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COSA VISITARE AD ARPINO (Frosinone)

Piazza Municipio
E' il
"salotto buono" di Arpino, Le sue linee architettoniche armoniose ed eleganti,
le tinte calde e gentili delle sue facciate accolgono il visitatore per
introdurlo nel cuore della città.
Centro della vita sociale, culturale e religiosa cittadina, la Piazza Municipio
sorge sul sito dell'antico Forum romano, situato all'incrocio tra le assi viarie
principali del decumanus, che comprende le odierne vie Giuseppe Cesari e
dell'Aquila Romana e del cardo, corrispondente al tracciato dell'attuale Via del
Liceo.
Un tempo parzialmente inglobata nel cortile di Palazzo Boncompagni, la piazza
deve la sua sistemazione definitiva e il suo ampliamento al periodo della
dominazione francese (1811-1814), quando assunse la sua attuale fisionomia
architettonica ed urbanistica, recuperando la primitiva funzione di centro della
vita cittadina.
Arrivando dalla via Giuseppe Cesari, che collega il centro con Fuoriporta, si
nota sulla sinistra il monumento in bronzo a Caio Mario (1938). Di seguito, si
erge la settecentesca facciata della Collegiata di S. Michele Arcangelo, dalle
linee sobrie e regolari inframmezzate da elementi decorativi barocchi.
Sulla
destra, ad angolo con la Via Cesari, il porticato dell'edificio che ospita il
Liceo Ginnasio - Convitto Nazionale Tulliano.
Questo celebre luogo d'istruzione è l'erede del secentesco Collegio dei SS.
Carlo e Filippo, a lungo diretto dai Padri Barnabiti.
Nel 1814 Gioacchino Murat, allora Re di Napoli, lo costituì "collegio con
convitto", riorganizzandone i programmi di studio sul modello dei licei francesi
e trasferendone le competenze allo Stato.
Nel 1820 l'istituto venne trasferito nel monastero soppresso delle Cappuccinelle,
sede che venne di seguito ampliata con l'aggiunta dei locali dell'ex Teatro
cittadino, caratterizzati dall'ampio ed elegante porticato esterno, fino a
raggiungere, nel 1890, l'attuale aspetto.
La tradizione di studio del Tulliano, tuttora assai prestigiosa, rivive ogni
anno nei giorni del Certamen Ciceronianum Arpinas, che richiama giovani liceali
di tutto il mondo per cimentarsi con le opere di Cicerone, confermando Arpino ed
il suo Liceo come veri centri internazionali per la diffusione della cultura
classica.
Sulla facciata del "Tulliano", a sottolineare il suo legame con un'illustre
tradizione, sono collocati all'interno di nicchie circolari i busti di Caio
Mario, Marco Tullio Cicerone e Marco Vipsanio Agrippa, ciascuno sovrastante
un'iscrizione latina che ne rievoca la memoria.
Le iscrizioni che appaiono invece sulle architravi delle finestre riportano il
nome della famiglia de Theodinis, che fu proprietaria dell'edificio fino al
1629.
Sul lato dell'edificio che dà sulla Via Giuseppe Cesari, un'iscrizione latina
ricorda l'antica grandezza di Arpino ed è sovrastata dallo stemma della città.
Torniamo alla Piazza Municipio per osservare il monumento in bronzo a Cicerone
(1958), opera dello scultore Ferruccio Vecchi, e il complesso architettonico di
Palazzo Boncompagni, che chiude ad angolo retto la Piazza.
L'aspetto attuale dell'edificio risale ai primi dell'Ottocento. Sulla facciata
di sinistra, a due ordini di finestre, notiamo lo stemma della città e subito al
di sotto un'iscrizione latina dedicata a Carlo III di Borbone, a ricordo
dell'operato del sovrano in favore della città. Ai lati dell'iscrizione sono
visibili i busti di Vittorio Emanuele II e di Giuseppe Garibaldi.
Sulla facciata di destra, sulla quale si apre una lunga balconata, si notano tre
portali, uno dei quali mette in comunicazione la piazza con il Corso Tulliano.
Sono inoltre visibili i busti del Cavalier d'Arpino e di S. Francesco Saverio
Maria Bianchi.
Un tempo sede dell'Amministrazione Comunale, attualmente il Palazzo è sede
provvisoria della Fondazione "Umberto Mastroianni" .
Entriamo nel Palazzo per notare subito, a sinistra, il frammento di pavimento a
mosaico del II-III sec. d.C. rinvenuto durante gli scavi condotti nei pressi
della Collegiata di S. Michele.
Salita l'ampia scalinata che conduce ai piani superiori, ci si trova nelle sale
espositive della Fondazione Mastroianni. Vale la pena di salire fino al secondo
piano del palazzo per ammirare il frammento a bassorilievo proveniente dal
monumento funerario romano della famiglia dei Fufidi, contemporanei di Cicerone,
i cui membri furono esattori per il Municipium di Arpino delle rendite
provenienti dai territori della Gallia Narbonese donati da Caio Mario.
"Fuoriporta" e Quartiere Arco
Dalla Piazza
Municipio, costeggiando il complesso del Tulliano, si percorre Via Giuseppe
Cesari e si giunge, sulla sinistra, al Largario intitolato a S. Francesco
Saverio Maria Bianchi. La statua bronzea del Santo barnabita, nato ad Arpino nel
1743, risale al 1977 ed è opera dell'artista Pietro Giambelluca. Dalla balconata
retrostante il monumento si può ammirare un notevole panorama del quartiere
Civita Falconara e delle mura ciclopiche.
