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COSA VEDERE A FRASCATI (Roma)

Villa Torlonia

Nel 1563, Annibal Caro prese dall’Abbazia
di Grottaferrata un piccolo podere e vi costruì la “caravilla”, dove completò la
traduzione dell’Eneide. Dopo alterne vicende proprietarie, nel 1607 la villa fu
venduta al cardinale Scipione Borghese che, attraverso l’opera di Giovanni
Fontana, Flaminio Ponzio (1560-1613), e Carlo Maderno (1556-1629), provvide alla
realizzazione delle fontane e dell’acquedotto necessario ad alimentarle. Nel
1614 il cardinale vendette la villa al duca di Gallese Giovan Angelo Altemps, il
cui figlio la rivendette nel 1621 al cardinale Ludovico Ludovisi, nipote del
papa Gregorio XV. Con il Ludovisi la villa subì importanti trasformazioni. Tra
il 1661 ed il 1680 la villa passò ai Colonna, poi alla famiglia Conti fino al
1820, poi agli Sforza e, in ultimo, nel 1841, ai Torlonia.
I bombardamenti dell’ultima guerra hanno devastato irrimediabilmente l’edificio
che è stato sostituito da una costruzione moderna. L’importante parco è
diventato di proprietà Comunale nel 1945. La villa, realizzata intorno al 1580,
con il cardinale Tolomeo Galli, era caratterizzata da una forma rettangolare con
sala centrale contornata da più stanze. Probabilmente l’edificio constava di un
piano interrato, di un piano terra e di un primo piano. Con i Borghese l’antica
dimora, a pianta quadrangolare, doveva essere articolata in tre piani, con
grande terrazzamento antistante, terminante in un alto basamento sagomato con,
al centro, la fontana a quattro tazze detta “del candeliere”, opera di Flaminio
Ponzio. Con i Ludovisi la villa fu arricchita di due ali posteriori laterali.
Il parco fu caratterizzato dall’intervento di Flaminio Ponzio, Carlo Maderno e Giovanni Fontana (1540-1614), chiamati dal cardinale Scipione Borghese. Essi realizzarono all’inizio del 1600 la cascata d’acqua a monte della villa. Da una grande peschiera, infatti, collocata nella parte più alta, sgorga l’acqua che scende in vasche digradanti, incorniciate da scalee, terminando così in una più grande fontana. I Ludovisi incaricarono il Ponzio di completare la grandiosa fontana con il cosiddetto “Teatro delle acque”, caratterizzato da una lunga parete con nicchie e pilastri decorati con statue e vasi. Probabilmente durante il periodo in cui la villa appartenne ai Conti, fu realizzata la scalea a quattro rampe incrociate. Nell’Ottocento il giardino all’italiana venne sostituito da file di alberi che ancora oggi creano una fitta rete di sentieri. Nel salone principale del piano nobile era rappresentato un “Trionfo di Bacco” ed in un ambiente adiacente la “Forza che corona la Mansuetudine” di Maffeo Mieli (1732) .
Villa Lancellotti

La genesi di Villa Lancellotti è diversa da quella delle altre ville, in quanto, nel 1578, Filippo Neri, il futuro santo, decise di prendere in affitto una casa a Frascati nella quale convogliare tutti i confratelli malati. Gli Oratoriani, nel 1582, ebbero in dotazione da Silvio Antoniano una piccola vigna nella località “La Sepoltura “, ed una somma di denaro, con la condizione, però, di procedere alla costruzione di un edificio. Nel 1587 la villa fu realizzata sotto la supervisione di Antonio Sala ed il relativo ampliamento continuò fino alla morte di San Filippo Neri, nel 1595. Dopo diversi passaggi di proprietà, nel 1840, il barone Testa Piccolomini cedette la villa al figlio Teodoro che, nel 1866 la vendette a Elisabetta Borghese Aldobrandini, moglie del principe Filippo Massimo Lancellotti. La villa attualmente appartiene alla famiglia Massimo Lancellotti. Originariamente l’edificio, dalla forma allungata, articolata su tre piani, doveva avere dimensioni modeste e, col tempo, da casa di riposo degli Oratoriani divenne un nucleo consistente, determinato dall’acquisto di ulteriori terreni limitrofi, tanto che nel 1591 fu definita magna domus. L’ampliamento simmetrico delle ali rispettò il nucleo originario dell’edificio, e, tra il 1617 ed il 1619, fu realizzato il ninfeo analogo al teatro delle acque del giardino segreto di villa Mondragone. Nel 1764 furono realizzate notevoli opere di ristrutturazione della facciata, nonché una scala a due rampe sul lato destro dell’androne. Con i Borghese Aldobrandini Massimo Lancellotti furono effettuati consistenti restauri. I bombardamenti della seconda guerra mondiale hanno determinato profonde ferite alla struttura che è stata di recente restaurata. La cornice verde era caratterizzata da un vigneto e solo con la trasformazione della funzione della villa si progettò il giardino all’italiana.
