COSA VISITARE A FIANO ROMANO (Roma)

 

    

IL CASTELLO

Quella visita del papa..

Il 19 dicembre 1493, Alessandro VI Borgia, veniva a Fiano ad omaggiare Niccolo III Orsini per i servigi che stava compiendo contro Giulio della Rovere, il futuro Giulio II, che contrario al neo- papa e teso a delegittimarne la sua autorità , organizzava una forte opposizione assoldando bande di soldatesche che effettuavano continue razzie nella campagna romana.
Considerata l'importanza dei due personaggi l'incontro costituisce ancor oggi uno degli eventi più importanti della storia di Fiano.
Assurto al soglio pontificio corrompendo gli elettori, Alessandro VI fu un viveur che regnò per dodici anni fra intrighi, congiure e 'cene al veleno'. Brillò per assenteismo e lussuria, fu 'senza scrupoli, senza fede, senza morale' secondo il categorico giudizio di Roberto Gervaso, che pure gli ha riconosciuto 'un'eccezionale energia e un fiuto politico infallibile'. Assolutamente insensibile alla cura delle anime, volse tutte le sue cure all'aldiquà: l'obiettivo finale era la secolarizzazione di tutto lo stato pontificio sotto i Borgia. E si buttò in questo progetto senza tregua, osteggiando gli oppositori e servendosi di collaboratori fedeli, e trovando in Niccolo III Orsini, condottiero e Conte di Pitigliano, uno dei più valorosi generali del suo tempo.
Subito dopo la visita del pontefice, l'Orsini fece murare sulla facciata della chiesa di S. Maria delle Grazie una lapide commemorativa, in seguito fatta trasportare nel castello da Mario Menotti, e ora posta sulla base di uno scalone che porta alla terrazza.
Uniti nella battaglia contro Giuliano della Rovere, i personaggi che la lapide ricorda erano però divisi da convinzioni profonde: Alessandro VI si inserì a pieno titolo in un'Italia malgovernata da principi e signorotti che fondavano il loro potere e strapotere sull'usurpazione, il sopruso, l'interesse del singolo e la cui unica morale consisteva nel non averne alcuna; la sua era l'Italia del 'particolare', delle visioni municipaliste, presto vittima delle 'preponderanze straniere' .
Niccolo III invece si distinse per rettitudine e dedizione, aborrì il tradimento gli inganni e la macchinazioni. Con notevole lungimiranza, proporrà fino alla morte un'alleanza fra eserciti italiani per cacciare oltralpe francesi spagnoli e tedeschi che scorrazzavano per la penisola depredandola e distruggendola e si vantò come 'romano', di non aver mai impugnato armi in favore di re stranieri; era l'invito a fondere i tanti interessi individuali in quello collettivo, a rinunciare ad ambizioni ed egoismi, a sviluppare una vita nuova, fatta di unità e libertà.
La risposta fu debole e questa mancanza trasformò l'Italia in terra di conquista, la stancò culturalmente e spiritualmente, e rimandò di alcuni secoli quel processo unitario che i principi italiani di allora, ne sentivano ne auspicavano.
Quando le guerre glielo permettevano, Niccolò si compiaceva del suo soggiorno a Fiano, terra già da allora di calma e serenità: è oggi sepolto in un sarcofago marmoreo posto nella chiesa di S. Stefano Nuovo, mentre il cuore è deposto in una teca di cristallo nella chiesa dei ss. Pietro e Paolo a Pitigliano per volere di Ludovico, suo primogenito.


L'edificio..

