COSA VEDERE AD ARDEA (Roma)

 

 

La Torre di San Lorenzo

Questa come altre torri del litorale, fu progettata e costruita nel XVI secolo, in risposta all'invito di papa Pio V fatto alle grandi famiglie della zona, a provvedere alla difesa della costa dai corsari turchi.
I Caffarelli possedevano qui una tenuta e in cambio di privilegi si impegnarono ad erigere la torre che, secondo alcune fonti, fu disegnata da Michelangelo Buonarroti.
Terminata nel 1570 era considerata la più bella, definita la "Pomposa" dagli stessi pirati. Compito di questo avamposto era quello di segnalare il passaggio di imbarcazioni sospette, e di respingere eventuali sbarchi.
La torre è alta trenta metri e di forma quadrata. Robustissima è la base con pareti inclinate, le mura sono molto spesse e vi si accedeva, come oggi, per mezzo di una rampa con ponte levatoio. La visita alla torre è interessante e suggestiva e testimonia ancora una volta il ruolo difensivo che Ardea e il suo territorio hanno sempre svolto in varie epoche.
 

 

Porto dell'Incastro

Sul litorale ardeatino le foci dei fossi con le loro lagune divennero ideali scali costieri per piccole imbarcazioni commerciali. L'importanza di Ardea come antichissimo scalo marittimo del Lazio è confermata da varie fonti. Sorgeva qui il celebre Afrodisium (santuario dedicato a Venere ), che era uno dei più grandi empori commerciali della costa. Punto di incontro tra mondo greco e latino, il porto antico è stato oggetto di recenti scavi archeologici. 

 

I Santuarii Ardeatini

Da Plinio a Cicerone, da Virgilio a Pomponio Mela, sono numerosi gli autori antichi che hanno scritto sui santuari ardeatini, elogiandone la bellezza. Vi erano ad Ardea diversi luoghi di culto dedicati a Castore e Palluce, ad Ercole, a Natio, a Venere, a Pilumno e a Giunone Regina. Quest'ultimo era il più celebre nell'antichità. Oggi le ricerche archeologiche hanno appurato l'esistenza di almeno quattro edifici templari: due sull'Acropoli e due sulla Civitavecchia. Ma per nessuno è stato possibile stabilire con certezza la divinità alla quale era dedicato. Quel che è certo è che furono edificati in corrispondenza dello straordinario sviluppo economico e politico del IV secolo a.C. Nelle società antiche, dove sacro e profano erano strettamente connessi, i santuari erano anche centri dove si svolgevano feste popolari e mercati. 

 

I Templi dell'Acropoli
Il più grande dei due edifici dell'Acropoli è stato considerato da molti archeologi come quello dedicato a Giunone Regina. Le fonti antiche descrivono quest'ultimo come il luogo di culto più importante di Ardea e le dimensioni dei resti trovati sulla rupe avvallerebbero quest'ipotesi. Secondo una ricostruzione planimetrica, era a triplice cella con scalinata frontale. Oggi restano solo parti delle fondazioni del pronao e il muro in via Garibaldi faceva parte del recinto sacro del santuario. L'altro tempio dell'Acropoli, di età ellenistica, si trova nell'area dove attualmente sorge la chiesa di San Pietro. 

 