Nel salone del pianterreno, la volta è decorata da affreschi del 1873 di A. Angelini e D. Forti (1812–1884) con rappresentazioni di personaggi vari della famiglia Massimo Lancellotti. Alcuni ambienti conservano nella volta affreschi realizzati da Cherubino Alberti (1553–1615) per M. Visconti, con temi quali “Elia rapito in cielo sul carro di fuoco“ e “Abacuc trasportato in volo da un angelo “. Il salone del primo piano è caratterizzato da affreschi, del XIX secolo di A. Angelini D. Forti e D. Fattori, con paesaggi inquadrati da finti loggiati con colonne tortili. Nella seconda stanza dell’ala Nord–Est è rappresentata una fascia con vedute delle proprietà dei Lancellotti. Nella volta del “Camerino settecentesco”, adiacente alla facciata Sud – Ovest della villa è rappresentata “Diana con Endimione dormiente” tra quattro piccoli paesaggi.
Villa Aldobrandini

Villa Belvedere, poi Aldobrandini, è quella
che, tra le ville Tuscolane, si mostra in tutta la sua imponenza e bellezza per
la posizione elevata e privilegiata rispetto alle altre. Essa è praticamente
assurta a simbolo di tutte le antiche dimore che costellano il territorio
tuscolano.
Dopo diversi passaggi di proprietà, la struttura passò alla Camera Apostolica ed
il Papa Clemente VIII offrì la villa al nipote, il Cardinale Pietro
Aldobrandini, per aver nuovamente riportato Ferrara sotto l’egida della Chiesa.
L’edificio originario fu trasformato in una villa di rappresentanza. Dopo la
morte del cardinale, nel 1621, la dimora passò alla nipote Olimpia Aldobrandini
e, poi, nel 1683, fu ceduta al principe Giovanni Battista Pamphili. Con
l’estinzione della famiglia Pamphili, nel 1760, la villa passò ai Borghese. Nel
1837 andò nuovamente nelle mani degli Aldobrandini, che ne sono ancora
proprietari.
L’edificio originario, fatto costruire da Pier Antonio Contugi da Volterra,
doveva corrispondere alla classica tipologia della villa rustica, caratterizzata
da due piani. Solo nel 1598 Pietro Aldobrandini diede inizio a fondamentali
trasformazioni affidandone l’incarico all’architetto Giacomo della Porta
(1485-1555). L’edificio originario fu demolito anche se la nuova struttura ne
ricalcò lo schema planimetrico. La villa, impostata su diversi livelli, si
caratterizza attraverso quattro piani elaborati, composti da diverse sale di
rappresentanza ed altri ambienti di servizio. Dopo la morte di Clemente VIII,
nonostante il ridimensionamento del potere della famiglia Aldobrandini, si
proseguirono, sotto la direzione di Carlo Maderno (1556-1629) e Giovanni Fontana
(1540-1614), i lavori per la realizzazione del teatro d’acqua, dei terrazzamenti
e dei complessi sistemi idraulici per i quali collaborò Orazio Olivieri da
Tivoli. Con i Pamphili fu realizzata l’alta siepe all’italiana che delimita la
villa.
L’edificio, visibile anche a notevole distanza, si staglia al di sotto del
Tuscolo su uno splendido fondale caratterizzato da lecci, pini e splendidi
platani secolari. Durante la seconda guerra mondiale la villa fu danneggiata dai
bombardamenti e Clemente Aldobrandini si adoperò, attraverso l’architetto romano
Clemente Busiri Vici, ad un’imponente opera di restauro.