Fu proprio per volontà di Niccolo III Orsini che verso gli anni 1489-1492 venne realizzata la parte più originale e affascinante del castello. Portata a termine nel giro di pochissimi anni dall'architetto fiorentino Giuliano da Sangallo, la rocca è un imponente costruzione al cui centro sorge la massiccia torre rotonda, alta trenta metri e che un tempo aveva una notevole importanza strategica; il muro di questa è spesso circa 2.70 e in esso, sul versante nord, vi è un condotto circolare, che scende dall'alto in basso: si dice sia un trabocchetto. All'esterno del mastio, sulla parete che sorge ad ovest, è murata una targa in marmo con stemma Orsini, forse proveniente dall'Aquila.
Altro elemento strutturale importante e di pregevole fattura è la torre merlata a base quadrata, ornata con l'impresa personale di Niccolo III Orsini su cui campeggia il motto " Prius mori quam fidem fallere" ( piuttosto morire che tradire la fede).
All'interno del castello possiamo vedere un'ampia corte circondata da un portico del XV secolo in parte con archi e pilastri di travertino. Al termine della scalinata che conduce alla terrazza, si trova un cancello in ferro battuto di pregevole fattura con stemmi di Fiano (orso ardente) , Orsini (bande oblique sormontate da una rosa), a volte affiancato dallo stemma Aldobrandeschi (leone rampante):
Dalla terrazza si gode una bellissima vista del paese fuori porta e del territorio collinare da cui è circondato: la bellezza e la suggestività che essa ci offre quasi ci riporta, con uno sforzo di fantasia, alle epoche che furono.
Il Castello contiene nove sale aventi ciascuna una denominazione particolare e che presentano soffitti in legno intarsiato, affreschi di valore, caminetti in marmo e vari stemmi e reperti provenienti da feudi di nobili famiglie.
Sono poi presenti le prigioni: situate nei sotterranei, umide e tetre, sono aperte al pubblico e rappresentano l'ideale per il turista capace di lasciarsi coinvolgere da atmosfere grottesche e fantastiche.
Come ogni castello che si rispetti, anche quello di Fiano è animato da racconti e leggende che, vere o false che siano, ne aumentano il fascino e la curiosità.
L'edificio castellano ha subito nel tempo diverse ristrutturazioni: le opere di restauro eseguite da Carlo e Mario Menotti, a cavallo dei secoli XIX e XX, vollero recuperare le parti degradate e restituire alla struttura lo spirito e lo splendore delle origini.
E' oggi il costante ed assiduo impegno del Comune ad assicurare la tutela di questo importante patrimonio: il Castello è sede di rilevanti uffici amministrativi e al suo interno si svolgono manifestazioni, mostre e concerti che, sempre tese a coinvolgere la cittadinanza, sono necessarie ad un paese dal volto umano.
   

LE CHIESE

Parlare di chiese a Fiano è un'espressione impropria in quanto quelle oggi esistenti sono soltanto una parte di quelle che in passato erano aperte al culto dei fedeli. Crolli, incendi e abbandoni hanno impedito che si conservassero chiese che nel corso dei secoli hanno fatto da ornamento alla vita cittadina. Altre, come quella di S. Maria ad Pontem, è stata recentemente riedificata e sta per divenire centro di cultura e di incontro.

