COSA VEDERE A CASTEL SAN PIETRO ROMANO (Roma)

 

Chiesa di San Pietro Apostolo

La chiesa venne fondata, secondo la tradizione, al tempo dell'imperatore Costantino per ricordare il luogo in cui l'Apostolo Pietro iniziò le sue predicazioni nel Lazio.
Già all'inizio del V secolo, secondo quanto narra Gregorio Magno, esisteva un monastero dedicato a San Pietro Apostolo, i cui religiosi vivevano con grande umiltà. Vi soggiornò anche San Benedetto da Norcia prima di recarsi verso Subiaco e vi incrementò la vita monastica, lasciando una comunità religiosa molto attiva. Lo stesso Gregorio Magno, dopo aver abbracciato la Regola benedettina, trascorse lunghi periodi presso il monastero di Castel San Pietro Romano.
Alla fine dell'VIII secolo il monastero fu distrutto dalle orde saracene; poco dopo, la chiesa aveva già un capitolo secolare retto da un arciprete, quattro preti e due diaconi, cosa che ne indica una organizzata attività.Quando anche il Monte Prenestino si trovò coinvolto nelle aspre contese tra i Colonna, il cui possesso definitivo risale alla fine del XIII secolo, e il papato, soprattutto nella persona di Bonifacio VIII, loro acerrimo nemico, la chiesa rimase incolume dalle distruzioni del resto dei possedimenti della potente famiglia. Il feudo passò poi ai Barberini quando questi nel XVII secolo (1630) lo comprarono da Francesco Colonna.
All'incuria di quel periodo per la chiesa, si aggiunse la privazione da parte della curia vescovile di Palestrina di tutte le sue rendite. Dietro suppliche della popolazione, Urbano VIII incaricò il nipote cardinale Francesco Barberini di restaurare la chiesa. Questi interpellò Pietro da Cortona, architetto e pittore di grande talento a servizio del papato, che elaborò un progetto complesso e costoso che non venne mai realizzato. Di questa fase resta solo il dipinto dell'altare maggiore. Andata progressivamente in rovina, la chiesa fu completamente restaurata solo nel 1732 per volontà di papa Clemente XII Corsini (1730-1740) dietro interessamento di Lorenzo Stefano Mocci, cavaliere prenestino, secondo quanto è testimoniato dall'iscrizione commemorativa posta sulla controfacciata. I lavori furono affidati all'architetto Nicola Michetti che mutò radicalmente l'edificio, allungando la zona presbiteriale e realizzando all'esterno una facciata con porticato secondo il gusto architettonico dominante a Roma nei primi decenni del settecento.
L'unica navata, coperta da un'ampia volta a botte e impostata su una cornice marcapiano recante l'iscrizione latina che ricorda la missione affidata da Gesù all'Apostolo Pietro, è resa ampia e luminosa dalla ricca decorazione in stucco. Sopra l'ingresso, sulla controfacciata e sulla volta, verso il presbiterio, due iscrizioni ricordano papa Clemente XII e la data di inizio dei lavori di rifacimento: 1732.
Il papa concesse inoltre al Mocci di trasportarvi le spoglie di un martire cristiano proveniente dal cimitero di S. Calepodio, al quale fu dato il nome di Clemente, e che fu deposto entro un'urna sotto l'altare maggiore.
Sulle pareti laterali si aprono nicchie con altari e vicino all'ingresso sulla parete sinistra si accede ad una piccola cappella a pianta quadrata dedicata al Salvatore, come rivela il dipinto del Cristo in trono inserito entro un tabernacolo ligneo, e databile al secolo XIX.Dopo i lavori di ripristino totale avvenuti nel settecento, l'edificio non subì ulteriori modifiche, rimanendo pressoché inalterato fino ad oggi, tranne piccoli interventi avvenuti di recente per esigenze di conservazione e di culto: nuovo portale dell'artista Nicola Russo e pavimento nel 1959, trasformazione dell'altare maggiore nel 1976, con spostamento al centro della parete sinistra del corpo di San Clemente, ridipintura dell'interno e dell'esterno negli anni 1979 - 1980. Negli anni 2000 - 2001 sono stati completamente restaurati il campanile e la facciata esterna della chiesa.