Di recente, è stata restaurata la famosa Sala del Parnaso. Il salone centrale
del piano nobile è caratterizzato da pareti decorate con “sughi d’erbe“ di
Annesio De Barba da Massa Carrara, fatte realizzare dai Pamphili e raffiguranti
“l’Officina di Vulcano” ed il “Monte Parnaso”. Nella volta è rappresentato il
“Trionfo della casa Pamphili“. Le stanze nell’ala destra del palazzo sono
decorate da affreschi, ispirati alle storie bibliche , eseguiti dal Cavalier
d’Arpino (1568 – 1640). Di grande interesse è, inoltre, la stanza dei “Corami”,
cioè di riquadri di cuoio, lavorato e dipinto, applicati sulle pareti.
Contribuiscono alla spettacolarità dell’insieme lo splendido Teatro d’acqua, il
più antico tra i vari ninfei che caratterizzano le Ville Tuscolane. Esso fu
realizzato, probabilmente su progetto di Giacomo della Porta, da Giovanni
Fontana e da Carlo Maderno. Pietro Aldobrandini, per l’occasione, fece captare
ed imbrigliare in un apposito acquedotto l’acqua dell’Algido. A destra del
Ninfeo si conserva la bellissima stanza del Parnaso, caratterizzata da affreschi
del Domenichino e del Passignano e da un organo ad acqua costituito dal famoso
monte su cui è impostato Apollo con le Muse e Pegaso. Esso fu realizzato da
Giovanni Guglielmi e dai francesi Giovanni Anguilla e Jacques Sarrazin.
Villa Falconieri

La prima delle Ville Tuscolane ad essere
realizzata fu la Rufina, così chiamata dal nome del committente, identificato
nel Vescovo di Melfi, Alessandro Rufini. Essa fu realizzata tra il 1540 ed il
1550. Dopo diverse vicende, nel 1628 ne divenne proprietario Orazio Falconieri e
con suo figlio, Paolo Francesco Falconieri, l’edificio subì un totale
rifacimento. Nel 1865, con l’estinzione della famiglia Falconieri, la villa
passò per successione al conte Luigi Falconieri Carpegna. Nel 1883 fu venduta al
principe Aldobrandini Lancellotti, che la cedette ai Trappisti delle Tre
Fontane. Nel 1905 il barone prussiano Mendelsson Bartholdy acquistò la villa
deputandola ad uno dei luoghi d’incontro degli intellettuali tedeschi di Roma.
Il barone decise, in seguito, di donarla all’imperatore prussiano Guglielmo II.
Nel 1918, dopo l’esito della prima guerra mondiale, nel 1918 il Governo italiano
confiscò la villa, che, dopo un restauro effettuato tra il 1945 ed il 1959, fu
assegnata al CEDE, Centro Europeo dell’Educazione, che ne è ancora titolare.
L’edificio fu impiantato sui resti di una villa romana. La sua struttura
originaria doveva corrispondere a quella di una villa rustica dalla pianta
rettangolare, contenuta all’interno di una cinta muraria con quattro torri
angolari.
Secondo alcuni studiosi la progettazione della villa potrebbe ascriversi a Nanni
di Baccio Bigio, o, comunque, alla cerchia di collaboratori di Antonio da
Sangallo il Giovane.
Attualmente la struttura si presenta così come fu trasformata per volere di
Paolo Francesco Falconieri, che, probabilmente, affidò l’incarico al Borromini.
Il vecchio edificio fu inglobato nel nuovo, caratterizzato da due ali laterali
che ne sottolineano l’imponenza. Tra il 1710 ed il 1735 , la dimora fu oggetto
di restauri di modesta entità operati da Ferdinando Fuga. Nel 1943 e nel 1944,
in seguito ai bombardamenti, la villa fu gravemente danneggiata e parzialmente
distrutta. Imponenti lavori di restauro l’hanno restituita allo splendore
borrominiano. La realizzazione della Peschiera della Galera, della Fontana delle
Colonne, del Peschierone e della Fontana della Stella contribuì a rendere ancor
più suggestiva la cornice vegetale creata intorno all’antica dimora. Le più
antiche decorazioni, riferite cioè al periodo del committente della villa,
Alessandro Rufini, si conservano parzialmente nella Stanza della Ringhiera e
dovevano presumibilmente far parte di un progetto unitario, probabilmente
realizzato da Perin del Vaga (1501-1547) e dalla sua cerchia di collaboratori.