Proseguendo, si incontra sulla destra il palazzo secentesco che fu residenza del
pittore Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d'Arpino (1568-1640). Agli inizi del
Novecento, per permettere un migliore accesso in città, tutta l'ala esterna
dell'edificio venne abbattuta, insieme all'antica porta nord che si apriva nella
cinta muraria. E' tuttavia ancora osservabile lo stretto passaggio, situato al
pianterreno del palazzo, che prima costituiva la via d'ingresso in Arpino.
Di fronte alla casa del celebre pittore, dal lato opposto della strada, si
diparte il tracciato dell'antica via Latina che scendeva verso il Vallone (dove
sono visibili, in contrada Stazione, resti dell'originaria pavimentazione
risalenti al I-II sec.) per congiungersi poi alle vie consolari.
Siamo nella zona nota come "Fuoriporta", vera e propria porta d'ingresso alla
città. Il lungo e alberato viale Belvedere, che da qui si snoda, è un abituale
ritrovo per le passeggiate degli Arpinati. Dal viale si può godere uno
spettacolare panorama sulla vallata (il "Vallone") e sui colli circostanti,
sullo sfondo dei Monti Lepini ed Ernici. Affacciandosi dalla terrazza
panoramica, è possibile individuare, seminascosto dalla vegetazione, il rudere
di un monumento funerario romano, che la tradizione popolare identifica con la
tomba di Saturno, il mitico fondatore della città. Accanto ad esso sorgeva una
chiesetta, i resti della quale sono ancora in parte distinguibili, denominata in
dialetto "la cona del monumento", e dedicata a S. Apollonia.
Sul lato opposto della strada sono esposte le sculture in ferro opera del grande
artista contemporaneo Umberto Mastroianni (vd capitolo Musei).
Al principio
del Viale una scalinata conduce all'ingresso della raccolta e suggestiva Chiesa
della Madonna delle Grazie , risalente alla fine del XVII secolo ma rimaneggiata
verso la fine dell'Ottocento. La facciata, ariosa e classicheggiante, presenta
un ampio pronao sovrastato da tre finestroni.
A destra della chiesa, una rampa in acciottolato conduce verso la Via Arco
Torrione. Si percorre la strada per giungere all'ingresso del quartiere Arco.
Sulla sinistra, notiamo il grande complesso del settecentesco Istituto S.
Vincenzo de' Paoli.
Situato a nord, il quartiere Arco si arrampica sulle pendici della collina che
sovrasta il centro storico. L'impianto abitativo, sorto a ridosso del tracciato
delle mura ciclopiche che scendeva dall'Acropoli verso la città, ha mantenuto le
caratteristiche medievali: un dedalo di vicoli e gradinate spesso scavate nella
roccia viva, sviluppatosi attorno ad alcuni antichi percorsi che collegavano il
centro con la Civitavecchia. Un quartiere che, pur nell'asperità della sua
struttura, sa offrire al visitatore che vi si avventuri scorci pittoreschi e
splendidi panorami.
Iniziamo la nostra visita partendo dalla Porta dell'Arco, che si apriva nella
cinta muraria in opera poligonale, accanto ad un antico torrione. Oggi le mura e
le opere difensive appaiono inglobate nel tessuto abitativo. Si percorre la
stretta Via Marco Agrippa, dalla quale si diramano molti vicoli. A destra,
l'antica Via Maiura (via Maior), una ripida scalinata che congiunge il quartiere
con la via Giuseppe Cesari. Proseguendo per Via Marco Agrippa, si giunge alla
Salita dell'Arco, dove si apre un'ampia scalinata che collega la strada con la
sottostante Piazza Municipio. Sulla destra, la casa natale di Giuseppe
Polsinelli, patriota e deputato del Regno d'Italia, e il campanile (per gli
Arpinati "il campanaro") della Collegiata di S. Michele Arcangelo, innalzato
sulla roccia viva, dalla caratteristica cella campanaria "a cuffia" di foggia
napoletana. A sinistra si inerpica la Via Greca, citata anche da Cicerone quale
percorso di collegamento con l'Acropoli, e così denominata perché con ogni
probabilità costruita da schiavi greci. Sempre sulla Via Marco Agrippa, al
civico 93, il cinquecentesco Palazzo Antenangeli, sorto sui resti di un edificio
romano.
Si torna indietro al "campanaro" per ridiscendere verso Piazza Municipio.
Quartiere Civita Falconara
Dalla Piazza Municipio, percorrendo la Via del Liceo, ci si trova all'ingresso del quartiere di Civita Falconara.
A destra, ad angolo tra
la via del Liceo e la via Caio Mario, si affaccia la secentesca Chiesa di S.
Croce, in restauro. Di fronte la maestosa Fontana dell'Aquila (seconda metà del
XVII sec.), in pietra, posta al punto di congiunzione tra le due strade che c
onducono verso Civita.
Sullo sfondo, il portale tardo-barocco di Palazzo Conti.
Originariamente, la fontana era collocata nel cortile di Palazzo Boncompagni,
poi divenuto parte integrante della Piazza Municipio. Essa raffigura due torri
sormontate da un'aquila: lo stemma della città.
Il quartiere si presenta
come un insieme abitativo a parte, seppure saldamente collegato con il resto del
tessuto urbano. E' situato su di uno sperone di roccia che si eleva a picco
sulla vallata sottostante : un'ottima posizione strategica, che consentiva di
sorvegliare il territorio verso Ovest fino alle estreme propaggini dei Monti
Lepini.
La struttura urbanistica medievale, ricca di vicoli, archi e scalinate che si
arrampicano in direzione della rocca, ha subito rilevanti interventi nel
Settecento, nel periodo di massimo splendore per la città.