Santo Stefano Nuovo

Da Porta Capena, su cui troneggia lo stemma di Fiano, si accede in Piazza Matteotti, lo slargo principale dell'antico borgo. Qui, apre il suo sagrato la chiesa di S. Stefano Nuovo, di stile romanico e dedicata al santo che porta il suo nome, che è anche il patrono del paese.
La costruzione risale alla seconda metà del 1400 ed ha subito vari restauri nelle epoche successive: il più importante risale all'anno 1774, come risulta da documenti rinvenuti presso l'Archivio di Stato.
L'interno è diviso in tre navate con due file di colonne di travertino a sezione quadrata: la navata centrale ci conduce verso l'altare a forma di piccolo tempio e al centro del quale si può ammirare un gradevole dipinto di Antonio del Massaro, detto il Pastura, raffigurante la Madonna con i Santi Giovanni Battista, Stefano, Biagio e Pietro e risalente all'anno 1500.
Nelle navate laterali sono visibili, oltre a tele di scuola umbra che sovrastano piccoli altari, resti di affreschi affiorati di recente durante i lavori di restauro.
La navata destra reca sulla parete vicino all'ingresso un oscuro ma pregevole affresco, riportato su tela, rappresentante una crocifissione con le pie donne sul lato sinistro e, presumibilmente, San Giovanni Evangelista sul lato destro: il deterioramento della raffigurazione del Santo non consente un'identificazione più precisa. Proseguendo nella navata destra troviamo il monumento funerario di Domenico Biondi e, successivamente, il monumento sepolcrale di Niccolò III Orsini nel quale è rappresentato lo stesso Conte di Pitigliano giacente in armi e sotto, in bassorilievo, le figure della Vergine, di san Benedetto e di San Giorgio, con agli angoli lo stemma Orsini. Completa la navata destra la Cappella dell'Annunziata.
Nella navata sinistra troviamo una bella tela  ad olio di pittura devozionale raffigurante Madonna con bambino ed i Santi Agostino e Antonio Abate. Poco più avanti si incontra la tomba di Iacopo Biondi e quella di Pietro Gregorio Boncompagni Ludovisi; e' presente anche una piccola e suggestiva cappella, un tempo interamente affrescata, con un crocifisso ligneo e un altare con basamento in pietra.

Santo Stefano Vecchio

A circa due chilometri dal centro storico, adagiata su un'altura a ovest, sorge l'antica chiesa di Santo Stefano Vecchio. Di forma basilicale e di stile romanico, la chiesa è una ragguardevole costruzione del secolo XIII, dove un tempo si svolgevano le cerimonie di maggior importanza.
Successive aggiunte e rifacimenti settecenteschi ne hanno alterato l'originaria struttura.
Ai lati del portale d'ingresso, due candelabri in bronzo con girali di alloro alti quasi tre metri danno rigoglio all'entrata. Da qui la visione d'insieme è completata da un soffitto a capriate nella navata antistante l'arco trionfale e con volta a botte al di là dello stesso.
Le tre navate sono scandite da dieci colonne di granito con capitelli tutti diversi ed un pilastro centrale per parte. L'attuale altare contenuto nel catino absidale è di marmo greco e sostituisce l'originario ciborio ivi collocato e trasferito poi a Roma nel Collegio Irlandese ed ora sito al Metropolitan Museum di New York.
Oggi di proprietà privata, questa chiesa ha rappresentato nel passato grandi difficoltà per la popolazione di Fiano, in quanto la sua posizione collinare e decentrata rispetto al borgo, non ne consentiva un facile raggiungimento.

 

FIANO E IL LIBERO PENSIERO: L'OMAGGIO A GIORDANO BRUNO

Le vicende che portarono l'Inquisizione a condannare a morte per eresia Giordano Bruno, il maggior filosofo del Cinquecento, sono ancora oggi al centro di accese discussioni.
Otto anni di processo presso quelli che allora venivano chiamati "tribunali della coscienza", misero fine al volo intellettuale ed umano del grande pensatore: otto anni trascorsi in cella tra torture e vessazioni prima a Venezia e poi a Roma, dove fu arso vivo in Campo de' fiori, nel 17 febbraio 1600.
Era accusato di opinioni non conformi a quelle della Chiesa tridentina, su argomenti di carattere non solo dottrinale ma anche speculativo, filosofico e scientifico, che tuttavia erano ritenuti attinenti alla fede.
Fino alla fine, i giudici tentarono di convincerlo a salvarsi abiurando, ma posto di fronte a questa alternativa Bruno rispose: "Che non deve né può ritrattare, e che non ha da ritrattare e che non ha materia di ritrattazione, e che non sa su cosa debba ritrattare".
Fierezza e senso di dignità non sono mai mancate ai Fianesi, che, nel 1911, vollero ricordare con  una lapide la tenacia dimostrata da questo convinto assertore del libero pensiero.
Posta ai lati della vecchia porta del paese e ora situata nel viale recante il suo nome, la targa commemorativa reca la seguente scritta:

A Giordano Bruno
Libertari di Fiano
Romano eternarono
Martirio grande nolano,
cui ferocia di preti non
volle ch'egli bandisse agli
uomini assoluta libertà di
pensiero.


