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COSA VISITARE A CELLERE (Viterbo)

Chiesa
di S. Egidio
Antonio il Giovane (1483 - 1546) appartenne alla celebre
famiglia di artisti fiorentini che fu denominata "da Sangallo"; fra i membri
emersero anche gli zii Giuliano e Antonio il Vecchio. L'attività dei famosi
architetti si svolse soprattutto nel Lazio e in Toscana; iniziò verso la metà
del Quattrocento e si protrasse per anni, concludendosi nella seconda metà del
XVI secolo. Antonio da Sangallo il Giovane iniziò la sua attività lavorativa a
Roma, dove giunse da Firenze al "principio del pontificato di papa Julio". Fin
dal primo soggiorno romano divenne l'allievo più diretto del Bramante,
dimostrando però di possedere una visione tutta personale dell'architettura.Interesse
del suo studio furono soprattutto le "piante", considerate essenziale
presupposto dell'edificio. Elaborò una quantità enorme di lavori che generalmente
non seguì di persona (forse è il caso anche della chiesa di S. Egidio in Cellere)
e dei quali solo pochissimi giunsero a conclusione. Come accadeva spesso, in
un'epoca in cui gli artisti entravano quasi a far parte della famiglia per la
quale lavoravano (mecenatismo), Antonio il Giovane trascorse gran parte della
sua vita al servizio della casa Farnese, soprattutto con il cardinale
Alessandro, divenuto papa Paolo III nel 1534. Durante il pontificato di questi,
la figura del Sangallo salì ancora più in auge, finché venne nominato architetto
ufficiale del papa; il giovane architetto si vide così affidare le maggiori
opere civili, religiose, militari dello Stato Pontificio. I primi impulsi per
intraprendere la carriera di architetto, che fu lunga ed intensa, giunsero al
giovane Antonio dagli zii Giuliano ed Antonio il Vecchio, ma più che degli
stessi zii egli fu allievo del Bramante. Dal Vasari (pittore, architetto,
storico d'arte, autore biografo delle "Vite" dei più eccellenti artisti da
Cimabue ai suoi giorni) apprendiamo che "Antonio venne in cognizione di Bramante
da Castel Durante architetto, e cominciò per esso, che era vecchio e dal
paretico impedito le mani, a porgergli aiuto nei disegni che si facevano".Si
parla di una certa "ereditarietà" degli schemi bramanteschi nel Sangallo. Ciò si
può riscontrare nei progetti di edifici chiesastici a pianta centrale di Antonio
da Sangallo, come S. Egidio a Cellere. Anche il costante uso delle lesene da
parte del Sangallo, che hanno la funzione di dividere lo spazio delle facciate,
è di derivazione bramantesca. Tuttavia certe concezioni del Sangallo sono in
antitesi con quelle del maestro, per questo forse è più giusto parlare di un
certo influsso dell'arte di Bramante sull'allievo piuttosto che di vera e
propria "ereditarietà". E tale influsso è soprattutto evidente proprio nella
chiesa di S. Egidio il cui particolare fascino, come sostiene il prof. C.L. Frommel, deriva proprio da tali caratteri bramanteschi.
Definita da più parti "piccolo gioiello d'arte" la chiesa
di S. Egidio rappresenta una splendida espressione del Rinascimento, età di
transizione dal Medioevo all'Evo moderno, di trasformazione di tutti i
precedenti valori, nella quale trovavano ambiente favorevole e pienezza
d'espressione tutte le aspirazioni della rinnovata cultura artistica. La
progettazione della chiesa è senz'altro da attribuire ad Antonio da Sangallo il
Giovane. Nella grande pianta del progetto originale ad esso attribuito
(conservata presso il Gabinetto dei disegni della Galleria degli Uffizi di
Firenze con il numero U 1050 A) si legge chiaramente la frase "sa' gilio a
celeri di farnesi". La commissione dell'opera risulta essere stata affidata al
Sangallo dal Cardinale Alessandro Farnese senior (futuro papa con il nome di
Paolo III).
Se ne ha consapevolezza ancora nelle visite pastorali del
sec. XVII conservate presso l'Archivio Diocesano di Acquapendente. Nel 1655 il
vescovo Mons. Mignucci visita la chiesa "sotto il titolo di S. Egidio Abbate,
posta fuori le mura di Cellere vicino alla fonte della stessa terra di elegante
artistica struttura fondata ed elevata a santa memoria da Paolo III".