A testimonianza di questo, i numerosi edifici signorili, appartenenti alle famiglie dell'aristocrazia e della ricca bor-ghesia urbana, e le chiese che costellano l'abitato.Entriamo a Civita Falconara imboccando, a destra, la via Caio Mario.
Recenti
ritrovamenti archeologici e documentari insinuano l'ipotesi che anche sulla
Civita Falconara sorgesse un nucleo dell'Arpino volsca, circondato da un sistema
autonomo di mura poligonali, che sarebbe stato tuttavia rimaneggiato e
restaurato in epoca più tarda (I sec. a. C.) e che quindi avrebbe perduto gli
originari caratteri arcaici. Tratti di mura poligonali sono ancora ben visibili
nel tratto iniziale di Via Caio Mario e sono state inglobate fin dal Medioevo
nel tessuto abitativo, come testimonia la torre che si innalza proprio a fianco
delle mura ancora a vista.
All'altezza di Vicolo del Caùto, sulla sinistra, si è ipotizzata l'esistenza di
una delle antiche porte di Civita, da cui deriverebbe il toponimo "caùto = buco,
foro". Proseguendo sulla via si giunge in prossimità della piccola chiesa di S.
Rocco, costruita su di un torrione dell'antico sistema difensivo. Più oltre,
all'altezza dell'ampia curva ("Mezzaluna") che si affaccia sul dirupo, è
possibile osservare lo splendido panorama delle vallate e delle colline
circostanti : da sinistra si possono vedere gli abitati di Monte San Giovanni
Campano, Boville Ernica e Veroli.
A destra si stagliano i Monti Ernici e, di seguito, le cime appenniniche
comprese nel Parco Nazionale d'Abruzzo, tagliate in due dalla Valle di Roveto.
Sullo sfondo, il profilo dei Monti Lepini chiude la visuale in direzione della
costa tirrenica.
Poco oltre la Mezzaluna, a destra, è collocata un'altra pagina del "Libro di
Pietra" (vd capitolo Musei). Sempre a destra sono visibili resti di
fortificazioni, sui quali si erge la chiesetta della Madonna di Loreto (XVIII
sec.) (vd capitolo Le chiese), a pianta ottagonale, e il monumento a S.
Francesco d'Assisi (1972). Si giunge poi all'imponente mole rettangolare del
Castello di Ladislao (XIII sec.).
In origine
indicato come Castrum Pescli Falconariae, assunse l'attuale denominazione
dopo il lungo soggiorno del re di Napoli Ladislao d'Angiò-Durazzo nel 1409, che
provvide anche a fortificarlo e a stabilirvi una guarnigione permanente. Del
primitivo impianto medievale il Castello conserva tuttavia ben pochi resti: tra
questi, la parete settentrionale, a blocchetti regolari, che presenta alcuni
elementi architettonici originali (bifore). Già nel XVII secolo era in stato di
abbandono, come ci testimoniano le fonti dell'epoca.
Nel 1828 le sue strutture vennero inglobate nel grande lanificio Ciccodicola. In
seguito le sue mura ospitarono istituti di assistenza: durante l'ultima guerra
accolse un ospedale militare e, in tempi recenti, fu sede dell'Istituto Tecnico
Industriale per Chimici.
Attualmente è sede designata per la Fondazione Mastroianni, oggi in Palazzo
Boncompagni, ed è in corso un lungo lavoro di restauro.
La facciata principale del Castello si apre sul Largario Riccia, un altro bel
punto panoramico della città. Scendendo da uno dei vicoli a sinistra, ci si
trova sulla Via Ciccodicola, il principale asse viario del quartiere, sul quale
convergono rampe e vicoli. All'altezza del civico 20, una lapide ricorda la
visita di Carlo III di Borbone al la-nificio Ciccodicola, fabbrica dichiarata
"regia" dal sovrano.
Proseguendo, si giunge alla piazza di Civita, cuore del quartiere, dalla
caratteristica pavimentazione in acciottolato. La chiara facciata della chiesa
di S. Maria di Civita (vd. capitolo Chiese), dalle linee spezzate e ricurve, con
nicchie e motivi ornamentali tardo barocchi, risale al Settecento ed è stata
restaurata nel 1958. A destra, il bel campanile, visibile da tutta la città.
Proprio di fronte alla chiesa, si ritrova lo stesso andamento curvilineo
nell'ariosa ed elegante facciata del Palazzo Quadrini.
Una lunga e sinuosa balconata sovrasta il portale sormontato dallo stemma.
Alla destra del Palazzo, una comoda rampa in acciottolato conduce verso la Via
Abate Marsella, sulla quale affacciano altri due edifici settecenteschi. Di qui,
a sinistra, si giunge in Vicolo della Portella, in fondo al quale è visibile il
punto in cui, anticamente, si apriva nella cinta muraria la porta sud del
quartiere.
Tornati nella piazza, a sinistra della chiesa si imbocca la Via di Civita, sulla
quale si affacciano eleganti e storici edifici signorili. A sinistra, il Palazzo
Battiloro. La catena posta davanti al portale d'ingresso simboleggia il diritto
d'asilo concesso alla dimora dei Marchesi Battiloro da Carlo III in occasione
del suo soggiorno nel 1744, prima della battaglia di Velletri. A sinistra,
scende la Via Battiloro che conduce verso il Poggio Quadrini ed il Caùto, e
sulla quale si aprono caratteristici cortili. Proseguendo sulla via di Civita si
incontra la settecentesca edicola votiva detta "la Madonnella".