IL DIALETTO FIANESE

Il dialetto parlato dai vecchi abitanti di Fiano, presenta una storia non unitaria: la vicinanza geografica all'area romana da una parte, sabina dall'altra, ha reso il nostro paese il punto di unione fra questi due mondi. Non è facile, quindi, classificare il dialetto fianese, inserendolo in una specifica famiglia; ma come ogni dialetto, esso esprime con molta efficacia pensieri e sentimenti.
Il locale "Circolo dei Poeti a braccio", ha sempre mantenuta viva la tradizione della poesia in vernacolo, producendo poesie prettamente dialettali a cui ricorreremo per presentare il dialetto fianese.
La poesia " A Portanova", composta da un poeta anonimo, offre un quadro della vita dei bambini fianesi intorno agli anni 30/40. Descrivendo le usanze di un paese molto diverso da quello attuale, l'autore sottolinea le differenze dovute al trascorrere del tempo, e,con un pizzico di ironia, rievoca le care immagini di un piccolo borgo "conosciuto e partecipato" nei luoghi e nei personaggi.



A PORTANOVA


Quanno a vorde ripasso a Portauova                               'Ndo c'erino le ripe de Sidoro
er core me de stregne qui a lu pettu:                                 mo ce stanno le case e nu la vedi
ripenso a quann'ero munellettu                                        'la bella sfilarata de canneti
e a li patolli nnavo a rubbà l'ova,                                     che lu fossu facevinu decoro,

senza fermacce mmai, da la matina.                                  nun ce vedi monelle giocà a corda.
Li giochiamo a musa e a llecchettu,                                  Mo si d'inverno scappa 'po de sole
a piastrella, a cela, e a bandierina                                    nun c'è l'animazione de na vorda:
a la sera, mangu un cinichettu.                                         né bardasci a locane le taiole.

Faceamo capriole pe' Santa Maria                                  Quanno lo vento è freddo come jaccio
'n mezzu a l'erba come l'animali;                                    ogni tanto ce va na vecchierella:
a vorde riveamo giù a Duria                                            fa la carzetta e se gode la sperella
le burzarache a rubbacce e li crugnali.                           davanti a la casetta de Liviaccio.

Monelli all'avventura.sempre pronti                            Quarchid'un'antra se cuccuma più giune
a tirà co la frezza, e n'era raru                                        n'dove lo sole je ferisce l'occhiu;
pià a sassate qualche pecoraru                                       propriu 'mproma a Ristide facocchiu;
'nguattannoce poi sotto li du ponti.                                la la bottega mo nun ce sta piune. 

Quanno: quando
vorde: volte
stregne: stringe
munellettu: bambino
patolli: pollai
mangu un cinichettu: nemmeno per un attimo
riveamo: arrivavamo
burzarache e crugnali: sono due tipi di frutti selvatici
frezza: fionda
'nguattannoce: nascondendoci
'ndo: dove
bardasci: monelli
locane:a posizionare
jaccio: ghiaccio
carzetta: calza
sperella: usato soprattutto nella locuzione "sperella de sole", indica un piccolo fascio di raggi solari.
                "Mettise a sperella" significa godersi d'inverno, i tenui raggi di sole.
quarchid'un'antra: qualcun'altra
'mproma: vicino
facocchiu: fabbro
piune:  più


 

