FERLENGO DI TARQUINIA

 

 

 

Ferlengo, è il nome con il quale nel Viterbese si identifica il Pleurotus eryngii, varietà ferulae, della famiglia delle Pleurotacee, genere Pleurotus, noto come “fungo della ferla”, perché cresce nelle ceppaie di ferule. Queste piante, appartenenti alla famiglia delle Ombrellifere, sottofamiglia delle Apioideae, che appaiono simili al finocchio selvatico, ma molto più grandi di questo, crescono spontaneamente nei campi incolti, specialmente nella Maremma dell’Alto Lazio, e soprattutto nel territorio di Tarquinia e di Monteromano. La classificazione di questo fungo è ancora controversa perché il gruppo dei Pleurotus etingii presuppone l'associazione con la pianta dell'eringio, o calcatreppola. che pur appartenendo alla famiglia delle Ombrellifere, è inclusa nella sottofamiglia delle Saniculoideae, che sono piante somiglianti ai cardi, e molto diverse dalle ombrellifere classiche, per cui secondo alcuni potrebbe essere classificato direttamente come Pleurotus ferulae. Come aspetto il ferlengo somiglia ad altri funghi del genere Pleurotus, ha un cappello carnoso, liscio, a forma di ventaglio o di conchiglia o di ostrica (da cui deriva il nome dell’Ostreatus) e un gambo non molto lungo, eccentrico, color bianco sporco, grigiastro; lamelle fortemente decorrenti sul gambo, mediamente fitte, molto anastomosate, specialmente verso il basso; carne biancastra, odore trascurabile, sapore dolce. Fra quelli appartenenti allo stesso genere il più noto è il Pleurotus ostreatus, oggi molto diffuso, perché coltivato artificialmente, noto anche come “orecchione”, “ostricone” o “gelone”. Si raccoglie ………. Di Pleurotus eryngii se ne conoscono numerose varietà, in base al genere di Ombrellifere sulle quali crescono (le quattro più conosciute sono: Ferula, Heracleum, Eryngium e Laserpitium latifolium). Il ferlengo si differenzia da tutti gli altri per l'eccezionale sapore (Bruno Cetto, diversamente dagli altri Pleurotus, lo definisce “ottimo”, mentre Giuseppe Pace lo definisce “eccellente”), che lo pone ai primi posti fra tutti i funghi, anche prima, secondo alcuni, del giustamente decantato porcino. Nella Maremma laziale viene cucinato prevalentemente sulla graticola, alla brace; in questo caso occorre utilizzare quelli piuttosto grandi. Per prepararli occorre asportare con un coltellino la parte eventualmente ricoperta di terra e lavarli con un panno appena umido; dopo di ciò vanno sistemati in un piatto grande da portata e conditi con olio extravergine di oliva, sale, pepe, un poco di aglio tagliato a pezzettini e un pizzico di fiori di finocchio selvatico essiccati. Dopo averli lasciati riposare per qualche ora, disporli su una graticola con della brace ardente e farli cuocere da entrambi i lati, aggiungendo durante la cottura, per non farli troppo rinseccolire, un poco di quell’olio rimasto nel piatto dove è stato preparato il condimento. Vanno serviti caldi. Oltre questa preparazione classica, il ferlengo, come molti altri funghi, può essere utilizzato per il risotto, per la zuppa, per i sughi della pastasciutta, trifolato in padella, al tegame con la mentuccia, fritto dorato e così via. Dove trovarli? Potete provare nei negozi di Tarquinia e Monteromano, ma è più facile, relativamente, poterli gustare in alcuni ristoranti di queste cittadine, soltanto nel periodo della raccolta.

 

(fonte www.tusciaintavola.it )

                                                                                                                                                            

                       

 

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