Ancora edifici sette-ottocenteschi costeggiano la strada: sulla sinistra, la
facciata a bugnato del Palazzo Incagnoli. A destra, il lungo prospetto ricurvo
del Palazzo Morriconi, decorato da ringhiere in ferro battuto.
Di fronte, un'altra lunga e artistica balconata in ferro battuto decora e
movimenta la facciata del Palazzo Pesce.
Quartiere Colle
Come una
quinta di palcoscenico, la barocca Chiesa dei SS. Carlo e Filippo, oggi
sconsacrata, chiude in posizione defilata la scenografia della piazza, sullo
sfondo della contigua via Alessandro Magliari. La facciata dalle linee ricurve,
preceduta da una scalinata in pietra, è ripartita da due coppie di pilastri.
Sul lato sinistro della chiesa si apre il ripido ma affascinante percorso di Via
Pio Spaccamela, che conduce fino al quartiere Colle. Sulla strada si affacciano
numerosi edifici cinque-secenteschi, tra i quali sono notevoli il Palazzo
Ruggeri (al civico 29), che conserva sull'architrave del portale in pietra una
iscrizione datata 1458; il Palazzo Cardelli (al civico 49) dalle caratteristiche
inferriate carenate alle finestre; la chiesa della Madonna della Pietà (XVI
sec.), che custodisce al suo interno la statua lignea dell'Addolorata, opera
dell'intagliatore austriaco Michele Stoltz (XVIII sec.); la cappella di S.
Rocco, dalle bifore a sesto acuto, ma risalente alla seconda metà del
Settecento.
Giunti al
termine di Via Spaccamela, si entra nel quartiere Colle.
A destra è visibile un antico lavatoio pubblico. A sinistra si nota la Fontana
di Capo di Bove, incastonata nel
secentesco
muro di cinta del Monastero di Clausura delle Benedettine di S. Andrea (vd
capitolo Le chiese).
Poco più oltre si apre la Piazza di S. Andrea, pavimentata con il tipico
acciottolato. E' detta familiarmente "la chiastra" poiché, fino al XV secolo,
essa costituiva il chiostro del Monastero, alla struttura del quale apparteneva
anche la chiesa.
Sulla piazza, a sinistra, notiamo appunto l'ingresso al Monastero. L'attuale
aspetto risale ai secc. XVII-XVIII. Sulla facciata sono visibili le finestre con
inferriate (XVII sec.) e un affresco al di sopra della porta d'ingresso,
raffigurante S. Benedetto in preghiera.
Subito dopo si erge l'elegante facciata della Chiesa di S. Andrea Apostolo ,
preceduta da un'ampia scalinata.
Costeggia la chiesa, sulla sinistra, la Via Civitavecchia, che costituisce uno
dei più antichi percorsi tra il centro cittadino e l'Acropoli di Civitavecchia
ancora praticabili. Lungo il suo tracciato, a destra, si nota il Palazzo
Spaccamela, dall'ampio loggiato rialzato. Il palazzo, donato al Comune dai
proprietari, è sede di attività culturali. Se si spinge lo sguardo in alto a
sinistra, sulle pendici della collina, si scorge a mezza costa la facciata della
chiesa di S. Girolamo.
Dalla Piazza S. Andrea si apre la Via Saturno, che attraversa tutto il
quartiere, intersecata da vicoli e stradine.
La via giunge fino alla medievale Porta di Saturno (o porta Napoli), un sistema
architettonico formato da due aperture ad ogiva, una porta ed un'antiporta.
Sull'antiporta un'iscrizione in latino richiama alla memoria i fasti della città
e dei suoi figli più illustri, Caio Mario e Cicerone. All'esterno della Porta,
incontriamo una delle pagine del cosiddetto "Libro di Pietra" .
Corso Tulliano e Quartiere Ponte
Dalla piazza
Municipio, imboccata la Via del Liceo, svoltiamo a sinistra e imbocchiamo il
Corso Tulliano, la via principale del centro storico. Realizzata nel 1884, essa
poggia su di un sistema di arcate (le "volte") adibite a mercato coperto.
A destra, incontriamo la casa natale del musicista Carlo Conti, maestro di
Vincenzo Bellini. A sinistra, un ampio largario, sul quale si affaccia il
palazzo Comunale, ospita il Monumento ai Caduti (1927), opera dello scultore
arpinate Domenico Mastroianni. Subito dopo, ci si imbatte nell'elegante facciata
del Palazzo Quadrini-Borromeo, risalente alla seconda metà dell'Ottocento,
preceduta da un'ampia cancellata in ferro battuto. Il palazzo ospita la sede del
Circolo Tulliano, associazione culturale e mondana attiva in città dal 1886.
Più avanti, il Palazzo Merolle-Felluca, pervenuta al Comune nel 1998 per lascito
dei proprietari, accoglie la Biblioteca Comunale e il Museo della Liuteria (vd
capitolo Musei).
Sul lato
destro del Corso, in posizione isolata, sorge il massiccio complesso del Palazzo
Sangermano, costruito tra il 1879 e il 1884 e circondato da un ampio parco
digradante verso il corso del torrente Riviéte. Dal 1923 al 1976 fu sede della
"Scuola Apostolica Ven. Castelli" dei Padri Barnabiti. Successivamente divenne
di proprietà comunale.
Il Corso termina con la Porta del Ponte, rifacimento medievale dell'antica
Porta sud.
A sinistra
della Porta, le Grande Torrione si arrampicano verso il quartiere Colle,
costegiando il torrione medievale un tempo inserito nel circuito murario. E'
visibile anche un'edicola raffigurante San Cristoforo: una sorta di viatico per
il viandante che si apprestava a lasciare Arpino.