Chiesa di Santa Maria del Montirolo

 La chiesetta, costruita sulla via del Montirolo, appena fuori dal paese, ha una facciata a capanna semplice e un campaniletto a vela posto sulla sinistra. Solo in questo secolo è stato aggiunto un corpo laterale, utilizzato per un certo periodo come eremo, e la copertura a tetto sorretto da colonnine sopra la porta d'ingresso. L'aula interna, con abside semicircolare affrescata, ha subito di recente una totale ristrutturazione.
Del piccolo edificio fa cenno il Piazza (1703). La collocazione dell'affresco centrale in una sorta di nicchia, più piccola e profonda dell'abside, e lo stile seicentesco della composizione, inducono a ipotizzare la preesistenza di questa parte al resto della costruzione. Forse una originaria cappellina rurale è stata progressivamente ampliata a costituire una chiesetta vera e propria. Anche lo stile più tardo, verosimilmente ottocentesco, del resto della decorazione farebbe propendere per tale tesi.
La posizione strategica sull'incrocio stradale che collega Castel San Pietro Romano con Palestrina e con Capranica Prenestina e il Santuario della Mentorella, fecero in modo che vi fosse favorita la sosta dei pellegrini. Una presenza tanto cospicua questa, da indurre ad ampliare l'abside dell'originaria cappella e ad abbellirla con altri elementi decorativi, che per altro non armonizzano con il più antico dipinto centrale.

Chiesa di Santa Maria della Costa

La piccola costruzione, che sorge accanto ai resti di un più antico edificio di cui sopravvive un campaniletto, è a pianta quadrata e presenta una semplice facciata: la trabeazione terminale è sorretta da due montanti laterali e una profilatura leggermente a rilievo incornicia sia la porta d'ingresso che l'apertura ellissoidale che la sovrasta. Nel campo di risulta è scritto: S. MARIA DELLA COSTA / EREMO / BEATA MARGHERITA COLONNA.
L'interno presenta un unico altare centrale con incorniciatura in stucco: l'architrave, sorretto da due coppie di lesene, è sormontato da un frontone curvilineo spezzato con al centro la colomba dello Spirito Santo.Come ricorda anche il Cecconi, la piccola Chiesa sorge sull'eremo della Beata Margherita Colonna, sorella di Giacomo e Pietro Colonna, che si ritirò a vita di penitenza sul Monte Prenestino nella prima metà del XIII secolo.
Qui fondò un piccolo monastero con annessa chiesuola. Presso di lei si raccolsero in preghiera numerose altre fanciulle e cominciarono a vivere come Terziarie dell'Ordine Serafico dedicandosi ai poveri e ai malati. Alla sua morte, le sue accolite ottennero dal Papa di potersi trasferire nel Convento romano di San Silvestro in Capite, ove trasportarono il corpo della loro maestra. L'edificio attuale venne quindi realizzato ex novo sul luogo della più antica costruzione che era andata in rovina, con lo scopo di mantenerne la memoria. L'epoca di rifacimento, a giudicare dai modesti elementi decorativi presenti, dovrebbe collocarsi attorno alla metà del secolo XVIII, forse contemporaneamente alla Chiesa di San Pietro. L'immagine posta sull'altare è quindi stata realizzata in un momento successivo, forse in sostituzione di una più antica.

Cappella della Vergine Dolorosa (Chiesetta dell'Addolorata)

La cappellina, a pianta quadrata, presenta una facciata a capanna con alti spioventi e una sorta di protiro sorretto da colonne davanti alla porta d'ingresso. Al di sopra è un rosone circolare.
La lapide murata all'interno della costruzione, sulla parete destra, fu posta da Orazio Marucchi il 31 agosto 1902; essa ricorda la presenza sul monte di Castel San Pietro Romano delle Sante Irundine, Romola e Redenta, dell'eremo della Beata Margherita Colonna e della prigione di Jacopone da Todi, tracciando così in poche righe la storia religiosa di Castel San Pietro Romano.
La piccola cappella, che risale alla stessa epoca, è realizzata in stile neogotico, in voga tra fine Ottocento e inizi del Novecento.
L'immagine della Vergine Dolorosa, che è dipinta sulla parete di fondo, è stata alterata da una recente e maldestra ridipintura che l'ha resa irriconoscibile.