I templi della Civitavecchia, la basilica e il foro

Nella Civitavecchia, in località Casalinaccio, si conservano i resti di un altro tempio del VI secolo a.C. con una basilica del I secolo a.C. Il tempio è solitamente identificato come quello dedicato a Venere. Tutto il materiale rinvenuto fu portato a Roma nei magazzini del Museo di Villa Giulia, compresa la celebre epigrafe in greco della sacerdotessa Veleda, risalente all'età flavia. La basilica invece era una vera e propria borsa degli affari e secondo molti qui si svolgevano le riunioni della Lega Latina. A pianta rettangolare era divisa in tre navate. È una delle più antiche in Italia e fu probabilmente ricostruita intorno al 100 a.C. Sono ancora visibili alcuni resti del pavimento, che era ad opus signinum. L'ingresso principale si apriva sulla piazza del Foro ardeatino, luogo di incontri e commercio. Tito Livio ricorda il Foro di Ardea quando racconta i solenni sacrifici ardeatini del 217 a.C. (Livio, XXII, 1). Recenti scavi hanno portato alla luce un altro tempio arcaico del V secolo a.C. circa, sempre sulla Civitavecchia in località Monte della Noce. Era a triplice cella con due file di quattro colonne sulla facciata e rivolto verso il mare come gli altri. Venne probabilmente utilizzato fino al I secolo a.C., poi abbandonato e usato come cava di materiali edilizi per la costruzione di ville. 

 

Il mosaico di Publio Creviso

Negli anni '50 l'archeologo A. Andren portò alla luce i resti di una casa repubblicana del I secolo a.C. Uno degli ambienti aveva un interessante pavimento a mosaico policromo con un'iscrizione realizzata a tessere di colore turchino: P(ublius) CERVI(siu)S, probabilmente il proprietario della casa. Andren, finiti i lavori, fece ricoprire tutto e pubblicò i risultati degli scavi. Il mosaico e la casa di Publio Cervisio sono stati riscoperti nel 1978, ma si trovano sotto una scuola, ed è difficile visitarli.

 

La chiesa di San Pietro Apostolo

La chiesa di San Pietro Apostolo è uno dei più antichi monumenti romanici del territorio ardeatino. La sua vicenda costruttiva si svolge in almeno tre fasi collocabili tra la metà del IX e la fine del XVI secolo. Al periodo IX-XII secolo risale il corpo principale di impianto romanico comprendente i pilastri centrali e parte del lato volto a levante. Opera costruttiva poggiante sulle fondamenta di un preesistente tempio arcaico. Le alzate delle mura perimetrali furono erette con scaglie ottenute dalla frantumazione dei massi squadrati arcaici in tufo locale dalla calda patina a riflessi di oro antico. Ai primi del XIII secolo, sotto il governo dei benedettini della Basilica di San Paolo, la Chiesa, per interessamento dell'abate Giovanni Caetani (ardeatino) e del Camerlengo Cencio Savelli (futuro Papa Onorio III) venne ampliata ed arricchita da elementi architettonici ed artistici, incorporando inoltre il tozzo campanile a canna quadrata che in origine svolgeva la funzione di torre vedetta per l'avvistamento di navi saracene. La terza fase costruttiva risale al XIV-XV-XVI secolo, coincidente all'avvento dei feudatari (Orsini-Colonna-Caffarelli-Cesarini-Sforza Cesarini), l'edificio si trasforma in Chiesa baronale subendo radicali trasformazioni edilizie e architettoniche quali lo spostamento dell'ingresso centrale (da ponente a levante), il rifacimento del prospetto della facciata con il tetto a due falde dalle capriate a vista e, con i tetti ad una sola falda spioventi all'esterno a copertura delle aggiunte navatelle laterali, e la costruzione dell'ampia abside di forma semicircolare che accoglie l'altare maggiore. La Chiesa assume così definitivamente la sobria linea architettonica che ci è pervenuta attraverso i secoli malgrado il crollo del campanile e della navatella di destra avvenuto nel XVI secolo. La ricostruzione e il definitivo restauro fu eseguito negli anni '40 per diretta volontà del capo di Governo B. Mussolini in occasione di una sua visita ad Ardea.