La denominazione "Ponte", estesa al quartiere circostante, deriva dalla
probabile esistenza sul posto, in epoca romana, di un ponte sul torrente Riviéte.
La presenza del corso d'acqua ha determinato a lungo la vocazione manifatturiera
di questa zona: mulini, concerie e frantoi erano numerosi, ed ancora oggi si
possono vedere i fabbricati che li ospitavano.
Dopo la Porta del Ponte e la piazza Gioacchino Conti inizia la via Vittoria
Colonna. Subito sulla sinistra incontriamo un'altra pagina del "Libro di
Pietra". Di seguito si apre la scalinata che conduce alla barocca Chiesa di S.
Antonio di Padova (vd capitolo Le chiese).
Proseguendo, sempre a sinistra, incontriamo un grande edificio in pietra che sino alla fine dell'Ottocento fu sede del lanificio Sangermano, uno dei più importanti della città. La struttura, oltre alla fabbrica vera e propria, comprendeva anche gli appartamenti dei lavoranti. La costruzione conserva ancora oggi tracce della sua antica vicenda. Attualmente essa ospita l'Albergo Ristorante "Cavalier d'Arpino", ed è in parte occupata da abitazioni private.
Via Aquila Romana
Dalla porta del Ponte si
risale il Corso Tulliano per imboccare, a destra, il suggestivo percorso di via
dell'Aquila Romana.
E' questo il tracciato dell'antico decumanus romano, l'asse viario più
importante della città, che tagliava l'abitato da nord a sud. Ha conservato a
lungo la sua funzione di strada principale fino all'inizio del Novecento, quando
venne realizzato il più spazioso Corso Tulliano. Ancora oggi, gli Arpinati la
chiamano familiarmente "via vecchia", per distinguerla dal Corso.
Tracce di pavimentazione romana sono oggi visibili all'altezza della Chiesa di
S. Domenico, sconsacrata, che ospita il Museo dell'Arte della Lana (vd capitolo
Musei). Proprio di fronte alla chiesa, si scorge un portale ad arco gotico,
probabile ingresso di una bottega medievale, a testimonianza delle diverse
sovrapposizioni urbanistiche ed edilizie che contraddistinguono l'impianto
abitativo esistente attorno alla Via, fatto di vicoli, rampe e viuzze.
Eleganti edifici secenteschi
e sette-ottocenteschi si affacciano sulla Via dell'Aquila Romana con i loro
portali in pietra, spesso adorni di fregi e di stemmi opera di scalpellini
locali, alcuni dei quali particolarmente pregevoli.
A fianco della Via, corre il tracciato sotterraneo dell'antica Cloaca Massima di
epoca romana, risalente al I sec. a. C. In realtà, tale opera pubblica corre nel
sottosuolo di Arpino lungo tutto l'asse nord-sud dell'antico decumano (da
Fuoriporta fino alla Porta del Ponte), ma all'altezza di via dell'Aquila Romana
essa è venuta alla luce nelle fondamenta di alcuni dei palazzi signorili che si
affacciano numerosi sulla storica strada.
San Michele Arcangelo
Sulla piazza principale di
Arpino sorge la Chiesa di S. Michele Arcangelo, costruita sull'area di un tempio
pagano, sembra, dedicato ad Apollo e alle nove Muse. Così almeno viene creduto
in quanto dietro l'altare vi è un vano scavato nella roccia con nove nicchie
vuote. Nella navata sinistra della chiesa, una lapide del 1700 avvalora questa
credenza; così recita "Templum hoc novem musis olim dicatum ...anno MDCCXXXI
consecravit".
Affreschi risalenti all'VIII-IX sec., la datazione MC sull'iscrizione della
campana maggiore, la documentazione dei Regesti dell'abbazia di
Montecassino, che parlano di una donazione da parte di Giovanni di fu Lando nel
1104, attestano l'antichità della chiesa e ci ricordano la continuità nello
stesso luogo del culto pagano e della religiosità cristiana.
Da documenti dell'inizio del '400 sappiamo che S. Arcangelo (così allora veniva
chiamato) fu residenza del vescovo di Sora, che da qui emanava i suoi decreti.
Danneggiata dal terremoto del 1654, la Chiesa fu restaurata e rimaneggiata
successivamente fino ad avere l'aspetto attuale.
L'interno, barocco, è a croce latina a tre navate con cappelle laterali e volte a crociera. S. Michele è custode di numerose opere di prestigio.
Subito, entrando, notiamo sull'altare maggiore la grande tela del Cavalier d'Arpino raffigurante l'Arcangelo Michele vittorioso su Lucifero e sulla volta dell'abside la maestosa figura del Padre Eterno. Sempre allo stesso artista sono attribuite L'Annunciazione, Tobia e l'Angelo, Il Martirio di S. Pietro, e le 14 Stazioni della Via Crucis.
Di notevole
livello artistico è la Croce stazionale di Scuola Toscana (sec. XIV), nella
navata destra. Nella Sacrestia una tela ad olio, attribuita a Francesco Curia,
imitatore del Caravaggio, rappresenta Il Battesimo di Gesù.
Bella è la Madonna con Bambino del pittore secentesco Dionigi Ludovisi.
Da notare è l'organo realizzato nel '700 e opera di Michele Stolz sono il
Battistero e il pulpito in legno di noce con sei putti a rilievo sostenuti da
un'aquila.
Michele Stolz, lo scultore in legno, tirolese (1725-1779) che operò lungamente
in Arpino, è sepolto sotto l'altare del Sacro Cuore in questa Chiesa.
