

 

VILLA LUCIDI

La settecentesca villa della famiglia Lucidi sorge su un articolato sistema di cisterne che dovevano rifornire una villa antica di grande ampiezza, appartenuta ai Vinicii, che si estendeva al di là dell'attuale strada, in località "i Tavolacci"; qui nella vigna sono riconoscibili alcuni ambienti, fra cui una cisterna su cui si fonda il casaletto, ed un avancorpo in opera reticolata.
La villa passò nel 1754 ai Padri Somaschi, quindi al Collegio Clementino, infine ospitò il Convitto Nazionale Emanuele II.
Ora è sede del Centro di Formazione e di Perfezionamento per il personale del Ministero della Pubblica Istruzione.
Variamente alterata per adeguarla alle nuove funzioni, rimane il bel fabbricato centrale dal sobrio ed elegante disegno, coronato dalla caratteristica sopraelevazione.
Si notino i due portali affrontati sulla strada, presso i quali sorge la seicentesca Cappella di S. Antonio, già S. Maria del Tavolaccio.
Va notato infine che dalla zona provengono numerose sculture antiche fra cui la Leda col Cigno della Galleria Borghese.

 

 

CHIESA DI SANT’ANTONIO MARTIRE

La piccola chiesa con il territorio circostante viene menzionata in un documento del 24 settembre del 1077 con il nome di <<Monte Porculo>>. Attraversando un piccolo portico coperto a tetto si entra nell’edificio sacro, una navata centrale con quattro cappellette laterali. Dalla lettura di una Visita pastorale del 1636 di Mons. G. Battista Altieri vescovo di Camerino si apprende che vi era un unico altare dedicato all’Annunciazione.
In un’altra Visita pastorale si trova citato l’antichissimo affresco murario raffigurante S. Antonino martire databile introno agli anni 900, ancora oggi esistente ma, in pessimo stato di conservazione.

 

 

PALAZZO BORGHESE

Non ci sono prove dell'esistenza di mura urbane, ma la forma compatta dell'insediamento suggerisce che il borgo rifondato dall'Altemps abbia ribadito alcune persistenze del diruto Castrum. Del resto le mura tradizionali, che non avrebbero avuto senso nel tardo '500 per esigenze di difesa, furono sostituite da una sorta di mura "psicologiche", costituite dalla forma assunta dal Palazzo Borghese, che ingloba l'accesso principale al paese, sul modello dei castelli medioevali: non potrebbe esserci un'immagine-simbolo più esplicita di una rinnovata volontà di dominio sociale e fisico sulla popolazione, espressione di quella "rifeudalizzazione" operata dalle grandi famiglie gentilizie della Controriforma.
Le linee volutamente sobrie del Palazzo, forse opera dello stesso Rainaldi, orientano l'attenzione sul sistema portale-balcone, in pietra sperone, fulcro compositivo del programma architettonico e urbanistico corredato dai simboli araldici dei Borghese: il drago e l'aquila

 

( tratto dal sito www.comune.monteporziocatone.rm.it )

 

 

 

 

 

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