La Chiesa di Santa Marina

Appena fuori dell’abitato, presso l’odierno cimitero, addossata alla rupe della Civitavecchia, un’altra costruzione medievale di Ardea, la malridotta e dimenticata chiesa di S. Marina. L’edificio, al pari della parrocchiale, è una realizzazione del tardo sec. XII, come si trae dalla tecnica muraria della struttura e dall’epigrafe dell’architrave del portale che cita Cencio Savelli (1191) in quel tempo Camerario, Cancelliere, della città di Roma e che sarà poi papa col nome di Onorio III dal 1196: ECI. EXCELCE. R. CANCELL. VRBIS OBTVLIT HANC PORTAM VIRGO MARINA TIBI. La chiesa era preceduta da un piccolo nartece e di cui non rimangono che le arcate perpendicolari al muro di facciata ed alcune tracce pittoriche. All’interno si accede tramite il portale in marmo rimaneggiato, come tutta la costruzione, nei secoli successivi: gli stipiti sono sostenuti da leoni stilofori di cui ci è ignota l’originale provenienza. L’architrave è decorato da tre clipei o formelle incavate con le figure di un abbate a sinistra, di S. Marina vestita da monaco, al centro, ed a destra del padre della santa, anche questo in abiti monacali. La decorazione scultorea semplice e sicura denuncia quella di matrice monastica che fu una valida concorrente all’allora nascente arte cosmatesca. L’interno della chiesa, a navata unica presenta sulle devastate pareti qualche brano superstite della passata veste pittorica che la adornava. Sull’altare coperto da un ciborio piramidale sorretto da due colonne di granito grigio c’è - o c’era sino a qualche anno fa - un bel crocifisso di ferro battuto del Settecento. Dietro l’altare un ingresso arcuato immette ad una cella tricora scavata nel tufo: si tratta quest’ultima di un ninfeo pagano del II sec. d.C. venerato per la cella ove visse in eremitaggio, secondo tradizione, S. Marina dopo che, vissuta sotto le false spoglie del... monaco Marino, fu accusata ingiustamente di aver commesso un abuso e scacciata dal monastero. La volta di questa cella, ora ridotta a sacrario pubblico, è decorata da rosoni e stucchi mentre nella nicchia centrale campeggia l’effigie seicentesca della Titolare. Ed a proposito di s. Marina è da ricordare, oltre la leggenda su accennata, anche la sentita devozione che ne nutrivano gli ardeatini tanto che n’avevano assunto l’effigie a sigillo della Comunità. Un’analoga immagine della Santa in bassorilievo di marmo adornava - sino al recente e scellerato trafugamento - un fontanile edificato nel 1615 da due Massari ardeatini, Antonio Rosati e Giuseppe Di Giovanni; sotto il simulacro, già precedentemente decapitato dal tiro sacrilego di un cacciatore, l’epigrafe latina traducibile in: O divina Marina con i tuoi meriti rendi propizia A tutti i malati questa fonte di acqua miracolosa.Ed è qui il caso di aggiungere che Marina era uno degli innumerevoli appellativi dato a Venere, una delle divinità più venerate nell’antica Ardea: il culto della santa cristiana ne potrebbe essere - insieme con quella di Giuturna, divinità delle fonti e sorgenti - una reminiscenza ed una continuazione in un mondo povero e desolato poco restio a dimenticare le millenarie tradizioni. Proprio davanti ai fossati delle mura, verso la strada che conduce ai Castelli, nella località “Il Campetto”, un’altra nascosta testimonianza medievale di Ardea: l’ipogeo cristiano scavato nel tufo. La cripta, scoperta nel 1965, è un antico tempietto pagano del II sec a.C. - forse in origine dedicato al culto delle acque - tramutato nel sec. XII. in oratorio cristiano e consta di un ambiente rettangolare 3 x 3,70 con volta a botte h. 2,60 con dei piccoli vani accessori ed un pavimento in opus signinum; raggiungibile tramite una scala di 18 gradini - di cui 13 ancora a posto . Nella volta dello scosceso accesso, la superstite decorazione romana in finti ciottoli di malta variamente colorati e applicati sul tufo. Al termine, a sinistra, un piccolo ambiente con un pozzo mentre nell’absidiola ricavata nella parete di fondo una Madonna in trono con il Bambino tra due figure femminili di cui quella sinistra contrassegnata dalla scritta: Eulogia (Benedizione). Ai lati, in un ornato di elementi fitomorfi, le raffigurazioni di due santi diaconi (Lorenzo e Stefano?) di cui quello a destra, d’aspetto giovanile e con il capo nimbato, sorreggente una capsella; della figura di destra rimaneva - allora quando le vidi - soltanto la testa. Sull’arco, largo 90 cm., l’Agnus Dei, racchiuso in un clipeo di cinque cerchi concentrici: dal costato del mistico Agnello scaturisce sangue che viene raccolto in un calice gemmato. Nella parete di destra dell’arco un S. Giovanni Battista indossante una mantellina tigrata, versione questa un po’ bizzarra della tradizionale pelle di capra. Sulla parete opposta infine il Cristo Pantocrator (h. 17 cm.) che benedice alla maniera greca e con la sinistra stringe i quattro libri dei Vangeli tenuti insieme da un unico fermaglio. Nella parete di sinistra dell’ipogeo, al di sopra di un rozzo sedile in roccia, la raffigurazione di due santi cavalieri (S. Demetrio e Giorgio?) che armati di lancia uccidono la raffigurazione del Male. Quest’ultima raffigurazione - analoga a quella della cripta di S. Biagio a S. Vito dei Normanni in provincia di Brindisi - e la versione del citato Agnus Dei fanno collocare la decorazione cristiana dell’oratorio nell’ambito di quei cenobi di tradizione greco-occidentale ancora così fiorenti nel sec. XII attorno a Roma