La notizia è meglio precisata da Mons. Nicola Leti, il
quale nell'anno 1656 visita della medesima chiesa "di struttura indubbiamente
elegante a forma di croce, tutta fatta a volta e, come si tramanda [ut fama est]
eretta per devozione di Alessandro Cardinal Farnese". Cosa può avere indotto
Alessandro Farnese a volere la costruzione di questa notevole opera chiesastica
in un paesino del Viterbese? Innanzi tutto un motivo preminentemente religioso
in quanto essa rappresentava un degno tributo al patrono di Cellere S. Egidio
Abate, il culto del quale era assai diffuso fra tutti i fedeli anche dei luoghi
circonvicini "per essere il santo di grandissima divozione sopra la febbre",
cioè la malaria che falcidiava impietosamente le popolazioni esposte all'aria
malsana e malefica proveniente dagli acquitrini della vicina Maremma laziale. La
chiesa era mèta di pellegrinaggi, specialmente in occasione del primo Settembre
festa del patrono S. Egidio, quando venivano organizzati giochi con la corsa del
palio dei cavalli berberi e nello spazio antistante la costruzione si tenevano
le fiere paesane (nundinae).
Appartiene ad una particolare tipologia i cui
rappresentanti più famosi dell'Italia centrale sono la Madonna del Calcinaio a
Cortona, la Madonna delle Carceri a Prato, la Madonna delle Consolazione a Todi
e San Biagio a Montepulciano; tutte poste al di fuori del paese o ai sui piedi,
circondate da un piazzale, con una visibilità già da lontano che ne esalta la
monumentalità tridimensionale.
Essa costituiva inoltre una chiara operazione di
"immagine" della famiglia Farnese nei confronti dei proprio sudditi, quasi un
simbolo della sua forza politica emergente. Coincideva infatti con un evento
fondamentale per le fortune della casata: il legame di parentela acquisito con
la famiglia Orsini di Pitigliano (e quindi di riflesso con il Cardinale Giovanni
dei Medici eletto papa con il nome di Leone X nel 1513) tramite il matrimonio
tra Pier Luigi Farnese (il giovane) e Gerolama Orsini, concordato nel 1513 e
celebrato nel 1519. Già il critico d'arte Gustavo Giovannoni riteneva che la
chiesa di S. Egidio sia stata immaginata e costruita nel cosiddetto "periodo volsinio" del Sangallo (così definito in riferimento alla zona circostante il
lago di Bolsena) quando egli si occupava del castello di Capodimonte, dei
tempietti dell'isola Bisentina, della chiesa di Montemoro (Montedoro) a
Montefiascone. Basandosi su confronti stilistici con altre opere e su
considerazioni di ordine cronologico il Giovannoni inquadra l'opera,
approssimativamente, tra il 1510 e il 1513. Il prof. C. L. Frommel,
nell'intervento effettuato nella giornata di studi sul Sangallo promossa
nell'Aprile 1999 dall'Ass.to alla Cultura del Comune di Cellere (atti pubblicati
nel volume "All'ombra di sa' gilio a celeri di farnesi") ritiene che, pur non
conoscendosi la data esatta del progetto e dell'inizio dei lavori di Sant'Egidio,
tutte le sue caratteristiche fanno pensare ad un'epoca attorno al 1513 - 1514.
Alcuni documenti desunti dagli archivi notarili da Fabiano
T. Fagliari Zeni Buchicchio dimostrano che la costruzione si è protratta per
lunghi anni: era ancora in atto nel 1524, quando il Sangallo diede incarico allo
scalpellino della zona Nicola Pomelli di realizzare i portali delle tre porte
previste nel progetto.
S. Egidio è definita chiesa "campestre" per la sua
posizione defilata rispetto all'abitato di Cellere, nel pendio di una splendida
vallata che assume nelle diverse stagioni la varie tonalità del verde e del
giallo, nei pressi di quella che per secoli è stata la principale fonte di
approvvigionamento idrico del paese.
La sua collocazione "particolare" ha in realtà una
giustificazione del tutto logica, emersa dai documenti d'archivio rinvenuti
presso la Curia vescovile di Acquapendente (dalla quale dipende tuttora la
Parrocchia di Cellere). Dal testo di una visita pastorale del 29 agosto 1478 si
evince chiaramente l'esistenza di una antichissima chiesetta fatiscente dedicata
a S. Egidio (demolita a seguito del comando impartito da Mons. Celso Paci nella
visita del 29 maggio 1581) della quale il tempio progettato dal Sangallo
rappresenta una sostituzione "fisica" per la continuazione del culto, avendo
mantenuto la posizione in un luogo già abituale vicinissimo a quello del
preesistente edificio.