Le decorazioni dell’ala destra sono andate perdute a causa dei bombardamenti
della seconda guerra mondiale. Nella volta del grande salone d’ingresso è
rappresentato l’Omaggio a Venere di Niccolò Berrettoni (1637-1682), mentre sulle
lunette sono raffigurati personaggi della famiglia Falconieri. Nell’ala sinistra
si conservano affreschi realizzati tra il 1672 ed il 1680. Ciro Ferri
(1634-1689) dipinse nella volta della prima sala l’Allegoria dell’inverno
rappresentata dal “Ratto di Proserpina”. Sulle pareti Pier Leone Ghezzi
(1674-1755) dipinse finte prospettive nelle quali compaiono personaggi della
nobiltà settecentesca intenti nella cura degli “otia”, e l’autoritratto. Nella
seconda sala delle stagioni è rappresentata l’Allegoria dell’autunno con scena
di vendemmia di Ciro Ferri, mentre la terza sala presenta l’Allegoria
dell’estate, l’Omaggio a Cerere, di Giacinto Calandrucci. Nell’ultima stanza,
caratterizzata al centro da una fontana circolare, sulla volta è rappresentata
l’Allegoria della Primavera, il Trionfo di Flora, sempre di Ciro Ferri e sulle
pareti uno splendido giardino con fontane, alberi, uccelli, piante e fiori, di
Giovan Francesco Grimaldi (1545-1630).
Villa Tuscolana

Villa Rufinella, ubicata più in alto delle
altre, fu edificata su un terreno dell’Abbazia di Grottaferrata che lo cedette
in enfiteusi ad Ascanio Rufini nel 1564. Probabilmente fu fatta edificare dal
vescovo di Melfi Alessandro Rufini, già proprietario della Rufina e che, per
distinguerla da questa, chiamò la nuova villa “La Rufinella“. Dopo diversi
passaggi di proprietà, nel 1740 fu acquistata dai Padri Gesuiti che la fecero
trasformare dall’architetto Luigi Vanvitelli (1700-1773) in villa-convento. Nel
1773, con la soppressione della Compagnia di Gesù, la villa tornò nuovamente di
proprietà della Camera Apostolica. Nel 1804 fu venduta a Luciano Bonaparte,
principe di Canino, il quale fece apportare alcune modifiche. Nel 1820 la villa
fu venduta a Maria Anna di Savoia, duchessa di Chiablese. Per successione
l’antica dimora passò a Maria Cristina, moglie del re Carlo Felice di Sardegna.
Tra il 1838 ed il 1839, la villa passò al Re Vittorio Emanuele II e,
successivamente, fu venduta ad Elisabetta Aldobrandini Lancellotti. L’edificio
restò alla famiglia Lancellotti fino al 1966, anno in cui fu acquistata dai
Padri Salesiani. Attualmente è adibita ad albergo ristorante.
La struttura originaria doveva essere caratterizzata da una pianta rettangolare,
affiancata a breve distanza da un altro edificio, probabilmente di servizio.
L’aspetto attuale della villa fu determinato dalla trasformazione voluta dai
Padri Gesuiti e realizzata dall’architetto Vanvitelli. L’edificio antico
costituisce l’ala posteriore a cui fu aggiunto un corpo perpendicolare di
quattro livelli che ne ha determinato la caratteristica pianta a forma di T.
Durante le opere di trasformazione, si rinvennero resti di una villa romana
identificata da alcuni con il famoso Tullianum, la villa di Cicerone. Alcuni
splendidi mosaici antichi, ivi rinvenuti, confluirono nel Museo Nazionale
Romano, ora a Palazzo Massimo.
L’edificio fu gravemente danneggiato dai bombardamenti della seconda guerra
mondiale e tuttavia l’aspetto attuale corrisponde ancora a quello della
villa-convento voluta dai Gesuiti.
La villa è impostata su un pianoro ed è delimitata da un giardino all’italiana.
Il complesso era circondato da boschi di elci, pini e cipressi. Quando, nel
1740, la villa fu trasformata, anche la cornice vegetale subì delle modifiche
attraverso la realizzazione di un ninfeo e di una fontana a conchiglia. Luciano
Bonaparte, che in quegli anni fece condurre scavi presso il vicino sito
dell’antica città di Tusculum, asportandone numerose statue che poi furono
vendute a numerosi musei stranieri, arricchì la villa di viali e giardini.