Cappella cimiteriale

 L'elemento di maggiore rilevanza è rappresentato dal dipinto posto sulla parete dell'altare. Sono raffigurati la Vergine e San Giuseppe che implorano Cristo di salvare le anime che stanno scontando la pena del Purgatorio. In basso si assiepano i purganti.
L'opera, di assai modesta qualità artistica, è firmata dal pittore polese Francesco Pinti, autore nella cittadina natale di alcuni quadri sempre di oggetto religioso. La leggibilità del dipinto, tuttavia, è offuscata da una ridipintura successiva, forse risalente a metà del presente secolo, che ha contraffatto molte zone della superficie pittorica.

La Rocca dei Colonna

Sebbene Castel San Pietro Romano si identifichi, fin dall'epoca romana, con l'arx di Preneste, protetta da una cinta di mura poligonali, l'origine della fortezza costruita sulla sommità del Monte Ginestro, e di cui oggi rimangono considerevoli resti, è da porsi nel X secolo, quando il feudo di Preneste con territori annessi, che erano di proprietà della Santa Sede, venne concesso da Giovanni XIII alla sorella Stefania, senatrice romana, con l'obbligo di erigere una fortezza sul Monte di Preneste, cioè Castel San Pietro Romano.
La struttura dell'edificio era a pianta quadrata con torrioni angolari anch'essi quadrati, ben visibili ancora oggi; al centro è ancora un bastione cilindrico, utilizzato tradizionalmente come carcere. Un ponticello con portale ad arco collega la fortezza con il borgo. Questa costruzione era già realizzata nel 980, quando comincia ad essere nota come Rocca di Preneste. Nel 1012 fu cinta d'assedio dalle milizie di Benedetto XII che muovevano contro Giovanni, nipote della senatrice Stefania. In seguito Pietro Colonna, discendente di Giovanni, e in continua lotta con il papato per i feudi dell'area prenestina, vi fece rinchiudere San Berardo dei Marsi, legato pontificio della Campania.
Dalla dura rappresaglia operata dal pontefice, che distrusse completamente Palestrina, la Rocca, ormai definita Rocca dei Colonna, venne risparmiata. La funzione di prigione del torrione centrale è ribadita nel 1268 dal fatto che vi fu imprigionato Corradino di Svevia.Le guerre ricominciarono sotto il pontificato di Bonifacio VIII (1294-1299), che dichiarò decaduti i Colonna dai loro possedimenti. La potente famiglia dichiarò a sua volta illegittima l'elezione del pontefice (che era stato eletto dopo l'abdicazione di Celestino V) e lo accuso di simonia, provocando in tal modo la vendetta di Bonifacio VIII. Questi decretò la distruzione totale di tutti i loro feudi, a cominciare da Colonna e Zagarolo, che furono saccheggiate e rase al suolo senza pietà. Preneste, dopo vari tentativi di tregua, compresa la pubblica umiliazione a cui si sottoposero volontariamente i Colonna, non sfuggì alla stessa sorte e neppure la Rocca sul Monte che la sovrastava (1299). In essa fu rinchiuso Jacopone da Todi, che aveva parteggiato per i Colonna contro Bonifacio VIII e che vi rimase fino alla morte del pontefice. Fu con Clemente V, nel 1306, che i Colonna rientrarono in possesso dei loro territori e Stefano Colonna ottenne di ricostruire Preneste. Tuttavia nel 1436 sorsero nuove questioni tra papato e gli indomiti Colonna. Adriano IV per punirli della loro disubbidienza e per rientrare in possesso dei loro territori, incaricò il cardinale Vitelleschi di scacciarli da Preneste. Nel 1437 il Vitelleschi rase di nuovo al suolo la città, nonostante i Colonna si fossero dati alla fuga, per punire gli abitanti della loro fedeltà a quel casato. L'anno dopo toccò alla Rocca. Dieci anni dopo Lorenzo Colonna, pacificatosi con il papà Nicolò V, ebbe il consenso di ricostruire Preneste e alcune opere difensive. Nel 1482 anche la Rocca fu riedificata. La data è attestata da un'iscrizione posta sulla torretta del ponte di raccordo con il borgo (MAGNIFICUS DOMINUS STEPHANUS COLUMNA REAEDIFICAVIT CIVITATEM CUM MONTE ET ARCE MCDLXXXII). Tuttavia la sua funzione di fortificazione era definitivamente tramontata e l'abbandono in cui fu lasciata sia dagli stessi Colonna che, poi, dai Barberini, non ne arrestò il progressivo degrado.
Recentemente la rocca è stata oggetto di importanti restauri che l'hanno riportata al suo antico splendore: attualmente è stato completato il restauro della parte esterna e sta per iniziare il recupero della parte interna della fortezza.