"FIANO E IL CINEMA".
Quando si parla di cinema Fiano Romano viene alla mente per essere il paese di  Sabrina Ferilli. Ma oltre ad aver dato i natali alla bella e brava attrice, la cittadina laziale vanta una lunga e consistente tradizione cinematografica.
E' il posto in cui ha deciso di abitare Giuseppe De Santis - indimenticato regista neorealista di Riso Amaro¬ - che, stanco della confusione tipica delle grandi città come Roma, ha ritrovato in Fiano quella dimensione di paese in cui lui era cresciuto. De Santis ripeteva spesso che amava Fiano anche per il rapporto di familiarità che era riuscito ad instaurare con i suoi abitanti.
Altro regista che tuttora vive a Fiano è Franco Giraldi, autore di molti "spaghetti-western" per il cinema e di altri film per la tv.
Le strade, le piazze e soprattutto il Castello Ducale sono stati spesso usati come location cinematografica per molti film, alcuni dei quali davvero memorabili. Un esempio fra tutti Gli Onorevoli, in cui la folla grida VOTA ANTONIO, VOTA ANTONIO al candidato al Parlamento Antonio La Trippa (il grande Totò), che fa il suo comizio su di un furgone posto sotto le finestre del vecchio Comune.
Fiano è stata la cornice ideale per molti altri set cinematografici e per tante fiction televisive di successo come Totò e Carolina, Dio li fa e poi li accoppia, Una botta di vita, Dio vede e provvede, Santa Rita da Cascia e La freccia Nera, fiction che uscirà prossimamente in tv.
Da non dimenticare, inoltre il Festival del Cinema "Lo Schermo è Donna", che si occupa di promuovere e diffondere le opere che si occupano della condizione sociale della donna o che abbiano come protagonista un personaggio femminile. Giunto quest'anno alla sua nona edizione, il Festival è patrocinato dal Comune di Fiano Romano e dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

FILM PER LA TV
- Ma che musica maestro (1971), regia di Mariano Laurenti con Gianni Nazzaro, Agostina Belli, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia.

- Una botta di vita (1988), regia di Enrico Oldoini con Alberto Sordi, Andréa Ferréol, Vittorio Caprioli.

- Dio vede e provvede (1996), regia di Enrico Oldoini e Paolo Costella con Angela Finocchiaro, Athina Cenci, Nadia Rinaldi, Billie Zoeckler, Cecilia Dazzi.

- Vola Sciusciù (2000), regia di Joseph Sargent con Lino Banfi, Karin Proia, Rocco Papaleo, Stefano Masciarelli, Antonella Attili.

- S. Rita Da Cascia (2004), regia di Giorgio Capitani con Vittoria Belvedere, Martin Crewes, Adriano Pappalardo, Dietrich Hollinderbaumer, Lina Sastri.

- La Freccia Nera (2006), regia di Fabrizio Costa con Martina Stella, Riccardo Scamarcio, Ennio Fantastichini, Jane Alexander, Giulio Pampiglione, Galatea Ranzi.


FILM PER IL CINEMA
- Totò e Carolina (1953), regia di Mario Monicelli con Totò, Anna Maria Ferrero, Mario Castellani, Arnoldo Foà, Tina Pica.

- Gli onorevoli (1963), regia di Sergio Corbucci con Totò, Peppino de Filippo, Gino cervi, Franca Valeri, Walter Chiari.

- Dio li fa e poi li accoppia (1982) regia di Steno con Lino Banfi, Jonny Dorelli, Anna Maria Giordano, Marina Suma.

- La clessidra del diavolo (2004), regia di Rachel Bryceson Griffiths con Antonella Ponziani, Francesca Rettondini, Naike Rivelli, Andrea Bruschi.

- Sexum superando - Isabella Morra (2005), regia di Marta Bifano con Micaela Ramazzotti, Michele De Virgilio, Fioretta Mari, Tony Esposito.

- I Borgia, (2006) regia di Antonio Hernandez con Maria Valverde, Luis Hornar, Paz Vega, Linda Batista, Sergio Muniz. 

- Uno dei film di Don Camillo (quando Peppone manda il figlio in collegio):

DON CAMILLO  - 1952
IL RITORNO DI DON CAMILLO  - 1953
DON CAMILLO E L'ONOREVOLE PEPPONE  - 1955
DON CAMILLO MONSIGNORE... MA NON TROPPO  - 1961
IL COMPAGNO DON CAMILLO  - 1965

 

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