Santuario Maria Assunta di Civita
Sul luogo dove oggi sorge
la Chiesa di S. Maria di Civita, un tempo si ergeva un tempio pagano, dedicato a
Mercurio Lanario. Quel Mercurio protettore della lavorazione della lana, che era
l'attività principale del centro romano della Civitas Falconara,
racchiusa e difesa dalla muraglia che si dipartiva dall'altra rocca, Civitas
Vetus. Una torre follonica, poi divenuta base dell'odierno campanile, e una
lapide rinvenuta nel pavimento del recinto sacro attestano questa continuità.
La lapide, oggi murata sulla facciata della Chiesa, così recita: "R.UM-SACRUM-TRI-MERCURIO-LAN-CILIX-TULLI-L.S.-TEPA-PRAECIAE-S-PHILOTIMUS-PERFIC.".
Le persone indicate (Cilix-Tepa-Filotimo), che probabilmente fecero erigere
questo tempio, erano storicamente legate alla famiglia di Cicerone. Del tempo
romano sono pure il fregio sui blocchi poligonali del campanile con
figure simboliche (non visibile), la lapide che ricorda la ricostruzione
delle torri da parte del console Acerronio e quella che indica il restauro del
tempio a cura di tre edili (Sacrestia).
Nei primi anni del
Cristianesimo, dunque, sorge qui S. Maria di Civita e la prima notizia ne
abbiamo da un documento di donazione firmato nel 1038 proprio dentro la chiesa
di S. Maria de Arpino. Qui si venerava una tavola antichissima della Regina
degli Angeli, detta la Madonna della Civita, quadro distrutto nel periodo delle
incursioni barbariche. Dice Serafino Montorio nello Zodiaco Mariano che "questa
chiesa al tempo dei Goti patì lagrimevole incendio … e solamente restovvi
intatto dalle fiamme un Martirologio in pergamena manoscritto con
caratteri longobardi in cui leggesi la consacrazione della chiesa sotto il
titolo dell'Assunta". Oltre questo documento della fine del XIII sec., che
riporta a margine iscrizioni di fatti storici e fenomeni tellurici locali, sono
conservati nella chiesa anche gli Antifonari "membranacei" del sec. XIV.
Riconsacrata agli inizi del 1300, S. Maria della Civita fu quasi completamente
rifatta in stile tardo barocco alla fine del sec. XVIII e poi ancora arricchita
nel corso del 1900. L'interno della chiesa è a tre navate che si aprono a croce
latina.
Un'ariosa
cupola dà luminosità e ampiezza alla navata centrale. Notevole è la cappella
della Vergine Incoronata, le cui pareti sono incrostate di marmi. In essa è
custodita la statua lignea dell'Assunta, scolpita a tutto tondo in
un tronco di cedro del Libano. Nei secoli bui del Medioevo sembra che fosse
traslata, per meglio difenderla dalle incursioni barbariche, nella rocca di
Montenero, fortilizio naturale tra Arpino e Santopadre, dove, in caso di
emergenza, trovavano rifugio gli abitanti della città.
L'atteggiamento rigido e l'espressione ieratica della Madonna sono tipici
dell'arte fiorita intorno al Mille. Oggi si presenta rivestita da un ricco
paludamento settecentesco e in suo onore il 15 agosto si svolge in Arpino una
solenne processione.
Anche in questa chiesa ammiriamo due tavole del Cavalier d'Arpino: San
Giovanni e San Giuseppe (in Sacrestia), oltre la maestosa figura del
Padre Eterno nella cupola.
Ad un
seguace del Caravaggio viene attribuita una tela ad olio di San Girolamo
e sono di scuola romana del XVIII sec. il San Giacomo che ascende in gloria
(navata sinistra), l'Annunciazione (lato sinistro del transetto), il
Sogno di San Giuseppe (lato destro del transetto). Ai lati della sacra
cappella, nell'abside, le statue di San Pietro e San Paolo sono dell'artista
arpinate Mariano Pisani, che per queste opere conseguì nel 1919 la medaglia
d'oro all'Esposizione di Arte Sacra.
Sulle finestre della navata centrale sono installate dieci artistiche vetrate.
Cotte a gran fuoco, istoriate con figure, decorate a simboli, legate a piombo,
sono state realizzate su disegni del prof. Luciano Bartoli. Altre due belle
vetrate si ammirano nel restaurato Battistero. L'artistico frontale dell'organo,
scolpito e dorato, viene dalla tradizione attribuito allo Stoltz, ma più
verosimilmente è opera di un autore ignoto, ebanista laziale, del sec. XVIII.
Dello Stoltz è invece sicuramente la macchina su cui poggia il simulacro
della Vergine, un tempo ornata di Angeli che purtroppo sono stati rubati.
Una lapide, posta a destra dell'atrio, ricorda la visita che fece in questa
chiesa Carlo III di Borbone nel 1749.
S. Andrea e il Monastero delle Benedettine
Da un documento di permuta del 1084 si ha notizia certa della chiesa di S. Andrea, antica prepositura benedettina divenuta poi Collegiata con autonomia liturgica e amministrativa, situata sul colle di Arpino ai piedi di Civitavecchia. Distrutta e ricostruita nel XIII secolo, restaurata nel 1533 e ristrutturata nel 1780, essa si presenta oggi con una facciata ad ampi riquadri. Il portale centrale in pietra proviene dalla distrutta omonima chiesa di Montenero, antica rocca situata fra Arpino e Santopadre. L'interno è a tre navate. La pala d'altare commissionata dalla Badessa dell'attiguo monastero al Cavalier d'Arpino, raffigura i due Santi protettori: San Benedetto e Sant'Andrea. Da notare che il volto del Sant'Andrea è identico a quello dipinto dallo stesso autore nell'affresco dell'Ascensione nella Cappella Borghese in S. Giovanni in Laterano. Nella grandiosa architettura che racchiude il dipinto, oltre le figurazioni di S. Lucia, S. Pietro Martire, S. Anna con Maria Bambina e San Rocco, si ammirano in due piccole nicchie laterali una Madonna col Bambino del XV sec. e una pergamena con l'Annunciazione, ad acquarello, opera di un miniaturista del XVIII sec.