Palazzo Mocci

L'edificio, a tre piani con un piano interrato, presenta una facciata a bugnato nel primo ordine fino all'altezza del piano nobile e liscia nella parte superiore. Le numerose finestre presentano una profilatura lineare in pietra con lievi aggetti, quelle del piano nobile sono sormontate da cimase rettilinee.
Nella parte centrale si apre il portone con lo stemma Mocci in alto, mentre due mensole poste sopra gli stipiti sorreggono il balcone.
Ai lati, in armoniosa specularità si aprono due arcate con profilatura in pietra a bugne. Gli spigoli laterali sono sottolineati fino alla cornice marcapiano da una bugnatura liscia più evidente e nell'ordine superiore da lesene con basi e capitelli lisci. Il Palazzo venne edificato contemporaneamente alla nuova Chiesa di San Pietro Apostolo intorno al 1732 e con ogni probabilità dallo stesso architetto Nicola Michetti. Esso appare accanto alla Chiesa nell'incisione che fu realizzata da Giuseppe Vasi per la Camera Apostolica nel XVIII secolo.
Cesare Stefano Mocci, avvocato, Uditore pontificio, era legato da profonda amicizia al cardinale Lorenzo Corsini. Quando questi divenne papa, con il nome di Clemente XII nel 1730, il Mocci venne nominato Luogotenente Criminale dell'Uditore della Camera e Giudice dei Palazzi Apostolici.
Il suo potere crebbe enormemente, tanto da ottenere dal papa il finanziamento per la ricostruzione della Chiesa, della quale sicuramente sorvegliò i lavori, e di poter edificare con gli stessi fondi il proprio Palazzo, simbolo del suo prestigio a Castel San Pietro Romano.
Si tratta di una costruzione di una sobria eleganza, pur nella semplicità dei materiali adoperati, in linea con l'architettura civile romana di quel periodo.

Museo delle Arti Contadine

Il Centro Anziani di Castel S. Pietro Romano ospita dal 1989 il museo delle arti contadine, un’iniziativa espositiva di carattere demo-antropologico, a cui è stato dato il titolo “Memoria del tempo passato”, poiché esso ricostruisce la vita nei campi e nel paese degli ultimi cento anni. L’intento del comitato di gestione nel costituire ed esporre la raccolta è quello di “descrivere l’uso di quegli attrezzi di lavoro usati nei campi e nelle cucine, nelle stalle e nelle cantine, in modo che possano trasmettere tutto il sapere di umanità che da essi proviene”. Alla mostra si accompagna un opuscolo dattiloscritto con brevi considerazioni sui vecchi attrezzi di lavoro e una spiegazione dell’uso degli attrezzi e delle suppellettili. Gli oggetti, inoltre, sono corredati di didascalia col nome in italiano e nel dialetto locale.

 

( tratto dal sito http://www.castelsanpietroromano.net/ )

 

 

 

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