La pianta di S. Egidio è una tipica pianta centrale
cinquecentesca, manifestazione di una sintesi dell'eredità culturale del primo
Rinascimento con il motivo bizantino della croce greca. La simmetria domina lo
spazio della costruzione. Sottraendo dal quadrato regolare della pianta gli
spazi delle quattro cellette ricavate ai vertici della stessa, si ottiene la
croce greca con la semicirconferenza dell'abside giustapposta sul braccio
corrispondente all'entrata principale. Delle tre porte presenti nel progetto,
quella prevista sul lato Nord-Ovest non è stata mai realizzata oppure richiusa
forse già in corso d'opera. Le modifiche architettoniche e il ridimensionamento
che ha subito l'edificio rispetto al progetto originario n. U 1050 A
(verosimilmente in base ad un successivo progetto esecutivo) hanno comportato la
variazione d alcuni rapporti sia interni che esterni. Si può peraltro affermare
che la costruzione ha mantenuto in linea generale le proporzioni tra i diversi
elementi della composizione.
La grande zona centrale che funge da base di appoggio per
la cupola rammenta l'influenza bramantesca. E' infatti evidente il richiamo
all'idea della cupola su quattro elementi di sostegno della chiesa di S. Celso a
Roma, attribuita al Bramante ma alla quale sembra aver lavorato anche il
Sangallo. Ciascun braccio della croce greca della pianta determina su ogni
prospetto un avancorpo.
Su quello della facciata principale si apre il portale
d'ingresso il cui elemento arco-cornice presenta evidenti analogie con le
finestre del castello di Capodimonte; stessa analogia si riscontra tra l'arcata
della chiesa e quella del loggiato del castello suddetto. Come sostiene G.
Giovannoni esistono inoltre evidenti somiglianze con la chiesa di S. Maria di
Loreto in Roma, ritenuta opera prima del Sangallo: entrambe presentano coppie di
paraste tuscaniche binate e il gioco luce-ombra è analogo, determinato dal
bassissimo rilievo degli elementi decorativi. Sul proseguimento delle paraste
agli angoli della costruzione sembra fossero collocate le guglie (la cui
esistenza risultava al Giovannoni fino agli anni intorno al 1920) elementi che
ricorrono anche in altri progetti di tipo religioso del Sangallo.
Nel caso specifico della chiesa di S. Egidio contribuivano
probabilmente a donare un certo slancio ad una composizione architettonica che
può apparire nel complesso poco sviluppata in verticale, soprattutto nella parte
del tamburo con il sovrastante tetto conico. La difformità di tale soluzione
architettonica rispetto alla tipologia abituale delle opere del Sangallo è posta
in evidenza dal Prof. C.L. Frommel il quale, nella già citata giornata di studi,
ha ipotizzato una ricostruzione della facciata del progetto U 1050 A con ampia
cupola contenente le aperture per l'illuminazione interna, in analogia con la
chiesa di S. Biagio a Montepulciano. Il progetto così concepito è stato
realizzato in plastico dal Prof. F. Ragazzo e conservato nel Museo delle opere
sangallesche della Tuscia, istituito presso Montefiascone. La gestione della
chiesa, inizialmente affidata al clero locale, venne poi concessa ai Rev. Padri
Carmelitani giunti da Roma presso il Convento di Cellere nel 1580 (per volere
del Cardinale Alessandro Farnese nipote di papa Paolo III) che la esercitarono
fino ai primi anni del sec. XIX, contribuendo alla buona conservazione e al
mantenimento della struttura loro affidata.
L'opera di restauro effettuata negli
anni passati sull'esterno dell'edificio contrasta con il senso di incuria (ma
non di abbandono) dell'interno della chiesa, che presenta una grande pittura con
le figure di S. Egidio, S. Giovanni Evangelista e la Madonna Assunta in cielo
con il Bambino in braccio sovrastanti l'altare maggiore, probabile trasposizione
seicentesca su parete di un precedente quadro o icona di cui è cenno nei
documenti d'archivio. Nel lato N-O, ove era inizialmente un altare minore
dedicato a S. Isidoro Agricola, compare una rappresentazione (forse
cinquecentesca) della decapitazione di S. Giovanni Battista . Un provvidenziale
intervento della Sovrintendenza ai Beni Architettonici del Lazio, fortemente
sollecitato dalla attuale Amm.ne comunale di Cellere, consentirà presto il
completo recupero riportando gradualmente il gioiello rinascimentale all'antico
splendore.
( tratto dal sito www.comune.cellere.vt.it/ )