Dietro le grate, che si affacciano sulla chiesa, le suore di clausura dell'attiguo convento assistono e a volte partecipano con cori alle funzioni religiose e, proprio lì, oltre le grate, sono custodite la statua settecentesca in cartapesta della Madonna di Loreto, dichiarata protettrice di Arpino fin dal 1801 e la "macchina" in legno dello Stoltz, raffigurante la Casa di Nazareth, trasportata dagli Angeli. Nella parte anteriore si legge: "Facta est. Dome Pesci 1756. Michele Stolz".
Attiguo alla omonima chiesa di S. Andrea, con la quale ci furono sempre rapporti religiosi e di interessi, sorge l'antico monastero di clausura delle Benedettine. Di esso si ha notizia certa in un rogito sottoscritto dalla badessa Odda e dalle sue consorelle, risalente al 1249. Ma la tradizione lo vuole, addirittura, fondato nel VI sec. da S. Scolastica, sorella di San Benedetto.
A prescindere da quanto di artistico è presente nel monastero, storicamente questo cenobio, l'unico femminile delle antiche prepositure benedettine giunto ininterrottamente fino ai giorni nostri, è importantissimo perché ci fa conoscere nelle ottantasette pergamene conservate in Montecassino, la vita claustrale in tutti i suoi aspetti. La Badessa, coadiuvata da un consilium monialium, secondo la regola benedettina prendeva le decisioni e curava i rapporti con l'esterno. Donativi (salutes) e giornate lavorative (servitia) costituivano i beni del monastero. Per entrare nel convento occorrevano libertà di scelta, irreprensibile condotta, buon ceto sociale. Tra le attività delle suore prevaleva l'arte del ricamo; oggi il monastero è divenuto centro di incontri di studio nell'organizzazione dell'Oasi Benedettina Maria Santissima.
La struttura più antica è
quella dei magazzini, delle cucine e del refettorio. Bello è il Chiostro
con un porticato su cui si aprono gli ambienti della comunità. Ma questa parte
purtroppo non è visitabile a motivo della clausura. Il monastero ha avuto, nel
corso dei secoli, diversi rifacimenti. Tra le opere custodite importante è il
Crocifisso, recentemente restaurato.
Esso si presentava, prima dell'intervento conservativo, come un dipinto ad olio
su tela inchiodata al supporto ligneo. Ma in fase di restauro, sotto la tela,
sulla tavola, furono trovate tracce di un altro dipinto a tempera. Esso
rappresenta il Christus triumphans, inchiodato alla Croce, con espressione
ieratica e con volto circondato dal nimbo crocigero.
Entro i capicroce sono raffigurati episodi della passione. Esso risale
sicuramente al Trecento ed è di Scuola Toscana e Umbra, forse portata in Arpino
da una comunità di Francescani. La tela, ad olio, che ricopre il dipinto
trecentesco, in parte ricalca l'iconografia della croce medioevale con stile
naturalmente differente e può esser fatta risalire alla fine del secolo XVI.
Nella Sala dei Convegni possiamo ammirare quest'opera e l'affresco raffigurante
Sant' Andrea che ornava la lunetta sovrastante il portale dell'omonima chiesa.
Orario di visita al
Monastero:
8,30-11,30 15,15-16,45 (ora legale 17,15)
MUSEI
La Fondazione Umberto Mastroianni
Creata nel 1990, essa
costituisce una delle istituzioni culturali più importanti della città, viva
testimonianza dell'operato di uno dei più grandi scultori del Novecento, che
volle onorare Arpino con la sua opera.
La Fondazione, infatti, raccoglie ed espone al pubblico in una Mostra permanente
oltre cento opere tra sculture, disegni, bassorilievi, arazzi, cartoni, bozzetti
scenografici realizzati dal grande artista contemporaneo Umberto Mastroianni.
Qui è conservato anche l'archivio personale del Maestro.
La Fondazione è ospitata in via provvisoria nelle sale di Palazzo Boncompagni,
in attesa dell'allestimento della sede definitiva presso il Castello di
Ladislao.
Al secondo piano del Palazzo, nelle sale a sinistra sono esposte al pubblico le
sculture, gli arazzi, i legni ed i cartoni realizzati da Mastroianni e donati
dal Maestro al centro a lui intitolato.
Nella sala di destra è esposto materiale fotografico e documentario concernente
l'attività artistica di Umberto Mastroianni e della Fondazione.
Questa prestigiosa istituzione culturale promuove inoltre periodicamente mostre
ed esposizioni dedicate ad artisti contemporanei. Come un museo all'aperto,
alcune sue sculture possono essere ammirate lungo il viale Belvedere. Esse sono
"Invasione" -acciaio- (1973), "Scultura monumentale" -acciaio- (1968),
"Astronauta" -acciaio cromato- (1972), "Macchina spaziale" -ferro acciaiato-
(1973).
Tra i progetti per il futuro, si annovera la creazione di un ulteriore spazio espositivo permanente dedicato all'opera dello scultore arpinate Domenico Mastroianni, capostipite di una celebre famiglia di artisti.