L’unica opera pittorica superstite è l’affresco con la rappresentazione della
SS. Trinità, compresa tra gli stucchi della piccola cupola della cappella.
Villa Sora

L’edificio originario fu probabilmente costruito dalla famiglia Moroni che nel 1600 la cedette a Giacomo Boncompagni, figlio naturale di Gregorio XIII, che, tra le varie cariche conferitegli, rivestì quella di marchese di Sora, duca d’Aquino e Arpino. Con il Boncompagni si dette particolare impulso alla realizzazione delle decorazioni. Nel 1896, il duca Rodolfo Boncompagni cedette la proprietà a Tommaso Saulini che la vendette ai Salesiani, attuali proprietari. Il primo nucleo della villa, realizzato nella seconda metà del XVI secolo, era caratterizzato da un palazzo a tre piani di modeste dimensioni, con cortile centrale e con torretta – belvedere. Tra il 1913 ed il 1946, l’edificio originario con il giardino furono parzialmente soffocati dalla realizzazione di strutture incoerenti rispetto all’impianto seicentesco. Nel 1944 i bombardamenti devastarono parte della villa di cui oggi rimangono pochi ambienti. Di grande interesse sono gli affreschi del salone centrale, chiamato impropriamente “Sala degli Zuccari”. Il tema è “ Apollo circondato dalle nove muse” e l’attribuzione è da riferirsi alla cerchia di Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino (1568-1640). Le muse, nella parte inferiore, sono rappresentate all’interno di nicchie, sedute in quella superiore. Rappresentazioni di paesaggi si alternano alle figure femminili ed è inoltre presente lo stemma dei Boncompagni – Sforza con il drago–leone che regge il ramo di cotogno. La piccola cappella dedicata a San Carlo Borromeo è caratterizzata da affreschi di Giacinto Calandrucci (1646 – 1707 ), che rappresentano due sante entro nicchie mentre sulla parete di fondo è rappresentata l’Annunciazione all’interno di un tondo sorretto da putti. L’Assunzione della Vergine, forse anch’essa opera del Calandrucci, è dipinta nella tela d’Altare, mentre nella volta è raffigurata la “SS. Trinità”.
Villa Belpoggio
La villa fu fatta costruire intorno al 1570 da monsignor Ottaviano Vestri. I bombardamenti della seconda guerra mondiale distrussero completamente la villa che, unicamente nell’impianto del giardino, attualmente di proprietà comunale, conserva ancora qualche traccia di ciò che un tempo doveva caratterizzarsi come complessa e splendida cornice verde di un’antica dimora. L’edificio originario doveva avere una forma a parallelepipedo con contrafforti ai due angoli. Il Duca di Ceri, tra il 1607 ed il 1609, fece aggiungere due avancorpi con cortile. Attualmente rimane solo il basamento dell’impianto settecentesco della villa con un nicchione. Rimangono inoltre il parco di alberi secolari ed il portale d’ingresso semicircolare di Nicola Salvi (1697-1752). L’arredo interno della villa è desumibile dalle descrizioni fatte nelle varie epoche. Da esse, infatti, si evince che la dimora era ricca di dipinti di carattere mitologico come le Metamorfosi di Ovidio poste nella Galleria o di carattere allegorico come le Stagioni. Vi era inoltre esposto il Martirio di San Placido del Padovanino (1588-1648).
Le Scuderie Aldobrandini per l’Arte

Le Scuderie Aldobrandini, edificio seicentesco comunemente noto come “Frascatino”,
sono contigue al Palazzo Civico. La costruzione originaria, già visibile nella
dettagliata stampa di Frascati di Matteo Greuter del 1620, era nata come
struttura di servizio dell’omonima Villa.
Il Comune di Frascati ha fortemente voluto il recupero di questa ariosa
struttura architettonica situata nel cuore stesso della città e già danneggiata
dal lungo stato di abbandono. Il carattere funzionale delle Scuderie ha
permesso, quasi naturalmente, la sua trasformazione in luogo espositivo: vasti e
suggestivi spazi non interrotti da tramezzature, alti soffitti, grandi aperture
sul panorama di Roma. Il restauro architettonico e il suo adeguamento museale è
stato progettato da Massimiliano Fuksas, architetto di prestigio internazionale.