 

Il Museo Manzù

Dai primi anni Settanta fino al 1991, anno della sua scomparsa, lo scultore Giacomo Manzù visse ad Ardea.
Nel 1979 l'artista donò allo Stato oltre quattrocento opere, oggi raccolte in un moderno edificio appositamente creato e circondato da un grande giardino dove, insieme a varie sculture, si trova un monumentale sepolcro del Maestro.
La raccolta Manzù è molto variegata, comprende gioielli, sculture, medaglie, disegni,incisioni e bozze teatrali.
Il nucleo più consistente è i costituito da opere del periodo maturo dell'artista, tra queste ricordiamo i famosi "Cardinali".
Ci sono anche lavori dell'esordio, tra i quali spicca il bassorilievo in bronzo "Adamo ed Eva", del 1929. Interessanti anche i numerosi disegni preparatori per la "Porta della Morte" in San Pietro.

Il Castello di Ardea

Qualche cenno merita il castello di Ardea passato dai monaci di S. Paolo ai Colonnesi (1421) e da Marcantonio Colonna, il trionfatore di Lepanto, venduto, nel 1564, ai Cesarini per 105.000 fiorini d’oro che lo trasformarono successivamente nella signorile residenza a due piani dominata da una torricella cilindrica, così come si può vedere in una tempera del Palazzo Sforza Cesarini di Genzano. Alla costruzione, analoga per forma e...purtroppo per stato di abbandono alla villa Cesarini di Lanuvio, si accedeva tramite un ponte in muratura che scavalcando un fossato cieco - ora colmo di macerie - lo congiungeva al resto del paese.L’edificio, bombardato durante l’ultima guerra, fu incautamente finito di demolire del piano superiore - mentre bastava poco per restaurarlo - ed ora giace negletto e dimenticato alla mercé di chiunque. Ultimamente si ventilava l’ipotesi di ricostruirlo. Perché non farlo? Si rivaluterebbe un angolo dimenticato di una cittadina inconscia dei suoi tesori e si bonificherebbe, altresì, l’ennesimo scempio dovuto all’indifferenza ed all’abbandono.


 

( tratto dal sito http://www.comune.ardea.rm.it/ )

 

 

 

 

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