Sede
comunale: Palazzo Boncompagni - piazza Municipio, 33
Sito web:
www.fondazioneumbertomastroianni.it
Il Museo dell'Archeologia Industriale della Lana
Fin dall'epoca romana, Arpino si distinse come centro laniero di grande importanza. Diffusissima era la produzione artigianale, organizzata all'interno delle famiglie che ospitavano telai ed arcolai tra le mura domestiche. Ma è a partire dal Settecento che questa attività assunse carattere industriale, proiettando la città tra i principali centri di produzione di tessuti in lana a livello italiano ed europeo.
Al principio
del XVIII secolo, infatti, l'arrivo in Arpino del tecnico francese Baduel,
invitato dall'imprenditore laniero Filippo Quadrini, insieme ad altre maestranze
esperte provenienti dall'Olanda e dall'Inghilterra pose le basi per la creazione
dei primi lanifici operanti su vasta scala.
L'importazione di tecnologie e conoscenze dai Paesi europei leader nella
produzione laniera, unitamente ad una salda tradizione nel settore, formarono il
trampolino di lancio per un'industria che, in breve tempo, vide prosperare
numerosissimi lanifici, e raggiungere ottimi standard di produzione, al punto
che, nel 1744 Carlo III di Borbone ritenne opportuno visitare personalmente le
fabbriche arpinati, con il conferimento ad alcune di esse del titolo di "regio
lanificio".
La produzione era
organizzata sul lavoro autonomo di tipo artigianale ma, soprattutto, sul lavoro
dipendente, svolto a domicilio per conto di mercanti-imprenditori, secondo lo
schema più tipico dell'industrializzazione europea.
Nel 1850, prosperavano in città ben trentadue lanifici, e dei 15000 abitanti
della città oltre la metà trovava occupazione nell'industria laniera. I prodotti
arpinati venivano esportati ovunque, ricevendo attestati di merito e
riconoscimenti per l'alta qualità.
Il sistema produttivo arpinate venne sostenuto dalla politica protezionistica
attuata durante il periodo francese e poi dal Regno delle Due Sicilie.
L'unificazione italiana, il mutamento della politica economica del nuovo Stato
unitario con la fine della protezione doganale, insieme allo spostamento
dell'asse degli interessi economici nazionali verso il Nord segnarono il
tramonto dell'industria arpinate.
I primi del Novecento videro la chiusura di molti lanifici, gli ultimi dei quali
cessarono la produzione nel Secondo Dopoguerra.
Il Museo dell'Arte della Lana costituisce una testimonianza preziosa di questa
vicenda industriale, parte fondamentale della storia e dello sviluppo cittadini.
Esso conserva ed espone le attrezzature d'epoca provenienti dall'antico
lanificio Diodati, e ricostruisce in un percorso storicamente documentato le
fasi della produzione.
I macchinari esposti sono: uno sfioccatore, tre cardatrici, una ritorcitrice, un
orditoio, quattro telai. Insieme ad essi, sono conservate le polveri originali
per la tintura dei tessuti: un'arte, questa, molto importante per Arpino dove,
durante gli anni d'oro dell'industria laniera, venne addirittura istituita una
scuola per l'insegnamento delle tecniche di tintura. Un'accurata documentazione
storica ed iconografica, curata da esperti nel settore, completa la dotazione
del museo.
Sede: ex chiesa di S.
Domenico - Via dell'Aquila Romana
Tra i progetti in corso di realizzazioine, si annoverano anche un Museo
dell'Arte Tipografica, un'attività particolarmente sviluppata in Arpino nel
corso dell'Ottocento, e un Museo dell'Arte e Paramenti Sacri.
Il Museo della Liuteria
L'arte della liuteria ha
goduto ad Arpino di una tradizione affermata e gloriosa. Merito della bottega
del Maestro Luigi Embergher, valentissimo costruttore di strumenti musicali a
corda attivo in città durante la seconda metà dell'Ottocento, e del suo allievo
e continuatore Domenico Cerrone, che subentrò all'Embergher nel 1938 alla guida
dell'attività.
Il laboratorio, che Embergher fondò nel 1880, si trovava in vicolo Morelli, una
traversa di via Pio Spaccamela, verso il quartiere Colle, ed è stato attivo fino
agli anni Cinquanta.
La bottega Embergher-Cerrone, che contava ben quindici dipendenti, era
specializzata nella realizzazione di mandolini di tipo "romano" ed arrivò a
produrre circa cento strumenti al mese: un'abilità nella quale i due Maestri
liutai rasentarono la perfezione, producendo strumenti dalle qualità armoniche
ed estetiche elevatissime.
Con Cerrone, la produzione si estese anche ai violini e alle chitarre. Mandolini
ed altri strumenti a corda usciti dalla bottega arpinate vennero a lungo
esportati in tutto il mondo, e furono celebri per le loro caratteristiche,
guadagnando ad Embergher e a Cerrone prestigiosi riconoscimenti internazionali.
Oggi, a testimonianza di questa antica e nobile arte, è sorto il Museo della
Liuteria, che raccoglie ed espone i prodotti finiti e le fasi di lavorazione
seguite nella storica bottega Embergher-Cerrone.
Si possono osservare gli strumenti musicali nei diversi momenti di
realizzazione, i macchinari e le attrezzature impiegate, alcune delle quali
costituiscono dei veri e propri pezzi unici. Completano l'esposizione progetti,
documentazione sull'attività della bottega e attestati di merito conferiti ai
due Maestri liutai.
Sede comunale: Palazzo Felluca-Merolle - Corso Tulliano, 49.
( tratto dal sito http://www.prolocoarpino.it/ )