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PANGIALLO
Si
tratta di un dolce tipicamente natalizio, di area laziale, a
base di frutta secca, solitamente confezionato a forma di
semisfera, che si distingue dagli altri “pani dolci”
tradizionali natalizi, oltre che per la forma e gli
ingredienti, per la presenza dello zafferano, che gli
conferisce il caratteristico colore giallo, dal quale deriva
poi il nome del prodotto. I suoi componenti principali sono
le nocciole dei Monti Cimini, le noci, le mandorle, l’uvetta
sultanina, i pinoli, la noce moscata, la farina di grano
tenero, alcuni canditi (buccia d’arancio e di cedro), la
cannella, lo zucchero, le uova, il cioccolato, il rhum e il
nostro olio extravergine d’oliva. Per prepararlo in casa si
procede nel modo seguente: in una ciotola piuttosto grande
si scioglie lo zucchero in un bicchiere di vino poi, sempre
maneggiando, si uniscono gli altri ingredienti (cannella,
noce moscata, rhum, olio extravergine di oliva, lievito di
birra o pasta lievitata) e tanta farina quanto basta a
formare un impasto omogeneo di giusta morbidezza che sarà
lasciato a riposare per qualche ora. Successivamente
all’impasto lievitato preparato in precedenza si aggiungono
le nocciole dei Cimini tostate, le noci, e le mandorle, la
buccia di arancio e di cedro candito. Da questo impasto si
ricavano dei piccoli pani che dopo averli depositati su una
teglia unta sul fondo e spennellati sopra con la chiara
d’uovo sbattuta, o con una glassa di zucchero, farina e
cioccolato fondente, vanno messi a cuocere in forno
moderatamente caldo per circa un’ora. Trattandosi di un
prodotto secco, si può conservare per alcuni mesi, secondo
la scadenza prevista per legge. La presenza del pangiallo
nella nostra zona è documentata in un ricettario manoscritto
di autore ignoto, da noi ritrovato nella biblioteca della
casa dei conti Venturini Ciofi Degli Atti, riconducibile
alla prima metà del ‘700, nel quale, è presente una ricetta
intitolata “Pangiallo”. Questa antica ricetta, dalla quale
si otteneva un prodotto molto simile ad un semplice pane
appena arricchito con qualche prodotto dolce, come avveniva
a quel tempo in molte altre regioni, oggi è stata
profondamente modificata e arricchita di una quantità tale
di frutta secca, da non somigliare più, neanche
lontanamente, ad un pane addolcito. Tra l’altro questa
ricetta, oltre a fissare l’età di questo prodotto, ci ha
permesso di scoprire una cosa interessante, che può servire
a chiudere l’annosa questione della derivazione del termine
“giallo”, dal momento che nella ricetta si dice
esplicitamente di usare lo “... zaffarano, avertendo di
lassarne un poco per dargli il colore di sopra alle pagnotte
quando sono cotte ...”.
(fonte
www.tusciaintavola.it )
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