L’intervento di Fuksas ha voluto rispettare senza pesanti modifiche l’antico
edificio, lasciandone a vista le strutture portanti, le capriate di legno, i
materiali “poveri” delle murature; nello stesso tempo ha ideato uno spazio
polifunzionale, con innovazioni adeguate alla presentazione sia della collezione
archeologica permanente, sia di mostre di arte, laboratori didattici, spazi
multimediali, auditorium, sale per rassegne teatrali e di danza.
La collezione archeologica
Al piano terreno, nella 1 sala, è collocata la sezione archeologica permanente, una piccola ma preziosa raccolta di reperti tutti provenienti dalla città romana di Tusculum e del territorio circostante, risalenti ad un arco di tempo che va dall’età repubblicana al medioevo: sculture, urne cinerarie, epigrafi in latino arcaico, ceramiche, vetri, bassorilievi. Benché il Museo Tuscolano sia ufficialmente nato nel 1903, con prima esposizione nella sala Colonnata di Palazzo Marconi, in realtà, anche in seguito ai due conflitti mondiali, i reperti archeologici sono stati dispersi in varie sedi. Solo nel 1950, con il contributo scientifico del professor Maurizio Borda della Soprintendenza alle Antichità e Belle Arti di Roma, fu riunito un nucleo di materiali nel Palazzo Vescovile di Frascati. L’attuale e definitiva sede del Museo Tuscolano offre pertanto, per la prima volta, al pubblico e agli studiosi la visibilità dell‘intera collezione riunita, esposta in modo adeguato, permettendone quindi una lettura scientificamente più approfondita.
La sezione storico-artistica
Nella sala adiacente sono esposti i modelli in scala 1:200 delle Ville Tuscolane, tutte edificate tra il 1550 e il 1620 circa (con successivi interventi) sul versante del Tuscolo che guarda verso Roma. La presenza delle ville, appartenenti alla nobiltà romana delle famiglie papali e della loro corte, Altemps, Boncompagni, Taverna, Aldobrandini, Ludovisi, hanno segnato la rinascita economico - artistica e culturale di Frascati in età manieristica e barocca, caratterizzandone in maniera definitiva la fisionomia e l’urbanistica. Le stupefacenti ville di papi, principi e cardinali intendevano far rivivere il sogno umanistico delle ville di Cicerone, di Lucullo, dei Quintili, lungo le stesse pendici del Tuscolo, ripercorrendone i fasti, gli ozi letterari e le villeggiature. All’interno della stessa viene proiettata una immagine continua con sequenze relative alle Ville. Accanto alla ricostruzione della prestigiosa architettura seicentesca delle antiche dimore tuscolane e dei loro giardini, in un nicchione, che fa da sfondo all’intera sezione storico-artistica, è esposto un eccezionale nucleo di sculture riferite al culto di Dioniso-Bacco. Al centro è visibile la splendida statua arcaizzante del cosiddetto Dioniso Braschi, mentre ai lati, esaltati da effetti chiaroscurali, sono collocati due satiri, un importante frammento di sarcofago con thiasos dionisiaco ed una pantera marmorea, pertinente alla stessa cerchia cultuale. Il nucleo scultoreo riferito al dio del vino è collocato alla fine del percorso di visita quale elemento di raccordo tra le due epoche, l’antica e la moderna, entrambe caratterizzate, oltre che dalle emergenze archeologiche e storico-artistiche, dalla fama legata al “sangue della terra”.
L’Auditorium e le sale espositive
Al primo piano è stato realizzato l’Auditorium, presso cui verranno realizzati concerti, rappresentazioni teatrali e diverse iniziative di carattere culturale, nel rispetto della precisa vocazione delle Scuderie Aldobrandini. Sullo stesso livello, superata una cesura architettonica deputata a definire le peculiarità dei volumi, si raggiungono le straordinarie sale espositive, esaltate dal connubio dell’antico con il contemporaneo e dalle splendide vetrate che si affacciano su Piazza Marconi e Villa Torlonia. In tali ambienti verranno realizzate esposizioni temporanee di livello nazionale ed internazionale che potranno essere ulteriormente supportate dall’installazione di opere d’arte nel cortile adiacente le Scuderie Aldobrandini.
( tratto dal sito
http://www.comune.frascati.rm.it/ )